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Università, per l’Anvur il merito è un caso

– “Zefiro continuava ad esserci propizio con l’aiuto di un po’ di Garbino, ma un altro giorno era passato senza scoprire terra. Il terzo giorno (…) apparve un’isola triangolare che somigliava moltissimo, per forma e posizione, alla Sicilia. Si chiamava Isola delle Parentele”.

Così François Rabelais racconta, nel suo Gangantua e Pantagruel, la scoperta dell’isola in cui tutti “…erano parenti e insieme collegati, e se ne vantavano”. A dispetto di quanto, forse maliziosamente, insinuava lo scrittore francese e di quanto arrivò a teorizzare Clemente Mastella (“la raccomandazione è un peccato veniale che per molto tempo è servito a riequilibrare le ingiustizie Nord-Sud”), il fenomeno ha dimensioni ben più estese. Ed è a tutti gli effetti un affare nazionale.

La casisitica al riguardo è talmente ricca ed in continuo accrescimento che non è necessaria alcuna ricerca. Google non serve. Si può andare tranquillamente a memoria. Ogni settore della società ne è inquinato, più o meno. Anche in relazione all’importanza che in esso, i suoi membri, rivestono.

Come hanno documentato recentemente Paolo Casicci e Alberto Fiorillo nel libro “Scurriculum. Viaggio nell’Italia della demeritocrazia”, siamo un Paese che si fonda sulla mediocrità. Una “mediocracy” nella quale contano le amicizie, non i titoli. Un errore che, reiterato, ha infettato la società, rendendola sempre più debole ed incapace di confrontarsi in maniera propositiva non soltanto con diversi partner europei, ma anche con Paesi emergenti di altri continenti.

Se questo fenomeno preoccupa, certo non stupisce. Meglio, non lo fa più. Non provoca sorpresa che esso sia ampiamente radicato ovunque, anche nelle Università. Nelle cattedrali nelle quali forse più che altrove dovrebbe valere il merito. Nei centri di ricerca nei quali, nella realtà delle cose, i titoli accumulati sul campo, sperimentazione e produzione scientifica, costituiscono, non di rado, un discrimen virtuale. Un insignificante ausilio per entrare nel gotha del corpo insegnante.

Le esperienze personali – o in mancanza di queste, racconti di altri, ascoltati o letti – definiscono nella sua tragicità la questione Università. La difficoltà di scardinare la barriera di ostacoli quasi insuperabili che si oppongono a chi decida di tentare la carriera accademica. Questo è il sistema, distorto alle sue radici. Proprio per questo, così com’è strutturato, esso si dimostra incapace di produrre, se non in maniera episodica, figure autenticamente di rilievo. Nuovi giganti del pensiero nelle sue numerose specializzazioni, dopo quelli del passato. Ed invece, proliferano gli gnomi.

In un’ottica più vasta, e troppo spesso così generale da farsi quasi qualunquistica, la questione riguarda la necessità di incrementare ricerca e cultura. Anche perchè senza il loro contributo non può esserci sviluppo. Il problema è che nella realtà le cose vanno assai diversamente.

Armando Massarenti, con un intervento sul Sole 24 Ore del 1 aprile (“Ministri, non uccidete la cultura”), è intervenuto, in maniera decisa, sull’argomento richiamando l’attenzione su valutazione e merito. Anche per l’Università. Il che sembrerebbe indirizzare la discussione, finalmente, su binari auspicati e auspicabili. Sembrerebbe, sfortunatamente. Perché continuiamo a cercare una soluzione (ma lo si fa davvero?) partendo da indizi che non sono corretti, da premesse errate.

Solo la valutazione infatti può definire il merito, ma se i criteri di valutazione sono sbagliati le scale di merito ne risultano inequivocabilmente stravolte. In tutta Italia ha preso avvio la macchina dell’Anvur, l’Agenzia nazionale della valutazione del sistema universitario e della ricerca, i cui criteri sono oggetto di discussioni e polemiche molto vivaci. A livello locale i nuclei di valutazione delle singole università pubblicano i loro risultati, di cui si tiene conto per la distribuzione degli scarsi fondi disponibili.

Ebbene non di rado quei criteri, che dovrebbero garantire soprattutto equità e trasparenza, qualità e merito, fanno riferimento a parametri errati. Anche perché fondati esclusivamente su dati quantitativi. Così una monografia vale 3 punti, una recensione 0,3 punti, un capitolo di libro 1 punto. Ne consegue, quasi naturalmente, che sia preferibile scrivere dieci recensioni in poco tempo piuttosto che una monografia che richiede anni di lavoro. Se poi la pazienza non manca e ci si vuole proprio cimentare nella stesura di un libro, perché mai pubblicarlo nel suo insieme? Molto più redditizio ai fini del punteggio suddividerlo per capitoli e quindi presentarlo separatamente.

