– Tutti noi sappiamo cosa aspettarci ogni anno dal celebre concerto del primo maggio.

Sappiamo che è ideologizzato, che viene pagato dai contribuenti, che rappresenta solo minima parte dei lavoratori italiani, che per un buon 70% i presenti in Piazza San Giovanni non sono lavoratori e alcuni nemmeno studenti. Insomma, che il concertone sia un’occasione come tante per fare baccano a spese di Pantalone è palese, ma ribadirlo rende forse un buon servizio a qualcuno? Tutto questo è stato già detto, già scritto, e di certo non è servito a rendere il primo maggio la vera festa di ogni lavoratore o ad informare la scelta degli artisti a criteri più pluralisti.

La frittata è ormai fatta, e da molti anni. Eppure sarebbe riduttivo leggere la storia del concertone come un’egemonia culturale esercitata negli anni dai sindacati riuniti, che pure di colpe ne hanno – molte anche gravi. Piuttosto, l’annuale adunata di San Giovanni è divenuta appannaggio della sola sinistra radicale per l’inerzia dell’Italia moderata che, per sua natura, il primo maggio ha ben altro da fare piuttosto che “pogare” sotto un palco: stare in famiglia dopo tanto lavoro, per esempio. Vi sono mille ragioni per cui lamentarsi di questo modo di celebrare la festa dei lavoratori, ma come spesso accade le colpe non sono solo da una parte.

La classe politica di centrodestra, ad esempio, non ha mai saputo (e probabilmente non ha mai voluto) creare una narrazione, un immaginario collettivo che si appropriasse del primo maggio in termini differenti da quelli della sinistra sindacale che, per natura di cose, ha finito per impossessarsene. E’ una mentalità perdente, analoga a quella che ha permesso ai partiti di lottizzare il servizio pubblico televisivo o a certa sinistra di raccontare la Resistenza in modo spesso fazioso e lontano dalla realtà storica. Se la cultura è diventata kultura con la kappa, se il 25 aprile è solo il giorno di Bella Ciao, è successo per una questione di differenze “antropologiche” tra l’italiano medio, intento a lavorare sodo e a preoccuparsi del benessere dei propri cari, e il militante di sinistra che vive dei suoi miti, della sua ideologia, aspettando quei pochi giorni di gloria segnati di rosso sul calendario.

Ciononostante, quella del primo maggio è un’occasione persa dalla maggioranza degli italiani per ribadire la superiorità dei propri ideali su un’ideologia retrograda, antimoderna e sconfitta dalla storia. Se si volesse – e questo sarebbe compito di una classe dirigente all’altezza – si potrebbe raccontare un primo maggio con basi ideologiche persino diverse da quelle che storicamente lo caratterizzano. Anzitutto, si potrebbe chiarire una volta per tutte che la festa dei lavoratori non è un diritto, ma una conquista di una società sviluppata in grado di concedersi il lusso (perché di tale si tratta per miliardi di lavoratori nel mondo) di fare festa per un giorno, tanta è la ricchezza prodotta dall’Occidente libero e democratico. Si potrebbe chiarire, inoltre, che la pianificazione economica, laddove attuata, non ha generato altro che miseria, e dove non ci sono né produzione né lavoro non può esservi alcuna festa dei lavoratori. Nella Cina di Mao o nella Korea di Kim Jong Il non erano i lavoratori a fare la festa, ma il Partito a fare la festa ai lavoratori.

Di tutto questo i giovani con le bandiere rosse che arrivano da ogni angolo dello stivale per “pogare” sotto il palco del concertone non sono consci, ma d’altronde come si dice: “so’ ragazzi”, è stupido biasimarli. Winston Churchill sosteneva che chi non è di sinistra a vent’anni non ha cuore. Probabilmente è vero, e per questo al concertone sono tutti intenti a raccontare che i protagonisti della giE sornata sono i giovani, finanche più dei lavoratori. Il punto, però, è che quei giovani votano. E l’Italia che crede nel progresso, quello vero, non vorrebbe mai che i lavoratori del domani stessero sin da oggi dalla parte della Camusso.