Pasquale Saraceno e lo “spread” fra le due Italie

– Il recente recupero nell’Archivio Storico Istituto Luigi Sturzo della relazione programmatica che l’economista Pasquale Saraceno preparò per il primo congresso Dc, guidato da Moro, ha fornito l’occasione per ripensare al ruolo del grande economista, alla sua modernità. Anche attraverso un Convegno che si è svolto alla metà di aprile nella sede della Fondazione Ambrosianeum a Milano su “Pasquale Saraceno e l’unità economica italiana”. Si ritorna agli inizi per provare a districarsi nel presente.

Dalle pagine del Sole 24 Ore, alcuni giorni fa, Alessandro Leipold, prendendo spunto dalla riunione a Washington del massimo organo decisionale del Fondo Monetario Internazionale, rilevava come la “crisi che persiste non è la stessa, nè lo è l’ambizione della risposta collettiva”. D’altra parte il Weo, il World Economic Outlook, pubblicato agli inizi di aprile, apre con una discussione degli spillover negativi dall’Europa al resto del mondo, divenuto ora la zona “resistente ma non immune” agli effetti della crisi che questa volta viene appunto dall’Europa.

Il ritorno alla crescita non figura nell’agenda della leadership. Insomma sulla crescita ognun per sé. Un vizio, questo della non uniformità nelle politiche di sviluppo, che costituisce un ostacolo ad un riequilibrio reale tra diversi Paesi. Un vizio che non di rado, come accade da noi, crea squilibri anche tra differenti settori del Paese. Disegnando due Italie distinte, se non nella politica, certamente nell’economia, nello sviluppo. Un problema antico ma ancora, sfortunatamente, attuale.

Un problema al quale cercò di dare risoluzione alla fine degli anni ’50 del Novecento un uomo politico dalle eccezionali competenze, Pasquale Saraceno. In vista del Congresso nazionale della Dc, che si sarebbe tenuto a Firenze il 29 settembre 1959, il neo segretario, convocò ministri e leader democristiani. Da un lato, per identificare “le linee di una politica economica di ispirazione cristiana” e, dall’altro, per “affrontare i problemi che sono proposti dallo sviluppo economico della società italiana”.

Fu in quella circostanza che venne affidato a Saraceno il discorso introduttivo, sul quale per ben tre giorni si discusse in maniera intensa. La scelta di Saraceno era ben ponderata. Considerato un grandissimo tecnico, in virtù della sua vita professionale che lo aveva portato all’insegnamento universitario, oltre che a ricoprire incarichi di alto profilo sia nell’Iri che nella Svimez, era vicino alla Democrazia Cristiana, nonostante le presunte simpatie socialiste. Ma soprattutto fu l’ispiratore di una visione storica ed un progetto economico al quale per un certo periodo si rifecero alcuni professionisti della politica.

Dalla rilettura di quel documento emergono passaggi significativi, temi cruciali. L’elaborazione di un programma di sviluppo, in primis. Un’operazione, sosteva Saraceno nel documento, che comportava “il passaggio dallo Schema Vanoni … al piano, che è oggi l’enunciazione della politica economica”. Le modalità con le quali giungere ad un esito felice erano chiare. “C’è da fare un lavoro di interesse enorme, tecnico e strutturale”. Facendo ben attenzione a che il raggiungimento degli obiettivi del piano di sviluppo fosse compatibile con lo Stato democratico e l’iniziativa privata.

Ma eguale rilevanza per Saraceno avrebbero dovuto avere anche il contenimento dei salari, le contraddizioni di partiti e sindacati e, in maniera più generale ma non meno importante, il problema del dualismo italiano. Saraceno, che ben conosce l’antico problema che ancora non sembra essersi sclerotizzato, è convinto che proprio da lì nascono altre criticità. E’ in quella cesura che s’insinua la debolezza.

“L’Italia non è un Paese povero. Ma c’è un problema che minaccia la società italiana. Il fatto che ci troviamo di fronte a una federazione di due paesi, che gli economisti definiscono come economia dualistica”

affermava deciso Saraceno. Così procedendo nell’analisi, osservando la questione con la lente non solo della politica, ma anche della religione cristiana, definiva lo status quo (…”ci troviamo di fronte a un’economia dove le stesse forze di lavoro hanno le stesse capacità e le stesse possibilità, ma hanno diverso modo di essere utilizzate”).

Questo vizio di forma, interno al Paese, ingenerava squilibri in un contesto più ampio. Quello del confronto con gli altri Paesi. Per dirla con Saraceno “questa economia dualistica rende il nostro Paese etereogeneo al mondo occidentale”. Senza contare che “in questo problema di squilibrio interno, si è inserita (…) l’adesione al Mercato comune”, circostanza questa che prevedeva il nostro contatto (e confronto) con le economie più avanzate del mondo, più progredite, come la tedesca.

Il processo di riunificazione europea non avrebbe potuto realizzarsi in maniera compiuta senza un contemporaneo processo di unificazione economica interna. Non si trattava di parti scindibili, ma di un unico inscindibile.

