Tagliare é necessario, ma impossibile. Per ragioni ‘politiche’

– La mancanza di un programma credibile per uscire dal declino testimonia quanta poca speranza nel futuro sia rimasta in Italia, e l’immobilismo dell’attuale governo dimostra che il problema non era (solo) Berlusconi. Purtroppo ciò che è economicamente necessario è spesso politicamente impossibile.

Se si vuole fare qualcosa per il paese bisogna dunque escludere considerazioni di fattibilità politica: nessuno vorrà mai mettersi contro il pubblico impiego, i sindacati, le grandi industrie, le banche, le organizzazioni malavitose, i politici nazionali, i politici locali, le corporazioni professionali, i dirigenti ministeriali… Un programma di riforme richiederebbe come minimo di lavorare sulle finanze pubbliche e l’efficienza economica. Ed ogni singola proposta in queste categorie verrebbe salutata da resistenze strenue, se non insormontabili.

L’Italia è il primo paese del mondo sviluppato per le tasse e uno dei primi per la spesa e il debito pubblici. Dato che le tasse e il debito danneggiano la crescita, ma sono necessari a finanziare la spesa, occorre tagliare quest’ultima: meno spesa significa meno deficit, poi meno tasse, infine più sviluppo. Purtroppo, anche per via dell’opacità dei conti pubblici, un piano di tagli dettagliato non esiste. La spesa pubblica non è mai stata tagliata, anche se periodicamente si propone di tagliare qualche briciola: più facile usare l’evasore come capro espiatorio. Draghi, che ha recentemente riportato il tema della spesa al centro del dibattito, ha parlato in passato di tagli del 7% della spesa, e possiamo dunque considerare questa cifra il minimo indispensabile.

L’Italia ha un problema di competitività, dovuto alla bassa produttività rispetto al costo del lavoro, all’enorme carico fiscale concentrato soprattutto su lavoro e capitale, e alle inefficienze della burocrazia. Tagliare le tasse aiuterebbe subito a recuperare competitività, purché si stabilizzi il debito. Si dovrebbe iniziare dalle tasse su lavoratori e imprese, magari aumentando quelle su immobili e consumi (invece di aumentare solo le seconde). E potrebbe servire dismettere il patrimonio pubblico per alcune decine di miliardi l’anno per coprire temporaneamente il deficit.

Chi crede che la crescita sia dovuta soltanto a misure fiscali è totalmente fuori strada. La crescita è un fenomeno di lungo termine, e richiede risparmi, competitività, efficienza, sistemi finanziari sviluppati, un sistema giuridico affidabile. Bisogna semplificare la burocrazia, che spesso serve solo a generare rendite di posizione; ridurre la pressione fiscale, compatibilmente con la riduzione del debito; far funzionare la giustizia civile, che è necessaria per punire i comportamenti opportunistici; liberalizzare treni, aerei, navi, autobus, pullman, taxi, perché è con i trasporti, soprattutto a lunga distanza, che si muove la ricchezza; e liberalizzare i servizi: telefonia fissa e mobile, energia, gas, professioni, perché guadagni di efficienza in questi settori avrebbero effetti a catena sull’industria e il terziario. Qualcosa in più, insomma, delle misere riforme subito abortite dei taxi e delle farmacie: servono riforme che l’attuale governo non ha avuto finora neanche il coraggio di proporre.

Tutto ciò che bisogna fare è contrario all’interesse di chi è chiamato a farlo, dunque non si farà mai. Gli italiani dovranno capire, con Mises, che i governi non sono mai liberali, ma è la popolazione che deve costringerli ad esserlo. Per realizzare qualunque piano di riforme strutturali bisognerà contrastare gli interessi dei politici, dei burocrati e dei gruppi di interesse organizzati, che sono gli unici, grazie alle loro rendite di posizione, a beneficiare dello status quo a danno del resto del paese. Si potrebbe pensare che gli italiani dovrebbero riprendere in mano la macchina statale, ma in realtà non sapranno mai come controllarla, essendo il potere sempre elitario. Quello che devono veramente imparare è come difendersi dal più grave pericolo per il loro futuro: la classe dirigente – o meglio ‘digerente’ – di questo paese.

 


Autore: Pietro Monsurrò

Nato a Roma nel 1979, ha un Dottorato in Ingegneria Elettronica e ha studiato economia alla London School of Economics. Ha scritto per l’Istituto Bruno Leoni, per Liberal, per Chicago-Blog e per Liber@mente.

10 Responses to “Tagliare é necessario, ma impossibile. Per ragioni ‘politiche’”

  1. Camelot scrive:

    Tutto perfetto. Se non fosse che hai proposto di aumentare le tasse su immobili e consumi. Giammai! Si privatizzi, piuttosto, una parte degli Atenei (perché devono essere pubblici?), e ci si premuri di abolire anche il valore legale del titolo di studi (si creino migliaia di piccole Bocconi e, con una parte dei risparmi derivanti dalla privatizzazione, si istituiscano borse di studio, nella forma del prestito o dell’erogazione a fondo perduto, per i “poveri più meritevoli”); si estrometta dai servigi del Servizio Sanitario Nazionale chiunque abbia più di un certo reddito e sia nelle condizioni, dunque, di stipulare una polizza assicurativa privata; si defascistizzi, e dunque decomunistizzi, il Paese ponendo fine a quell’obbrobrio voluto da Mussolini nel ’29 e che ha nome TFR (e che, nel mondo, abbiamo solo noi), per dare al lavoratore più libertà di scelta e più soldi in busta paga. E tante e tante altre cose ancora. Ma mai si proponga di aumentare le imposte su qualcosa per ridurle su altro. Mai avverrebbe e ci si troverebbe solo con più tasse.

