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L’idea fascista (e poi democratica) del giornalismo come ‘funzionariato’ politico

– Giornalismo e politica, una questione con le corna, che in Italia è all’ordine del giorno. Per meglio capire la questione, bisogna fare un passo indietro. Molti giornalisti sono stati coinvolti col fascismo, anzi, tutti i giornalisti che hanno operato nel ventennio sono stati coinvolti con la dittatura.

Come osservava Enzo Forcella, nato all’inizio degli anni ’20 come Scalfari e Bocca, il rapporto tra nuovi professionisti della comunicazione di massa e regime è nodale per comprendere le trasformazioni che quell’età politica ha rappresentato nell’immaginario culturale italiano. In quegli anni il giornalismo diventa un nuovo esteso campo d’azione sociale.

La cosiddetta classe intellettuale fino a quel momento non vedeva nel giornalismo un orizzonte professionale più allettante di tanto, ma con la massificazione della comunicazione il giornalismo diventa uno degli sbocchi fisiologici per i giovani intellettuali. Coloro che optarono per il giornalismo sapevano perfettamente che l’adesione al regime fascista non era un pro forma, ma un sine qua non per poter scrivere ed esprimersi. Una espressione mai libera… ma vincolata. Questa adesione, che è stata di lungo periodo, ha avuto un effetto fatale.

I giornalisti sotto il regime erano considerati alla stregua di funzionari dello Stato, così come la grande massa della comunicazione popolare era sotto il diretto controllo delle istituzioni. Il giornalismo era il volano costitutivo nell’organizzazione del consenso fascista. La parola del regime non poteva non essere propagandata, i formati dell’immaginario fascista non potevano non essere implicati, in modo più o meno esplicito, nei pezzi e nelle strategie delle testate giornalistiche.

Ma le cose cambiano con l’8 settembre.
Molti giornalisti dopo il 25 luglio si distaccarono dal fascismo, solo una minoranza aderisce alla Repubblica Sociale Italiana, il più famoso tra di loro il nuovo direttore del Corriere della Sera Ermanno Amicucci.

Dopo il ’45 – caduto il regime, finita la guerra e liberato il paese – ai giornalisti italiani si presentarono quattro possibilità: 1) fare i conti con le proprie compromissioni con il regime fascista e renderle materia di riflessione sociale e politica, e materia di autoriflessione psicologica e culturale, in poche parole fare i conti col passato. 2) occultare il proprio passato. 3) auto-assolversi. 4) uscire di scena e farsi dimenticare, cosa che, per certi versi, accadde a molti giornalisti attivi nella Repubblica di Salò.

La maggior parte dei giornalisti (prevedibilmente?) sceglie una strada a cavallo tra le ipotesi 2 e 3. Esempio lampante è quello di Mario Missiroli. Antifascista prima, poi fascista e potentissimo direttore ombra de Il Messaggero, diventò tra i più noti giornalisti italiani del ventennio. Alcuni in quanto a talento giornalistico lo consideravano secondo solo a Mussolini. Missiroli sarà epurato per il suo rigore fascista, sarà messo in quarantena, ma poi dopo il ’46 diventerà prima direttore de Il Messaggero, e poi grande indiscusso direttore del Corriere della Sera, darà lezioni di antifascismo e schiererà il giornale su posizione fortemente filogovernative (DC) per scongiurare il paventato pericolo comunista. Destino simile toccherà a molti altri grandi giornalisti che ripuliranno nel lavacro del loro democratico anticomunismo il loro palese passato fascista e quindi filo-totalitario.

Il giornalismo è stato l’elemento portante dell’operazione di defascistizzazione dell’immaginario italiano del dopoguerra. Indro Montanelli è stato tra coloro, ad esempio, che hanno demistificato l’adesione ed il consenso di massa al regime per depotenziare ed assolvere le responsabilità della sua generazione di giornalisti e intellettuali. Montanelli descriveva il fascismo come un’opera buffa, un comico regime, una operetta alla quale gli italiani si son dati per abitudine, per leggerezza, per bonaria e distaccata inconsapevolezza.