“Questi non sono due processi, separati, ma un unico processo di unificazione generale dell’economia italiana che va omogeneizzato all’interno e tutto insieme va portato al livello di tutti i Paesi europei”.

Il boom economico, le città che si riempiono di nuove costruzioni, la realizzazione, nel 1964, dell’Autostrada del Sole, collegamento veloce tra Milano e Napoli, le automobili che iniziano a transitare per le strade, le tv che dai bar fanno bella mostra di sé nei salotti degli italiani, nascondono per qualche tempo le realtà del Paese. Creano l’illusione che crescita e sviluppo, una volta (ri)avviati, proseguano in eterno, quasi naturalmente spinti dall’iniziale big bang. Fanno pensare che le divisioni, seppure non superate, si siano fatte più esili. Quando il 3 settembre 1960, a poco meno di un anno dal Congresso Dc per il quale Saraceno aveva scritto il documento, Livio Berruti corre i 200 metri alle Olimpiadi di Roma, sconfiggendo gli americani, non solo la Città eterna, ma l’Italia intera, sono al centro del mondo. Appaiono vincenti. Le parole di Saraceno quasi superate dai bagliori di quel presente così pieno di un futuro felice.

Alle soglie della morente Seconda Repubblica, ripensare ad uno dei “tecnici” ai quali la Politica ha scelto, volontariamente, di affidarsi per incrementare l’autorità delle proprie tesi, può non essere un semplice esercizio di malinconica recherche. Contingenza e presente sono stati e categorie temporali, che non possono mai contemplare il disinteresse per progetti e futuro. Mai. Al di là dei cambiamenti che la politica vuole o deve darsi.

Gli squilibri interni non sono risolti. Si trascinano in avanti nel tempo, divenendo per paradosso elementi distintivi, caratterizzanti anche se in negativo. In Europa abbiamo una bassa produttività. Le aziende nazionali sono penalizzate, oltre che dal calo del rapporto cambio/export, anche dal costo del denaro più elevato. L’Italia cala, quanto la Germania cresce. La lezione di Saraceno purtroppo è restata inascoltata.

Il trend negativo avviato in precedenza, si è andato drammaticamente accentuando a partire dagli anni ’80 con il collasso del sistema politico e, sul piano economico, l’ingenerarsi di due fenomeni. Il debito pubblico doppio rispetto alla media europea e una crisi che ha provocato il declino di buona parte delle grandi imprese. Dai governi democristiani a quelli socialisti fino a quelli, post-Mani Pulite, in gran parte del centro-destra, l’Italia ha visto declinare la sua stella, all’interno degli ambiti nazionali. Mentre al di fuori, in Europa, il suo ruolo, la sua rilevanza, sono vieppiù diminuiti, rendendola sempre più marginale.

Dalle proposte di Saraceno, “tecnico” ai margini della politica, al progetto di Passera, ministro plenipotenziario di un governo tecnico, la storia d’Italia ha mostrato prolungate défaillance sulle politiche economiche di sviluppo e di coesione. Dalla rinascita prospettata da Saraceno alla crescita inseguita da Passera, molti errori. E non tutti veniali.


Autore: Manlio Lilli

44 anni, romano, laureato in lettere con indirizzo archeologico all’Università di Roma “La Sapienza”, dottore di ricerca in topografia antica all’Università di Bologna, professore a contratto presso la Facoltà di Ingegneria dell’Università di Perugia. Ha partecipato e condotto scavi archeologici a Roma, Pesaro, Grumentum e Venosa e campagne di ricognizione in Abruzzo, Marche e Lazio. Nella sua attività di ricerca scientifica si annoverano, oltre a voci nell’Enciclopedia Archeologica e nel Mondo dell’Archeologia a cura della Treccani, numerosi articoli e approfondimenti editi in collane e riviste italiane e straniere. E’ autore di tre opere monografiche sulla ricostruzione del popolamento antico di Lanuvio, Ariccia e Velletri.

One Response to “Pasquale Saraceno e lo “spread” fra le due Italie”

  1. lorenzo scrive:

    Grazie a Manlio per questo bellissimo ricordo, che non conoscevo. Ho studiato alla facoltà di economia aziendale dell’Università di Venezia dove ha insegnato il Prof. Saraceno di cui ricordo un bellissimo libro di economia aziendale e molti aneddoti dei suoi allievi che sono stati miei professori (Collesei, Bonel, ect.) Sarebbe importante recuperare l’etica di persone come Saraceno, come Cuccia, come Mattei. Purtroppo viviamo un mondo invece dominato da soggetti il cui unico scopo è fare “soldi” come non importa, anche da posizioni manageriali di importanza cruciale per il paese. Non voglio aggiungere altro, ma ci sono persone imbarazzanti che purtroppo continuano a ricoprire ruoli importanti e che purtroppo non hanno nemmeno un minimo di dignità per farsi da parte. E poi si vedono nel tempo i disatri di questi soggetti…….e nessuno chiede mai il conto. Anzi!

Trackbacks/Pingbacks