  2. Massimo74 scrive:

    Sempre un piacere leggere i tuoi articoli caro Pietro.
    Sì, Mises aveva perfettamente ragione nell’affermare che è il popolo che deve costringere i governanti ad agire da liberali.L’unico problema è come fare a tradurre tutto ciò in atti concreti visto e considerato che metà della popolazione di questo paese vive (direttamente o indirettamente) di stato e come tale non ha alcun interesse a cambiare l’attuale status-quo.

  3. Pietro M. scrive:

    Camelot: che siamo governati da un’organizzazione a delinquere lo dico e lo ripeto sempre. Però il mio articolo comincia assumendo che i problemi politici non esistano, proprio perché nessuna proposta intelligente è anche politicamente realizzabile. Ciò che è politicamente possibile è sempre iniquo, inefficiente, ingiusto, irrazionale, miope.

    In quest’ottica, ridurre la spesa è la priorità di cui parlavo. 7% del PIL (Draghi) fanno 100 miliardi. Tagliare le tasse su lavoro e imprese però è necessario subito per motivi di competitività.

    Quindi la scelta è tra:

    1. dismissioni patrimoniali per coprire il buco del taglio delle tasse nel breve termine (meno tasse subito, meno spesa entro un paio d’anni)

    2. cambiamento del carico fiscale dai fattori produttivi ai consumi, essendo le tasse indirette meno distorsive e gli immobili meno produttivi.

    Ovviamente nessun metterà in pratica queste idee. E quello che sta accadendo è proprio che si aumentano le tasse su consumi e immobili senza tagliare quelli su lavoro e capitale. Anzi, con le riforme del lavoro, l’aumento delle aliquote INPS sui parasubordinati, e i vari bolli extra decisi ad Agosto, si sta facendo di tutto per distruggere l’economia per sempre.

  4. pippo scrive:

    Abolire il sostituto d’imposta

    IVA direttamente allo Stato con i pagamenti elettronici (carte, bonifici ecc)

    Imposte divise tra Comune – Regione – Paese membro – Unione Europea

  5. Massimo74 scrive:

    @pippo

    Se vuoi abolire il sostituto d’imposta, dai il tuo sostegno alla battaglia di Giorgio Fidenato:

    http://www.movimentolibertario.com/2012/04/17/tutti-in-tribunale-per-sostenere-fidenato-contro-il-sostituto-dimposta/

  6. Andrea B. scrive:

    Anche l’ Unione Europea ?
    Ma a quanti dobbiamo dare da mangiare ?
    Si va bene, non conosco le aliquote che avrebbe in mente, ma la lista, già di per sè, è preoccupante …

  7. Andrea B. scrive:

    Sorry … aumentare la tassazione su immobili e consumi ?
    Cioè aumento delle aliquote IVA ed IMU “TRIS” ?

    Bene, veramente molto bene …

  8. foscarini scrive:

    Quello che non va è l’affermazione del principio in base al quale lo stato scarica il suo debito sui cittadini. Le tasse che poi vanno a colpire i beni dei cittadini (risparmi e immobili) sono le più odiose perchè colpiscono quello su cui un cittadino contava come acquisito e di diritto suo. In altre parole si tratta di espropri più o meno mascherati.
    Pensare di scaricare il debito sui cittadini non ha nessun senso.
    E non ne ha in particolare nel seno della struttura europea. Piuttosto è meglio che fallisca lo stato, almeno così si licenziaranno tutti quei dipendenti pubblici in abbondante sovrannumero.
    Bisogna porre vincoli e limiti ai poteri di uno stato di interferire con la vita economica dei cittadini.
    Alla fine la lotta per la libertà si è sempre enucleata in questo.

  9. pippo scrive:

    Ogni livello ha le sue competenze e per perseguirle ha bisogno di entrate.

    Ad oggi l’Unione Europea è il livello amministrativo che spende meglio le entrate ricevute.

    Occorre razionalizzare queste entrate.
    Stabilendo la percentuale delle imposte da dividere si ottiene anche la riduzione del numero delle entità dei Comuni e Regioni poichè non sarebbe permesso distribuire fondi al di fuori delle competenze assegnate e quindi si avrebbe una fusione obbligata per avere economie di scala.

  10. guy scrive:

    la prioprieta privata e’ un diritto inalienabile le tasse in italia sono le piu’ alte al mondo troppe tra dirette e indirette. in tutti i paesi anglosassoni sono al 25-30% max
    nessuno investe in italia perche esiste il sindacato e le tasse sono al 65%.
    meglio che lo stato fallisca …………………………………………….invece ..che il singolo strangolato dalle tasse

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