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Se i cittadini la chiedono, il Governo sarà costretto alla spending review con gli strumenti che ha già

– Affinché la spending review si traduca da una promessa-annuncio a un risultato concreto in termini di minore spesa pubblica è necessario un lungo lavoro di indagine delle voci da razionalizzare, decisioni e contrasto degli interessi che si costituiscono a favore dello status quo. L’obiettivo a breve termine dichiarato dal Governo è di ridurre, attraverso una revisione di una prima tranche di spesa pubblica pari a 80 miliardi di euro, di 7,2 miliardi di euro l’anno la spesa pubblica corrente. Dalla revisione del resto della spesa pubblica aggredibile (altri 215 miliardi di euro) dovrebbero derivare ulteriori risparmi.

L’invito pubblico rivolto ai cittadini a inviare opinioni e segnalazioni via internet per meglio procedere sul cammino della revisione della spesa pubblica è stato oggetto di ironia e critiche. Le repliche sono per lo più riassumili in due affermazioni: se devono chiedere al passante (anzi, oggi, nell’era internet, visitatore) dove si deve tagliare, questi tecnici sono inutili; è una presa in giro a scopo propagandistico, dato che non andranno mai a leggersi davvero le migliaia di risposte dei cittadini.

Di primo acchito, l’approccio comunicativo del Governo rievoca lo stile della Commissione europea e, a livello nazionale, delle autorità amministrative indipendenti. Sia le prime, che le seconde, non traendo legittimità da un’elezione popolare diretta, ritengono di poter trovare una legittimazione e poter garantire un sufficiente livello di responsiveness (capacità di rispondere alle istanze dei cittadini) attraverso consultazioni pubbliche e canali comunicativi diretti e trasparenti.

Monti, oltre a conoscere alquanto bene i meccanismi delle istituzioni comunitarie, ne condivide anche la necessità di legittimare la sua presenza a Palazzo Chigi a seguito di un ingresso a metà legislatura non preceduto da un programma sottoposto al voto popolare.

Può essere un’utile illusione pensare che in un link si celi una chiamata alle armi per gli Italiani contro gli sprechi. Perché utile? Alcuni giorni fa Pietro Monsurrò da questo magazine ricordava le parole di Mises, che cito per esteso: «Un governo liberale è una contradictio in adjecto. I Governi devono essere forzati a adottare il liberalismo dal potere di un’opinione unanime delle persone; non è da aspettarsi che possano diventare liberali volontariamente».

In questo senso, ogni canale che possa esprimere e dar voce a questa opinione è gradita e da sfruttare.

Certamente la materia non è delle più semplici per elaborare proposte articolate e precise. Conosciamo alcuni dati aggregati: i costi di produzione dei servizi pubblici, rispetto ai costi di produzione del settore privati sono cresciuti in più del 28,8%. Ma non sappiamo in quali uffici, dietro quali porte, bilancio di ciascuna unità di costo alla mano, si annidano questi sprechi e inefficienze. Quali sono i contratti di consulenza che una società pubblica, la regione, la provincia, il comune o il Ministero ha stipulato per soddisfare con un nuovo know how un’effettiva esigenza dell’ufficio e quali sono stati, invece, firmati semplicemente per garantire uno stipendio a un uomo di partito a cui non è richiesto alcuno sforzo per il buon funzionamento della macchina pubblica?

Possiamo ripetere i risultati di alcuni studi condotti su singole prassi costose e inefficienti di amministrazioni pubbliche che sono naturaliter sotto la lente di ingrandimento. Ad esempio, digitalizzare le attività parlamentari porterebbero a risparmi immediati di circa 15 milioni di euro e ulteriori minori spese di personale oggi impegnato a fascicolare e trascrivere gli atti parlamentari per un ammontare difficile da determinare ma che possiamo stimare attorno alla medesima cifra.

Possiamo ricordare il danno all’erario e al pluralismo dei contributi pubblici ai partiti (200 milioni di euro l’anno solo per rimborsi elettorali), ai giornali patrocinati a tempo debito da parlamentari/sponsor; possiamo ricordare la scarsa utilità, se non a fini elettoralistici e per i vantaggi che offrono a interessi di pochi privati la “legge Mancia” (la legge che consente al Parlamento di destinare finanziamenti a pioggia sugli enti e le associazioni a loro più gradite).

Questi sono dati sotto gli occhi di tutti. Molto del lavoro da svolgere si interseca però con questioni più specifiche che riguardano il funzionamento della macchina burocratica. L’organizzazione del lavoro pubblico, innanzitutto (di qui l’idea di una maggiore mobilità per ridurre il budget degli uffici sovradimensionati e coprire le carenze di organico in uffici sottodimensionati), il tema delle forniture (vero tema la cui opacità ha probabilmente contribuito in misura prevalente a gonfiare la spesa pubblica) e gli oneri amministrativi.

Su questo punto forse la consultazione pubblica potrebbe avere un riflesso positivo, dato che se c’è una cosa di cui siamo ben coscienti, sono le file che dobbiamo fare davanti agli uffici pubblici. Le pratiche hanno un costo sia per i privati, che per la pubblica amministrazione. La spesa pubblica è direttamente proporzionale agli oneri burocratici imposti a famiglie imprese. Questo è un dato sistematicamente ignorato dalle leggi di copertura finanziaria. Ad un obbligo di comunicazione e ad una richiesta di autorizzazione corrisponde un onere di presa di conoscenza e di istruzione della domanda. La spending review potrà dare i suoi risultati solo se procederà di pari passo con una seria attuazione delle tante finora poco attuate norme sul taglia oneri e la semplificazione amministrativa.

Le norme sulla mobilità del lavoro pubblico, sul taglia oneri, sulla riduzione delle consulenze, sulla spending review esistono già. È il momento di attuarle. Tutti d’accordo presidente, questo è garantito.


Autore: Diego Menegon

Nato a Volpago, in provincia di Treviso, nel 1983. Laureato del Collegio Lamaro Pozzani della Federazione Nazionale dei Cavalieri del Lavoro. Ha svolto ricerche e scritto per Iter Legis, Agienergia e la collana Dario Mazzi (Il Mulino). Si occupa di affari istituzionali e di politiche del diritto nei temi di economia, welfare, energia e ambiente. Socio fondatore di Libertiamo, è Direttore dell'ufficio legislativo di ConfContribuenti e Fellow dell'Istituto Bruno Leoni. Attualmente candidato alle elezioni politiche 2013 con Fare per Fermare il Declino.

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