– Tra i risultati più significativi delle elezioni amministrative in Gran Bretagna si registra l’avanzata del partito euroscettico UKIP, guidato da Nigel Farage. I suoi candidati, nei collegi in cui si sono presentati, hanno ottenuto percentuali mediamente superiori al 10% – un risultato più che interessante per un partito che finora era andato forte solo alle elezioni europee.
Per la prima volta in queste settimane i sondaggi nazionali stanno prefigurando per l’UKIP una performance di rilievo anche ad eventuali elezioni per il parlamento, malgrado il sistema elettorale maggioritario da sempre rappresenti una severa barriera all’ingresso per i partiti outsider.

L’avanzata dell’UKIP in Gran Bretagna si inquadra da molti punti di vista in una tendenza di livello europeo che, in questo momento di crisi economica, vede premiate le forze antieuropeiste ed “antisistema” – basti pensare al recente successo di Marine Le Pen nel primo turno delle elezioni francesi ed alla forte avanzata dei candidati di Beppe Grillo alle amministrative in Italia.
L’Unione Europea è sempre più percepita come un potere politico distante dagli interessi dei cittadini comuni e ciò offre un terreno fertile a quei politici che si propongano alla gente come antagonisti rispetto agli attuali assetti.

Eppure, malgrado gli evidenti elementi di parallelismo tra le tendenze antieuropeiste che prendono piede nei vari paesi, non si può non notare che ogni paese declina la sua protesta in forme diverse e consonanti con il suo specifico retroterra politico e culturale.
Farage, ad esempio, è un istrione della politica e non si perita certo a fare populismo. Eppure non è Grillo, né la Le Pen.

Il suo partito ha un programma liberalconservatore, con qualche sfumatura libertarian. Si propone di abbassare le tasse, ridurre il debito, sostiene il buono scuola e vuol fare del welfare “una rete di sostegno per i bisognosi e non un letto per i pigri”. L’UKIP si dice a favore di un “nazionalismo civico, inclusivo ed aperto a chiunque, indipendentemente dal background etnico e religioso” ed afferma che la “britannicità” può essere definita “in termini di fede nella democrazia, nel fair play e nella libertà“. La globalizzazione è vista come “un fenomeno generalmente positivo”, “pur portando con sé rischi e minacce”.

Quanta differenza con le politiche “da brividi” di Marine Le Pen, con la sua idea del governo come principio ispiratore ed ordinatore della politica, con la sua visione di uno “Stato forte e stratega“, di uno “Stato protettore“, di uno “Stato che lotti ovunque contro l’ingiustizia generata dal regno del denaro“.

L’antieuropeismo di Farage è il prodotto del retroterra politico fondamentalmente liberale dell’Inghilterra, tanto quanto quello della Le Pen è l’esito di una cultura francese purtroppo impregnata di statalismo e di socialismo fino all’anima.

E che dire del nostro Grillo, invece? Anche il suo antieuropeismo è frutto di uno specifica cultura politica nazionale, che non è quella inglese del rule of the law e del governo limitato, ma neppure quella francese del culto dello Stato e della grandeur nazionale. E’ piuttosto la cultura pseudoanarchica e qualunquista dell’italiano eternamente insofferente verso il potere ed eternamente alla ricerca di favori dal potere, dell’italiano che un po’ evade le tasse e che un po’ reclama blitz fiscali contro i “ricchi” (che sono sempre “gli altri”) – insomma dell’italiano furbacchione ed indignato, allo stesso tempo trasgressore e manettaro.

Alla fine, tra Farage, la Le Pen e Grillo, ogni paese si sceglie l’antieuropeismo che meglio lo rappresenta.