Se vince Hollande, la Merkel non piange

– Che ne sarà dell’asse franco-tedesco, se domenica prossima dovesse vincere François Hollande, non è chiaro nemmeno allo stesso candidato socialista. Benché egli abbia assicurato di volersi recare in visita ufficiale a Berlino subito dopo essere entrato all’Eliseo, la sensazione diffusa tra gli osservatori è che i rapporti tra Francia e Germania siano destinati a cambiare: non più un rapporto sbilanciato a favore della Cancelleria, ma una dialettica destinata a rasentare costantemente lo scontro.

Già nei giorni scorsi ne abbiamo avuto le prime anticipazioni. François Hollande, in tv per discutere del suo programma elettorale, ha ricordato che non può essere la Germania ad avere sempre e su ogni questione l’ultima parola. Come noto, il candidato socialista è contrario ad approvare il Fiscal Compact così com’è, senza disposizioni integrative utili a rilanciare la crescita.

Che cosa intenda con ciò, lo ha spiegato nella lettera comune firmata con gli altri leader progressisti europei (da Pierluigi Bersani a Sigmar Gabriel): più investimenti pubblici, in particolare in infrastrutture, senza naturalmente dimenticare il ferrovecchio della politica industriale, espressione usata volentieri dai socialisti di ogni schieramento per mascherare massicci programmi di incentivazione per questo o quel settore. Secondo l’Economist, che lo ha pubblicamente attaccato nel suo ultimo editoriale post primo turno, Hollande non avrebbe quindi alcuna intenzione di stringere i cordoni della borsa e di ridurre le dimensioni dell’ipertrofico Stato francese, ma punterebbe a comprare tempo, cercando di mantenere il livello di spesa pubblica (giunto al 56% del PIL) invariato grazie ad un corposo aumento della pressione fiscale.

La signora Merkel, che teme di essere raggirata, a maggior ragione in un momento in cui i mugugni in patria per la gestione della crisi diventano più forti per via delle elezioni in due Länder, sarebbe pronta a dichiarargli guerra e al fine di arginare la deriva pro-spesa di Hollande sarebbe pronta a voltare le spalle a Parigi, cercando la sponda italiana di Mario Monti. Così, almeno, ci spiegano le cronache mainstream di casa nostra. L’idea di un patto italo-tedesco per l’Europa non è però né nuova, né originale. Ai primi di marzo fu un gruppo di intellettuali appartenenti ai due paesi a lanciare un appello perché fossero Roma e Berlino ad inaugurare una nuova era nelle relazioni comunitarie, creando in breve una vera e propria unione politica ed economica. Una petizione che, come tante altre nel passato, è rimasta lettera morta. Se Berlino accetterà l’unione politica è perché la considererà vantaggiosa per i suoi interessi, non certo perché gli italiani siano stati particolarmente persuasivi.

L’anno scorso si pensava che i tentennamenti tedeschi sull’intervento in Libia fossero raccolti dal governo italiano, in modo tale da creare un asse europeo contrapposto al fronte interventista franco-britannico. Anche in quel caso la stampa italiana inondò le prime pagine di titoli in cui il tono enfatico di un nuovo patto italo-tedesco andava ben oltre quanto in realtà c’era sul tappeto.

L’intesa, come è noto, non vi fu affatto: l’Italia diede il suo appoggio all’operazione, offrendo le basi militari, mentre la Germania fece un prudente passo indietro. Ora, credere che gli abboccamenti tra Nikolaus Meyer-Landrut, il capo del dipartimento politiche europee della Cancelleria ed il suo omologo italiano Enzo Moavero Milanesi siano una spia di un qualche patto segreto che corre tra Roma e Berlino significa non capire che, anche con una vittoria di Hollande, il motore dell’integrazione dell’Unione rimarrà sempre Oltralpe.

Anzi, lungi dall’essere preoccupata dal suo trionfo, la signora Merkel ha ormai data per scontata la vittoria del socialista francese e ne sta ora studiando attentamente le proposte.Entrambi i candidati sono europeisti, lavorerò bene con chiunque vinca“, si è affrettata a rispondere l’altro giorno a chi l’accusava di essersi immischiata fin troppo nella campagna elettorale francese.

