di CARMELO PALMA – La questione fiscale è in generale una questione di sovranità – la democrazia liberale nasce in Occidente proprio per contrastare le pretese fiscali del re e quindi come limite costituzionale al potere sovrano – e di libertà, perché la tassazione è sempre (relativamente) “incapacitante” e la natura contrattuale del patto fiscale è giuridicamente presunta e politicamente fittizia, anche quando a definirla sono democraticamente le maggioranze parlamentari.

In Italia, però, la questione fiscale s’impone con un profilo particolare e caratteristico, visto che, come numerosi esempi dimostrano, si è arrivati molto vicini al punto di rottura e si rimane molto lontani da un punto di possibile intesa.

La peculiarità della situazione italiana è legata in primo luogo ad aspetti quantitativi: una tassazione esosa, un’evasione abnorme, concentrata in modo ancora più abnorme nelle regioni meridionali ed affratellata a fenomeni di vera e propria criminalità economica. Ci sono però anche aspetti qualitativi, legati alla natura burocratico-poliziesca del rapporto tra contribuente e amministrazione finanziaria, che la fisiologica inefficienza del “pubblico” e la naturale diffidenza del “privato” precipitano in un’ottusa autoreferenzialità. Così il contribuente si sente giustificato nelle sue furbizie e l’erario autorizzato nei suoi eccessi persecutori. I cittadini diventano sempre più sleali e le leggi più cattive. Da una parte un antagonismo personale e “morale” – si salvi chi può! –   dall’altra un agonismo impersonale e meccanico – fiat iustitia et pereat mundus.

Una situazione oggettivamente complicata –  dovrebbero cambiare tante cose e tutte insieme e da entrambe le parti perché allo schema del “guardie e ladri” possa sostituirsene uno più paritario e negoziale –   è ulteriormente aggravata dall’irresolutezza politica di partiti che, da destra come da sinistra, non possono far nulla sulle tasse, perché non vogliono far nulla sulla spesa. Perché questa struttura della spesa e della tassazione replica nella sua misura e natura un sistema dei rapporti di forza essenzialmente politici. Perché, insomma, questa “Italia politica” e questa “Italia fiscale” simul stabunt, simul cadent. Quando Monti indica nell’organizzazione corporativa degli interessi sociali il principale freno alla crescita e al rinnovamento economico del nostro Paese, parla dunque anche di questo.

Per spendere meno e meglio e finanche per accorciare la distanza percepita tra l’entità dell’imposizione e il valore di servizio che quest’imposizione paga – ciò che lo Stato restituisce ai cittadini – non serve una riforma fiscale, ma una “rivoluzione politica”. Che non è liberale solo perché postula la superiore efficienza economica dello “stato minimo”, ma innanzitutto perché implica una sostanziale equiparazione tra diritto e Stato e dunque rigetta, per principio, una fiscalità oppressiva e opaca, che sembra rispondere all’arbitrio di un sovrano capriccioso.

Con questa maggioranza il governo Monti non può fare e neppure promettere la “rivoluzione”. Ma deve impegnarsi a mantenerla viva, come prospettiva, come alternativa, come possibilità. Che la questione fiscale in Italia sia solo quella dell’infedeltà tributaria non è vero. Questo un governo serio non solo può, ma deve dirlo. Proprio perché è serio e dunque ugualmente distante dalla politica paracula che civetta con gli evasori e da quella fanatica che vorrebbe vendicare, per via fiscale, la frustrazione e l’invidia sociale contro i “ricchi” (cioè sempre contro “gli altri”).

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Twitter @carmelopalma