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L’Egitto e le diverse anime della Primavera Araba: ancora disordini

- Ciò che sta accadendo in Egitto in questi giorni a un occhio inesperto può apparire come un riacutizzarsi della stessa rivolta cominciata lo scorso anno a causa della delusione sull’esito delle riforme istutizionali da parte di alcuni attori che vi avevano preso parte.

Da un lato è pure così, poiché in effetti si tratta di masse che avevano partecipato alla prima fase di quella che – erroneamente o meno – è stata chiamata la “Primavera Araba”. Bisogna però analizzare chi sono i protagonisti di questi clash che hanno causato 20 morti soltanto il 2 maggio, il che può aiutare veramente a capire come funziona lo Stato egiziano e quali sono le posizioni di forza nella politica de Il Cairo.

Innanzitutto è d’obbligo segnalare che i manifestanti di questi giorni fanno parte di quella setta islamica salafita che porta avanti una visione delle Scritture coraniche più dogmatica e tradizionale: questa è la base ideologica dell’odio nei confronti della secolarizzazione occidentale e dell’Occidente in generale, nonché della segregazione femminile. Le loro proteste sono esplose in particolare dopo che la Corte Costituzionale ha escluso diversi candidati dalle presidenziali del prossimo 24-25 maggio, e tra questi il candidato di riferimento dei salafiti, Hazem Abu Ismail.

Tale esclusione è stata motivata dalla doppia cittadinanza statunitense-egiziana della madre di questi, condizione che va contro il dettato costituzionale approvato dopo la caduta dell’ex-leader Mubarak. Al di là dei tecnicismi, la decisione di eliminare dalla corsa elettorale Ismail, e con lui altri 9 candidati, rispecchia il panorama politico egiziano odierno che è senza dubbio piuttosto fluido e composito, ma che ha due protagonisti fondamentali: le Forze Armate (FA) e i Fratelli Musulmani, i quali dopo decenni di ostilità ora stanno cercando di arrivare a una forma di tregua.

La Fratellanza, organizzata sotto forma di movimento (anche a causa dell’impossibilità di darsi la forma di un vero partito per tutto il periodo precedente alla Primavera Araba) è il gruppo che attrae il grosso dell’opinione pubblica egiziana. Durante le elezioni parlamentari è risultato il partito di maggioranza relativa, ottenendo quasi la metà dei seggi sia nell’Assemblea del Popolo che nel Consiglio della Shura (le due Camere).

Per le elezioni presidenziali, invece, inizialmente aveva dichiarato di non voler presentare un proprio candidato, anche per via della sua natura non partitica, per poi far correre per la carica di Presidente, quasi all’ultimo momento, Mohammed Mursi, il suo leader.

La linea politica dei Fratelli Musulmani è quella di un islam non moderato, ma estraneo alle derive dogmatiche del salafismo tradizionale, e nazionalista. Essi sono stati paragonati da diversi analisti, probabilmente con qualche forzatura, al Tea Party americano, ovvero un partito dalle profonde radici religiose che – pur rispettando la laicità dello Stato – non disdegna delle linee politiche apertamente suggerite dai dettami delle Scritture.

Dall’altro lato, le FA, col loro “braccio amministrativo” nel Consiglio Supremo delle Forze Armate (che ha preso il potere dopo Mubarak), sono il vero motore dello Stato, poiché, oltre al controllo politico, hanno anche quello di 1/3 di tutta l’economia nazionale nonché di un’enorme industria bellica che esporta armi in tutti i paesi del Golfo.

La linea politica dei Fratelli Musulmani è, quindi, subordinata alla già citata preponderante presenza dell’esercito nella vita dello Stato. Le Forze Armate, che tramite il Consiglio Supremo hanno interpellato la Corte Costituzionale sui candidati alle presidenziali, si sono poste per certi versi come garanti di una certa continuità dello Stato, senza rotture rivoluzionarie (in termini sia laici che confessionali) bensì con una sorta di evoluzione verso forme di “democrazia vigilata”. Ciò fa sì che i Fratelli Musulmani, seppure maggioranza nel paese, non possano virare né verso l’estremismo religioso né verso posizioni troppo accondiscendenti nei confronti della piazza più democratica.

Tale operazione di chiusura nei confronti dei salafiti, il cui mandante è sostanzialmente rappresentato dalle Forze Armate, è evidentemente la fonte di esasperazione che ha causato le nuove rivolte (che non a caso nei giorni scorsi hanno interessato proprio il Ministero della Difesa), la “riapertura” della piazza. Dà anche un’idea più concreta di come la massa delle rivolte dello scorso anno, pur avendo causato la sconfitta politica definitiva di Mubarak, fosse perlopiù acefala e composita, con attivisti che protestavano e lottavano anche per soluzioni della crisi totalmente opposte, dai blogger attivisti dei diritti umani agli integralisti islamici.

Ciò che li ha legati è stato in ultima analisi l’esasperazione nei confronti di Mubarak, da alcuni visto come un lato leader di uno stato anti-democratico, da altri come troppo accondiscendente nei confronti di Israele e dell’Occidente. Oggi, con l’avvicinarsi delle elezioni presidenziali egiziane, le posizioni in campo cominciano a definirsi e, essendosi palesata la continuità del peso dell’Esercito, i salafiti hanno deciso di riscendere in piazza per combattere questo Stato – un po’ nuovo e un po’ vecchio – che è ben lontano da quello immaginato nella loro interpretazione della Primavera Araba.


Autore: Antonio Mastino

Classe 1983, viene dalla ridente isola di Sardegna. Laureato in Scienze Politiche e delle Relazioni Internazionali, ha formato la propria esperienza nell'analisi internazionale al Ce.S.I. - Centro Studi Internazionali, curando in particolar modo gli scenari geopolitici dell'Africa Sub-Sahariana e dell'Estremo Oriente.

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