Da buona opportunista che governa prima con i socialdemocratici, poi con i liberali e che ora si appresta persino a prendere in considerazione un’alleanza con gli ecologisti, la Cancelliera tedesca non ha problemi di sorta nel scendere a compromessi con François Hollande, uomo politico il cui stile sembra peraltro non essere così bizzoso come quello di Sarkò. Tra Nicolas e Angela, d’altronde, non c’è mai stato vero feeling, e il fatto che la signora Merkel abbia espresso una preferenza per il marito di Carla Bruni non deve confonderci.

Per la Cancelliera è certamente preferibile continuare il lavoro fatto con chi ha, poco a poco, rinunciato a metterle i bastoni fra le ruote, ma le sue doti di camaleonte della politica le permetteranno alquanto agevolmente di utilizzare a proprio favore anche le proposte di Hollande. Ne sia una piccola prova il fatto che sabato scorso, in un’intervista alla Leipziger Volkszeitung, la Cancelliera ha subito rilanciato l’idea del candidato socialista all’Eliseo di un’agenda per la crescita da promuovere entro giugno. In particolare, la Germania sarebbe pronta a ricapitalizzare la Banca Europea per gli Investimenti (BEI), proprio come richiesto da socialdemocratici e verdi in patria e in Europa.

Se dovessimo fare una scommessa, è molto probabile che il Fiscal Compact verrà ratificato così com’è (e in questo modo la signora Merkel potrà dire di aver messo nell’angolo Hollande), ma che al Consiglio europeo di giugno i capi di Stato e di governo si accordino per nuove misure – in buona parte fatte di sussidi per la periferia – da approvare entro l’autunno.

D’altra parte la Germania, da due anni a mezzo a questa parte, ha poco a poco ritrattato su tutto quanto diceva essere scolpito nella pietra: dal no agli aiuti alla Grecia alle dimensioni dei fondi di salvataggio fino ad arrivare al sostegno della BCE per gli Stati in difficoltà. Lo ha fatto in maniera silenziosa e poco eclatante, secondo la strategia del bastone e della carota che tanto è cara alla signora Merkel. Benché in patria Bundesbank, industriali e quotidiani conservatori oppongano resistenza, la signora Merkel prosegue sul suo sentiero fatto di prudenza e opportunismo. Non sarà certo Hollande a metterla in difficoltà.


Autore: Giovanni Boggero

Nato nel 1987, si è laureato in giurisprudenza a Torino con una tesi in diritto internazionale. Ha studiato anche a Gottinga e Amburgo. Svolge un dottorato in diritto pubblico presso l'Università del Piemonte Orientale "Amedeo Avogadro" e si occupa di Germania per il quotidiano Il Foglio, la rivista Aspenia e per FIRSTonline.

5 Responses to “Se vince Hollande, la Merkel non piange”

  1. creonte scrive:

    è un po’ come dire che il mondo non si cambia col voto e che la politica è solo un reality, mentre il mondo si basa unicamente sulla geografia economica.

    ne prendo atto, e comprendo percè le eprsone siano sempre di più antisistema e votino spesso “il più cookie”

  2. AGC scrive:

    A sentire le parole di oggi al Quirinale del più grande amico italiano della Merkel, in Italia, il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano mi sa che hai proprio ragione. In Italia è partito solo ora il bordello politico contro la Merkel…e sono già sorpassati i nostri partiti.

  3. Sarkò… bye-bye! Hollande manda a ‘fancino il HADOPI e ACTA :)
    Net Neutrality? Vediamo..

    Movimento Pirati

  4. Drago78 scrive:

    Mah… la Merkel no, ma l’Europa intera si. Hollande è un grosso pericolo per l’Europa, i suoi pensieri e programmi non fanno ben sperare. Speriamo non vinca… per il sorriso (stavolta non il pianto XD), e la gioia di tutti.

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