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Voto di sfiducia. Non vincerà Hollande, perderà Sarkozy

Sembra ormai molto probabile che l’iper-attivista Sarkozy, l’uomo delle riforme e del cambiamento, dovrà accontentarsi, a differenza di de Gaulle, Mitterand e Chirac e come Giscard D’Estaing, di un solo mandato. Il primo turno delle elezioni ha confermato ciò che i sondaggi indicavano già dal 2008, ovvero che i francesi non hanno più fiducia nel cambiamento promesso nel 2007. 

Le analisi di questi giorni, a loro volta, ci dicono che le possibilità per il Presidente uscente di guadagnare il terreno perduto sono molto, molto esigue. In particolare, Sarkozy ha perduto la sua capacità di attrarre il voto popolare e periferico che si rivolge solitamente verso le estreme e dunque anche verso il Fronte Nazionale. Solo una parte minoritaria, secondo l’Ifop il 45%, del voto lepenista al primo turno confluirà su di lui al secondo. Allo stesso modo, si prevede che il voto centrista sarà ripartito in parti più o meno equivalenti tra Hollande, Sarkozy e l’astensione.  Il bacino di voti su cui il Presidente potrà contare il 6 maggio è dunque piuttosto ridotto, mentre Hollande dovrebbe fare quasi il pieno (più dell’80%) dei voti del leader del Front de Gauche Mélanchon.

Proprio la promessa di innovazione di Sarkozy è alla base della crisi di consenso che lo ha accompagnato sin dal 2008: le enormi aspettative, in particolare attorno ai problemi oggi più sentiti dell’occupazione e del potere di acquisto,  da lui create nel 2007, in un contesto di forte preoccupazione per il futuro e di delusione nei confronti della politica,  sono andate presto deluse (la disoccupazione negli ultimi cinque anni ha conosciuto una forte impennata). Sarebbe comunque ingeneroso addebitare questo risultato solo agli errori – che pure ha commesso –  del Presidente francese, data la gravissima crisi economica che stanno attraversando le nostre democrazie, rispetto alla quale nessun leader europeo sembra essere stato in grado di fornire risposte davvero efficaci.

La presidenza di Nicolas Sarkozy, infatti, è stata una presidenza segnata da numerosi e importanti interventi e riforme – dalla Costituzione all’Università, dalle pensioni all’amministrazione pubblica, dalla formazione professionale al lavoro – i cui effetti si vedranno probabilmente negli anni a venire. Nella vulgata odierna la Francia starebbe archiviando una presidenza bling bling molto agitata e poco concreta, che si è anche macchiata della colpa di troppa condiscendenza nei confronti della politica di rigore del vicino tedesco.

Così i francesi hanno voluto sanzionare il loro, un tempo amato, presidente: tra gli elettori di Hollande è significativo il fatto che proprio la volontà di punire il presidente uscente costituisca la motivazione maggiore del voto, seguita  a notevole distanza dalla convinzione che il leader socialista possa migliorare l’attuale situazione del paese. Ma non paiono particolarmente entusiasti e convinti questi elettori, se così pochi attribuiscono a Hollande doti che solitamente vengono ritenute fondamentali per chi ricopre il ruolo più importante della politica francese, come il possedere la stoffa presidenziale, il coraggio, la competenza,  l’esperienza e la capacità di decidere. Doti che, invece, gli elettori Ump continuano ad attribuire al loro leader (dati Ifop).  Se i francesi sceglieranno Hollande, dunque, non sarà perché ripongono in lui molta fiducia, ma perché cercano comunque un cambiamento.

Da  Hollande, che tanto ha giocato sull’immagine dell’ uomo “normale” e “rassicurante”, in Francia e in Europa ci si aspetta una politica, da lui stesso promessa, che punti di più sulla crescita. Anche se questa linea, da tempo invocata dal Fondo monetario internazionale, sembra ormai farsi strada nella stessa Germania della Merkel (certo, anche come conseguenza dei risultati del primo turno delle presidenziali ) e considerato il pragmatismo dell’attuale presidente francese, un pragmatismo che si colloca nella tradizione gollista,  è molto probabile che un suo secondo mandato si adatterebbe a questa  tendenza.

Le incognite che pesano su un ritorno dei socialisti all’Eliseo sono molte. I socialisti francesi – ancor più dei gollisti – continuano a credere molto nel ruolo dello Stato nell’economia e nell’efficacia del suo potere regolatore e mantengono da sempre un rapporto piuttosto difficile e ambiguo con l’idea del libero mercato. Hollande nel suo programma ha promesso il controllo della spesa pubblica, ma è difficile capire come ciò si possa conciliare con proposte come un abbassamento dell’età pensionabile, la revisione del meccanismo di riduzione del numero dei funzionari pubblici, la creazione di nuovi sessantamila posti nel settore dell’educazione (tradizionale bacino elettorale dei socialisti) e altre misure analoghe.

Hollande, inoltre, non è Mitterand, non controlla il suo partito, che come si è detto mantiene al suo interno posizioni diffidenti nei confronti del mercato e della libera impresa. Certo, sarà interessante vedere quali rapporti si istituiranno tra un Hollande presidente e il Ps e se le annunciate dimissioni  di Martin Aubry in caso di vittoria socialista saranno sufficienti a trasformare un partito che  – come ha rilevato in modo convincente il politologo Gérard Grunberg – non ha mai completamente interiorizzato la natura presidenziale del sistema francese, in un partito del Presidente. Così come sarà altrettanto interessante osservare se esso sarà in grado di sfruttare il suo ritorno all’Eliseo e presumibilmente al governo per trasformarsi in un partito finalmente riformista, più autonomo rispetto ai sindacati e in particolare alla CGT. Gli annunci della campagna elettorale – oltre agli esempi già riportati, si pensi alla proposta di costituzionalizzazione della pratica della concertazione – e le dichiarazioni fatte in occasione del Primo Maggio, con le quali il lavoro viene identificato con il sindacalismo,  non fanno ben sperare, ma è giusto concedere il beneficio del dubbio.

Concesso il benefico del dubbio, però, appare realistico supporre che difficilmente un socialismo alla francese potrà portare grandi benefici a un paese in difficoltà e non è difficile immaginare che tra cinque anni il capriccioso elettorato francese – si pensi che dal 1981 al 2002 nessun governo è mai stato riconfermato – tenterà di nuovo la carta del cambiamento. Come è noto il brillante Jean François Copé,  guida dell’Ump, sta alacremente lavorando per essere pronto per quell’appuntamento.


Autore: Sofia Ventura

Nata a Casalecchio di Reno nel 1964, Professore associato presso l’Università di Bologna, dove insegna Scienza Politica e Sistemi Federali Comparati. Studiosa dei sistemi politici in chiave comparata, ha dedicato la sua più recente attività di ricerca ai temi del federalismo, delle istituzioni politiche della V Repubblica francese, della leadership e della comunicazione politica.

2 Responses to “Voto di sfiducia. Non vincerà Hollande, perderà Sarkozy”

  1. Sarkòoo… Palazzo dell’Eliseo a casa, Carla presto in Italia e HAPODI nel WC :) Meeeglio Hollande

    Ma c’è qualche neoliberisti/anarcocapitalisti che difende la convenzione di Berna sul copyright di almeno 50 dopo la morte dell’autore, anche per sempre? Evviva Disney anarcocapitalisti, fguash… ma qalcuno c’è su libertiano?

  2. lupettoblu scrive:

    io aspetterei un po’ a fare il funerale del tappo…

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