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Chi sono, oggi, i veri patrioti dell’Occidente?

– La posizione tedesca sull’affare Tymoshenko ha riproposto, in questi giorni, la questione dell’ “ingerenza democratica” che qualche anno fa era all’ordine del giorno della politica estera occidentale, ma che oggi appare in molti casi ridimensionata nella sua valenza.

Al tempo della crisi, l’Europa sembra poco propensa a perseguire strategie che non siano quelle del “realismo politico” e quindi c’è da scommettere che sulla questione dei diritti umani in Ucraina non si andrà oltre qualche dichiarazione rituale.
La sensazione è che l’Occidente si trovi in una fase di debolezza e di ripiego che non mette in discussione solo la sua capacità di operare ingerenza per la democrazia, ma anche – e ciò forse è più grave – la sua capacità di “ispirare democrazia”, cioè di permettere, attraverso il proprio modello, l’emergere spontaneo nel mondo di sentimenti a favore di riforme di stampo occidentale.

Del resto, dopo la straordinaria stagione delle riforme nei paesi ex-comunisti dell’Europa dell’Est, non ci sono stati più altri ’89.
Anche se qualche maître à penser si era illuso che le rivolte arabe dello scorso anno replicassero le dinamiche di Berlino Est o di Praga, oggi è già chiaro a tutti che non è certo il modello di democrazia occidentale ad essere la stella polare per le masse “liberate” del Cairo o di Tripoli.

E mentre nei paesi mediorientali – anche presso i giovani e le élite culturali – pare sempre più marcata la tendenza alla desecolarizzazione ed all’islamizzazione, paesi come la Russia e la Cina rafforzano la propria posizione geostrategica e fanno “shopping” a livello globale a prezzo di saldo.
Da questo punto di vista la “perdita” dell’Ucraina – con il fallimento della “rivoluzione arancione” -– è stata un segnale abbastanza forte della crisi europea e del cambiamento di vento in atto.

Il fatto è che nel 1989 il “mondo libero” ha vinto non solamente in virtù del suo modello di democrazia, ma anche in modo determinante in virtù della manifesta superiorità del suo modello economico, rispetto alle economie totalmente statizzate del comunismo.
Oggi che nella maggior parte dei paesi sono stati iniettati elementi di mercato, l’Ovest ha perso il relativo vantaggio che aveva fino a pochi anni.

Non competono più la classica economia mista occidentale da un lato e costruzioni economiche totalmente impregnate di ideologia marxista o maoista dall’alto. Ormai il confronto è tra diversi tipi di modelli misti, con un livello di intervento dello Stato nel mercato tutto sommato comparabile in termini complessivi.

Scorrendo l’Index of Economic Freedom dell’Heritage Foundation vediamo che gli emergenti India, Cina, Vietnam e Russia sono considerati ormai solo paesi “mostly unfree”, che è – per fare un esempio – lo stesso rating dell’Italia. Il loro contesto economico non è in alcun modo paragonabile a quello dei pochi paesi che ancora seguono l’ortodossia comunista, come Cuba o la Corea del Nord.
Allo stesso modo, non sono pochi i paesi musulmani a risultare meno statalisti del nostro – e tra questi non solo paesi secolari come la Turchia o il Marocco, ma anche paesi profondamente tradizionalisti come l’Arabia Saudita.

Insomma, a differenza di venti o trenta anni fa, l’Occidente non è più l’unica parte del mondo ad avere “un po’ di mercato” e rispetto ai suoi competitori si trova gravato da un mix di alto debito pubblico, alto debito pensionistico, alto costo del lavoro e dinamiche demografiche sfavorevoli.
Quello che va sottolineato è che il progressivo declino economico del nostro emisfero ha necessariamente conseguenze che travalicano l’economia e che investono in generale il futuro della nostra cultura e di una determinata visione dei diritti e della dignità della persona.

In Italia sia la destra che la sinistra, a modo loro, si mostrano attaccate alle “nostre libertà”, anche se non sempre comprendono pienamente gli effettivi termini in cui si pone la questione della loro preservazione.