Senza contare che, messa al bando la qualità, un libro, in fondo, vale l’altro, e lo stesso può dirsi per gli articoli. Una rivista di riconosciuta rilevanza, nella quale la selezione è serrata, vale il quotidiano locale.

Fin qui l’acritica scelta dei criteri non privilegia né favorisce alcuna facoltà piuttosto che l’altra. Tutte, indistintamente, ne fanno le spese. Ma spostandosi sui nuovi Prin, i Progetti di ricerca di interesse nazionale, varati dal Ministro, le cose cambiano. Per potervi partecipare è necessario federare più Atenei, radunare un numero considerevole di studiosi e presentare progetti che non richiedano meno di 400 mila euro.

Ed ecco il vulnus. La filosofia non è, nè sarà mai, come la biologia, la storia della letteratura, l’archeologia come la medicina. I metodi di lavoro, le risorse umane necessarie al loro espletamento, diametralmente divergenti. Quel che per le une è possibile realizzare anche da singoli individui, per le altre è impossibile se non in composite équipe.

Ma considerato che non è contemplato un distinguo, ecco che per l’occasione, anche lì dove sarebbero necessarie poche risorse, quelle necessarie all’acquisto di libri per rendere competiva e funzionale una piccola biblioteca di Dipartimento, si creano progetti “faraonici”, in realtà summae e non sintesi di istanze diverse. Con la speranza che vada bene, e che, dunque, sia possibile attingere a fondi, da suddividere, per spese che dovrebbero essere altrimenti contemplate.

Il paradosso è che, invece, non sia quasi possibile più fare a meno di questa “stortura”. Partecipare a questa roulette russa nella quale il caso troppo spesso inghiotte il merito è diventato vitale. Per quella stessa ricerca, nella sostanza avversata da criteri senza senso logico.

Senza contare un altro elemento, sul quale non si discute neppure più, quasi soffocato dalla lunga consuetudine. Cioè la scelta progetti di ricerca piuttosto che la loro realizzazione pratica. L’unico fine per il quale si dovrebbe poter giungere all’agognato “premio”.

Chiunque abbia avuto in sorte di dover attendere alla scrittura di un progetto ben sa quanto noioso sia. Tanto più se, avendo la necessità di conciliare esigenze e persone con interessi differenti, si è costretti ad essere sufficientemente generici, a definire senza escludere. Ma passare dall’enunciazione alla sua realizzazione è altro. Non tralasciando neppure un altro elemento. Non di rado, è proprio lo stesso prosieguo della ricerca a mostrare direzioni nelle quali volgersi, strade sulle quali incamminarsi. Per questi motivi, ed ecco il punto nodale, non sarebbe “meglio” nel senso di più efficace e più utile, premiare ex post? Stilare classifiche sui risultati piuttosto che sulle intenzioni? Insomma dare peso al merito nella fase nella quale esso può esplicitarsi e dunque essere valutato appieno.

Ma la sistematicizzazione dell’Università anche per quel che riguarda le valutazioni non si muove in questa direzione. Non sono contemplate opzioni che non rientrano in tabelle, non sono ammessi distinguo. Si dice, perché altrimenti la discrezionalità continuerebbe ad alimentare scelte personalistiche. Quel che da lungo tempo, con un progressivo incrementro almeno nell’ultimo decennio, ha spesso quasi soffocato il riconoscimento del merito in molti Atenei italiani.

Molto più probabilmente perché ci si illude che il nuovo sistema contrasti il malcostume di molti. Quelli che rifuggono il merito perchè non ne hanno. Forse siamo stati di nuovo sconfitti, costretti a scegliere il male minore. Non la cosa “migliore”.


Autore: Manlio Lilli

44 anni, romano, laureato in lettere con indirizzo archeologico all’Università di Roma “La Sapienza”, dottore di ricerca in topografia antica all’Università di Bologna, professore a contratto presso la Facoltà di Ingegneria dell’Università di Perugia. Ha partecipato e condotto scavi archeologici a Roma, Pesaro, Grumentum e Venosa e campagne di ricognizione in Abruzzo, Marche e Lazio. Nella sua attività di ricerca scientifica si annoverano, oltre a voci nell’Enciclopedia Archeologica e nel Mondo dell’Archeologia a cura della Treccani, numerosi articoli e approfondimenti editi in collane e riviste italiane e straniere. E’ autore di tre opere monografiche sulla ricostruzione del popolamento antico di Lanuvio, Ariccia e Velletri.

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