di PIERCAMILLO FALASCA  – Non esiste più il Terzo Polo perché non esistono nemmeno i primi due poli. Resta un pezzo della classe amministrativa e politica del centrosinistra locale, mediamente più preparata e presentabile degli avversari di centrodestra. Ci sono i grillini, che meno parlano (riparandosi all’ombra del loro capo comico e delle sue invettive di piazza) e più voti prendono. Della Lega Nord resta Flavio Tosi, in virtù dell’anagrafe e della sua esperienza amministrativa veronese.

Per il resto, vale quanto già detto: queste elezioni amministrative sono state l’ultima coda di un assetto politico e partitico che non c’è più, che gli italiani avevano già scelto di superare. Non mancherà ora chi s’innamorerà del fenomeno Grillo (o forse dei suoi numeri) al punto da volerlo imitare, nel metodo e nel merito, finendo al massimo per scimmiottarlo. Gli attuali parlamentari – molti dei quali rischiano tra un anno di dover cambiare mestiere (e qualcuno anche paese) – saranno i più strenui difensori della stabilità dell’esecutivo Monti e insieme più acerrimi nemici della governabilità e delle riforme che il Professore vorrà promuovere. Le burocrazie di partito resisteranno finché potranno, incapaci di elaborare una strategia per il futuro che non sia la sopravvivenza di piccolo cabotaggio. Servono facce nuove, dice qualcuno: a noi pare che servano anzitutto facce e idee buone, perchè il nuovismo è a volte parente del populismo.

E noi che si fa ora? Noi che abbiamo provato fin dalle scorse settimane, prima delle elezioni, ad evidenziare la necessità di una nuova offerta politica, di una visione credibile e di una piattaforma di proposte riformatrici per il governo dell’Italia, ora non arretriamo di un centimetro dal nostro convincimento.

Fuggiamo dagli istinti di autoconservazione delle oligarchie partitocratiche, dalle derive micro-identitarie e dai facili rifugi localistici, ma cerchiamo di non innamorarci della sindrome sfascista, magari nei confronti di un governo che pur tra mille incertezze e debolezze ha donato all’Italia mesi di ossigeno vitale e che, da ora in avanti, può fornire all’Europa attraversata dal vento della demagogia e del nazionalismo una traccia possibile, quella sintesi di  rigore fiscale e riforme che è l’unica strategia possibile per risalire faticosamente la china.

Ai “distinguo” dal governo, preferiamo i pungoli a fare di più e meglio: più competizione e responsabilità individuale, meno spesa pubblica e meno tasse, meno ingerenze partitiche nella società e nell’economia, più innovazione tecnologica e civile, qualificazione della macchina pubblica. In una slogan: noi vogliamo offrire una visione di futuro in libertà. Sulle spalle di tutti, non solo del governo, c’è poi la sfida di migliorare la qualità complessiva del “fare politica”, che non si esuarisce nelle organizzazioni partitiche, nè nella caccia e nella gestione del potere.

Che si fa quindi? Noi non andiamo più avanti, alla continua ricerca dell’uguale: è davvero il momento di andare oltre.