A destra risuonano frequenti gli appelli a difendere la cultura ed i valori occidentali, ad affermare – senza provare timori – la superiorità del nostro modello. Le argomentazioni sono talora “fallaciane”, talora identitarie, talora fondate sui princìpi dell’umanesimo liberale e cristiano.
Ma anche la sinistra – senza saperlo o meglio senza riconoscerlo – è affezionata all’Occidente. Lo è implicitamente ogni qualvolta alza la voce su quelle tematiche di libertà personale che finora hanno dimostrato di poter avere diritto di cittadinanza solo nel mondo occidentale.

Tuttavia i principali nemici di questo modello di civiltà non sono gli immigrati o il terrorismo internazionale, come sostiene la destra, e neppure le tradizioni conservatrici e cattoliche, come sostiene la sinistra.
Piuttosto il nostro modello di civiltà rischia di morire di consunzione, perché non più alimentato da un sottostante economico vitale.

Rischiamo di perdere la partita – ed è bene comprendere che la posta in gioco non è solamente l’influenza geostrategica dell’Occidente o la sua capacità attrattiva ed espansiva.
Il rischio, cioè, non è solamente quello di dover abbandonare le velleità di “convertire” altri popoli ai modelli culturali ed istituzionali che riteniamo più giusti. Al contrario lo scenario economico di progressiva contrazione e l’accresciuta pressione del resto del mondo in termini economici, commerciali e demografici, potrà condurre il potere ad illudersi di compensare la nostra debolezza con soluzioni “forti” – e non è detto che già oggi non comincino ad emergere in Europa i germi di nuove forme di autoritarismo.

In fondo molti dei diritti civili e delle libertà personali che abbiamo conosciuto o che vorremmo provare ad ampliare sono conquiste “borghesi”. Sono conquiste di una società che ha la “pancia piena” e che può pensare ai diritti dell’infanzia, all’emancipazione della donna, agli orientamenti sessuali minoritari, alla tutela della privacy, ai diritti della difesa nel processo, alla dignità dei detenuti. Ma se andremo dritti verso il baratro economico, c’è da scommettere che – come tante volte è avvenuto nella Storia – la gente sarà disposta a barattare i propri spazi di libertà con una presunta “sicurezza” di breve periodo e non mancherà certo il capobranco che si candiderà ad offrirgliela.

Se ci interessa preservare l’ “eccezione occidentale” in termini di libertà civili, governo della legge, pluralità culturale e rispetto delle minoranze allora abbiamo innanzitutto il dovere di salvaguardare la praticabilità economica dell’Occidente. Chiunque si riconosca nella nostra civiltà – sia che lo faccia per ragioni “di destra”, sia che lo faccia per ragioni “di sinistra” – deve sentirsi addosso questa responsabilità.
E’ giusto occuparci di libertà civili da noi e nel mondo, ma la vera battaglia alla fine sarà sull’economia. Chi vincerà su quella, vincerà su tutto.
Serve, pertanto, avviare un radicale processo di riforme in senso liberale che consentano al continente europeo di resistere come piazza economica fondamentale nei prossimi anni e riguadagnare un significativo vantaggio sui players emergenti in termini di libertà di mercato.

Insomma, in Italia il vero “patriota” della società occidentale non è  il leghista che difende la polenta contro il kebab – o la femminista di “se non ora quando” – ma è chi vota e fa votare per ridurre tasse, spese e debito e per liberare le energie economiche del paese.


Autore: Marco Faraci

Nato a Pisa, 34 anni, ingegnere elettronico, executive master in business administration. Professionista nel campo delle telecomunicazioni. Saggista ed opinionista liberista, ha collaborato con giornali e riviste e curato libri sul pensiero politico liberale.

3 Responses to “Chi sono, oggi, i veri patrioti dell’Occidente?”

  1. 1972 scrive:

    Articolo ben argomentato e conclusioni condivisibili. Grazie. Saluti.

    Enzo Reale

  2. Andrea B. scrive:

    Articolo che condivido in pieno ed aggiungo che una certa prosperità economica servirà anche perche “il soldato di guardia in cima al muro” costa e costerà sempre di più.
    La discussione sugli F35 (al netto degli argomenti pacifisti, per i quali anche una cerbottana sarebbe un’arma troppo aggressiva) non nasce per caso, questa difficile congiuntura economica.

  3. creonte scrive:

    se per riduzione di tasse si intende irpef va bene, ma non iva o imu.

    se davvero si vuole rendere iberale il paese si deve creare un mondo più agevole ai giovani che lavorano e più difficile ai meri possessori di case

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