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Toponomastica e ideologia andrebbero distinte

– La toponomastica è una traccia della sedimentazione storica e civile, direi culturale, di una città. Dare un nome a una strada è un atto burocraticamente banale, ma il complesso dei nomi – il complesso delle scelte – è un indicatore di un’idea del proprio patrimonio storico. E ai “forestieri” accolti nello spazio urbano (per definizione una calamita) la città sembra dire attraverso la sua toponomastica: “Vi spiego dove state arrivando”.

La memoria storica locale è fatta di curiosità, tradizioni popolari, leggende. Ma è fatta anche di ideologia. Che, come spesso accade, nei suoi simboli non mette tutti d’accordo. In questi giorni a Roma si scatenano le polemiche sull’esistente via Lenin (da cancellare?) e sulla possibile ma improbabile via Almirante. Esemplificativa l’ironia di Claudio Ortale (Federazione della Sinistra, XIX Municipio): “Dopo la soppressione di via Lenin, sopprimeranno via dei Gracchi e viale Spartaco”. E’ palese che Lenin e Spartaco siano ben diversi nel contesto della storia di Roma: metterli sullo stesso piano significa valorizzare il lato simbolico di Lenin come liberatore universale, quindi anche romano. E infatti Ortale continua: “Lenin con la Rivoluzione russa dette il segno della possibile liberazione dell’Uomo”.

Al di làdel fatto che, in Libertiamo, la pensiamo diversamente su Lenin, è interessante notare l’evidenza di una “religione civile” alla base dell’attribuzione a Lenin di una strada. Fa scuola l’Emilia Romagna, dove – oltre a un busto di Lenin nella reggiana Cavriago – resistono numerose celebrazioni del socialismo e del comunismo. Che Guevara, il Vietnam, Mao, la Rivoluzione d’Ottobre, Stalin: tutti rigorosamente ricordati nelle targhe di vie e piazze. Addirittura a Reggio la piazza principale, dove coesistono cattedrale e municipio, già piazza Grande e poi piazza Vittorio Emanuele, dal 1945 è intitolata al dirigente socialista Camillo Prampolini. La scelta (politica) di rinunciare a nomi ideologici, se un giorno si farà, servirà solo a coprire la scelta di accogliere simboli che hanno dato significato e consistenza alle vite di milioni di italiani. In una gigantesca illusione collettiva, diciamo qui a Libertiamo. Ma pur sempre collettiva, e dunque “memorabile”, degna di memoria.

Togliere oggi il busto di Lenin a Cavriago non ha alcun senso. Quel busto testimonia la passione civile dei cavriaghesi del 1921 verso la Rivoluzione d’Ottobre: il consiglio comunale raschiò infatti il fondo del proprio bilancio per dare denaro ai compagni russi. Insomma, è storia di paese.

A Berlino alcuni suggeriscono di spostare dal Marx-Engels Forum (un parco che forse verrà edificato) la celebre statua di Marx e Engels che fa mostra di sé dal 1986. A 23 anni dalla caduta del Muro, Berlino Est non esiste più – nemmeno fisicamente. Alcuni simboli sono stati rimossi: la statua di Lenin nel 1992, quando Leninplatz diventò Platz der Vereinten Nationen. Altri no: la Karl-Marx Allee, fino al 1961 Stalinallee, si chiama ancora così. I berlinesi hanno avuto modo di fare i conti – immediatamente – con i simboli più scomodi, inopportuni o di cui si vergognavano di più. La rimozione post-dittatura fa parte di un’operazione di tabula rasa necessaria a ribadire la discontinuità col passato. Ma dopo 23 anni non ha senso riaprire il discorso sui simboli che hanno resistito.

Il peggior servizio che si possa fare alla sedimentazione della memoria è litigare (con le armi dell’ideologia e del senno di poi) sulla toponomastica. Tornando a Roma, sull’opportunità di aggiungere una via Almirante o cancellare una via Togliatti. Si assume che Almirante abbia sulle sue spalle la responsabilità di un partito neo-fascista che ha avuto, al suo interno, contaminazioni anche eversive (dimenticando che i neo-fascisti “eversivi” dell’Italia repubblicana furono quasi tutti anti-almirantiani), ma quello che non si farà è trasporre il dibattito sul piano della memoria culturale. E’ più semplice liquidare il discorso sul piano del fascismo e dell’antifascismo. Piuttosto occorrerebbe chiedersi se la memoria storico-civile dell’esperienza di Giorgio Almirante come uomo politico sia così significativa oggi da dedicargli una strada. La risposta probabilmente sarebbe no, al di là delle sue idee.

La giunta milanese rischia di commettere il medesimo errore. Per ora è certo che si farà qualcosa per Aldo Aniasi, così accontentando non solo la maggioranza di centro-sinistra ma anche quei socialisti che vorrebbero una via per Craxi (e non l’avranno). Il parchetto di piazza Durante è stato invece già dedicato a Fausto e Iaio: due ragazzi morti in circostanze non chiarite del tutto, militanti del Leoncavallo dei primi tempi. I giardini sono nel quartiere dove vissero, militavano e morirono.

Aniasi da un lato, Fausto e Iaio dall’altro rasentano lo schema ideologico del “dimmi a chi intitoli e ti dirò chi sei”, lo stesso schema che s’intravvede nel dibattito romano: ma – per fortuna – non è così. Perché si tratta di un sindaco ancora rimpianto da una parte di milanesi, e di due giovanissimi che (pur nel clima estremo del 1978) amavano il loro quartiere, e provavano a combattere lo spaccio di eroina e il degrado.


Autore: Massimiliano Melley

Nato a Milano nel 1975, si è laureato in Scienze Politiche a Milano e ha conseguito un master in Spettacolo Impresa Società alla Bicocca (facoltà di Sociologia). Ha scritto di politica lombarda ed estera su "L'Opinione" e attualmente collabora con il quotidiano online "Milano Today".

2 Responses to “Toponomastica e ideologia andrebbero distinte”

  1. Umberto scrive:

    con Libertiamo provammo un anno fa a intitolare una strada a Ronald Reagan. Ci è stato detto che è consuetudine attendere almeno 10 anni dalla morte. Ho messo sul calendar l’appuntamento per il 6 giugno 2014

    https://www.facebook.com/groups/130933346976002/

  2. romain scrive:

    dunque, credo che a Roma Via Lenin resterà, via Almirante non verrà mai inaugurata, il lunghissimo Viale Togliatti (1000 numeri civici, 20 mila abitanti) resterà, forse verrà creata Via Berlinguer, e Viale Unione Sovietica, una importantissima via del Villaggio olimpico, non cambierà mai il suo nome in Via Russia. A Budapest invece tutte le vie con nomi comunisti sono state ribattezzate con nomi di persone che hanno combattuto per la libertà. In Italia, e a Roma in particolare, la toponomastica è appannaggio assoluto della sinistra: non è una critica, è una constatazione.

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