Mussolini guitto. E’ vero che lo fosse, lo dice Montanelli e lo pensiamo pure noi. Ma ridurre Mussolini alla sua guittagine vuol dire, scientemente, ridurre il fascismo a qualcosa di tremendamente superficiale, nubiforme, popolaresco, una lanterna magica storica che gli italiani, poverini, non potevano comprendere fino in fondo – e che hanno compreso solo col dramma della guerra. In questo modo si assolvono gli italiani (ma sì, quel guitto in fondo non era preso sul serio, e poi chi se l’aspettava che in realtà fosse un irresponsabile?! Gli italiani non potevano saperlo) e si autoassolvono anche i giornalisti.

Questa è la cosiddetta “defascistizzazione del fascismo” operata nel dopoguerra da quegli intellettuali che hanno formulato interpretazioni aventi come scopo l’ annacquamento delle valenze e delle portate (tragiche, fin da subito) del fascismo. E’ indulgenza nei confronti del regime. Questa operazione di mistificazione storica e culturale, d’altronde, si nutriva del solito alibi: fermare l’avanzata comunista! Il depotenziamento dei predicati del fascismo serviva a potersi legittimare come democratici, pure se ex fascisti, ed a dire che di vera dittatura ce n’è solo una: quella del proletariato.

La cosa interessante è che, per opposti motivi, la stessa visione indulgente – un regime farsesco, mai abbracciato e compreso dal popolo inconsapevole e che si è sciolto come neve al sole – è stata propagandata dai comunisti, per testimoniare che il popolo italiano mai è stato fascista dentro, ma che anche quando pareva esserlo, in realtà sognava altro, la rivoluzione del proletariato in chiave antiborghese, che poi, in fondo in fondo, era la stessa che volevano fare i fascisti rivoluzionari.

Questo tipo di strategia narrativa è la stessa che ha inquinato le falde del giornalismo italiano per buona parte del dopoguerra e che poi, dopo una sana morte per vecchiaia, negli ultimi quindici anni è ricicciata fuori con tutta la sua virulenza berlusconiana.

Ma questa non è la sola eredità fascista nel giornalismo italiano. Ce n’è un’altra. Ancora più rognosa. L’eredità fatale. E’ una eredità di status ontologico, quella che intende il giornalismo come servizio alla politica. Questa è la vera grande irrimediabile modificazione del DNA del giornalismo determinata dal regime fascista e mai più rimessa in discussione. Il giornalismo come “funzionariato”, dove al concetto di giornalismo come funzione dello Stato fascista e del partito fascista, si è sostituito, con piccolo movimento, quello di giornalismo come funzione dei partiti democratici.

Già Salvemini diceva che il giornalismo al servizio della politica è più pericoloso della partitocrazia. Il giornalismo in Italia, in poche parole, è al servizio della politica e non del pubblico, o per meglio dire è un servizio politico e non un servizio pubblico, per una lezione imparata a memoria più di settanta anni fa, e mai dimenticata.


Autore: Francesco Linguiti

Si occupa di produzione culturale. È autore nella produzione audiovisiva. È docente di semiologia del testo.

2 Responses to “L’idea fascista (e poi democratica) del giornalismo come ‘funzionariato’ politico”

  1. AndreaMacci scrive:

    Con questa chiave di lettura, potremmo leggere tanto giornalismo d’oggi : Santoro, Travaglio, Saviano ( quando decide di parlare sempre e solo di mafia e sempre e solo in tv ), Tutti ma proprio tutti gli approfondimenti “culturali” e politici di prima serata : Piazza pulita etc etc.
    Quand’è che il giornalismo, cartaceo e televisivo, smetterà di “stare sul pezzo” e comincerà ad educare, ad in-formare e quindi formare l’opinione pubblica ? O questa, per sua natura, è non-formabile ?

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