Nel PDL sono liberali? No, socialisti: sostengono Hollande

– E adesso che tanto Hollande quanto Sarkozy hanno preso le distanze da Berlusconi, cosa diranno i suoi sostenitori italiani che si erano precipitati a manifestare simpatie per il candidato socialista?

Il più sollecito, manco a dirlo, era stato l’ex ministro dell’economia Giulio Tremonti, piacevolmente incredulo davanti alla nuova possibilità di accreditarsi come Cassandra con il più classico degli “io ve lo avevo detto”. A ruota l’avevano seguito personaggi di prima e seconda fascia del PDL capeggiati dal presidente del senato Schifani.

Sicuramente per alcuni era stata niente più che l’occasione di prendersi una rivincita nei confronti della “culona” che presiede il Bundestag e che nell’immaginario di molti è la principale artefice del declino europeo. Per altri il modo per accreditarsi come interpreti di un futuro cambiamento negli assetti di politica economica continentale. Infine, e crediamo sia stato così per i più, un gettare finalmente la maschera su quale cultura anima le scelte di politica economica degli ultimi 18 anni, ovvero quella subdolamente statalista.

Il partito liberale di massa annunciato il 26 gennaio 1994 non è mai esistito. Gli ingenui illusi che vi credettero (fra cui chi scrive) furono vittima del peggiore degli inganni, perché chi allora prometteva l’alleggerimento del peso dello stato nell’economia, la liberazione delle forze produttive del paese dal giogo di una pressione gabellare insopportabile, lo faceva per propaganda: in quel momento, con quei discorsi, si era quasi certi di passare all’incasso delle urne.

Dopo quasi un ventennio perso in promesse mai onorate quegli stessi politici cercano di rifarsi il make up attraverso un’operazione di naming tanto debole quanto ingannevole. Diffidatene! Quello che vogliono realmente, lo rivela anche l’appoggio al vetero socialista d’oltralpe, è che tutto rimanga com’è, ovvero uno stato che ha la pretesa di governare ogni aspetto della vita dei suoi cittadini senza rinunciare al peso di una macchina burocratico-clientelare che assorbe, fagocita, annulla il reddito prodotto col lavoro.

Dopo le dimissioni di Berlusconi dalla guida del Paese le accuse alla sua politica si sono fatte concentriche. Nella conferenza stampa del primo maggio Monti ha espresso “sdegno” per le esternazioni del segretario del PDL, partito che comunque lo sostiene in parlamento, e delusione per quella rivoluzione del ’94 mancata alla quale lo stesso premier rivela di aver creduto.

La coperta pidiellina si rivela definitivamente troppo corta per occultare 18 anni di politiche insufficienti, tanto a destra (i liberali delusi) quanto a sinistra (gli abboccamenti tremontiani in favore del candidato socialista all’Eliseo).

Liquidato il passato recente, resta da chiedersi come si sposterà l’asse della politica europea. I segnali che arrivano indicano una convergenza sul rigore dei conti pubblici del binomio Monti-Merkel e un approccio più elastico, quando non contrario, del resto dell’Europa. Se passasse la linea politica dei “ribelli” alla Hollande i precari equilibri della casa europea sarebbero veramente a rischio, con buona pace di chi da noi per un verso si dice convintamente europeista e dall’altro salta a pie’ pari sul carro del vincitore per partecipare ad una sterile vittoria che ha il sapore della rivincita personale contro la cancelliera.

Il 6 maggio probabilmente Hollande vincerà. Qualcuno quel giorno anche in Italia festeggerà con un buon Franciacorta. Ricordiamocene, quando cercherà di smentirlo.


Autore: Costantino De Blasi

Nato a Brindisi nel 1968, vive fra Salerno e Milano. Risk manager per una società di brokeraggio e consulente finanziario. Seguace di Friedman e della scuola liberista di Chicago, è iscritto a FARE per Fermare il Declino, e candidato al Senato.

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