Categorized | Capitale umano

Se chi insegna non insegna, che professore è?

– Molti dei nostri lettori, ne siamo certi, lavorano, o hanno lavorato per un periodo della loro vita.

Sapranno quindi che, perché il lavoro di qualcuno possa essere valutato, il primo requisito è che questo lavoro venga svolto, e che il lavoratore sia presente a svolgerlo.

Sembra un principio chiaro, cristallino, lapalissiano. Eppure, a quanto pare, nell’università di Roma-Tor Vergata, che pure dovrebbe essere un centro del sapere, non lo è poi tanto. Una delle domande del questionario di valutazione della qualità dell’insegnamento che ogni studente deve compilare, infatti, riguarda proprio la percentuale di presenze effettive dei docenti rispetto alle lezioni che dovrebbero tenere.

Le risposte possibili vanno da “0/25% – Lezioni tenute quasi mai o saltuariamente” a “75/100% – Lezioni tenute quasi sempre o sempre”. Insomma, non solo si ammette come possibile il fatto che un docente non vada mai o quasi mai a fare lezione, ma si equiparano nella stessa “classe di merito” il docente che si assenta una volta su quattro e quello che non si assenta mai.

In effetti, nell’università italiana è abbastanza comune vedere professori che fanno lezione quando capita, lasciando, per il resto del tempo, gli studenti abbandonati alla buona volontà di qualche assistente o dottorando. Magari a stipendio zero, ché “non ci sono le risorse”. Succede anche di non vederli per niente, questi professori, perché non tengono nemmeno una lezione di quello che nominalmente sarebbe il loro corso.

Succede che ci siano lezioni annullate all’improvviso, senza nessun preavviso, e che gli studenti scoprano troppo tardi di aver fatto n ore di viaggio a vuoto (con relativa spesa e perdita di tempo) per andare a seguire una lezione che non c’è. Succede che gli orari cambino, che gli esami si spostino, che i programmi si modifichino senza non dico consultare, ma nemmeno avvertire i diretti interessati.

Succede anche, non dico di no, che un professore svolga il suo lavoro con diligenza, che si presenti puntuale a lezione, che indichi e rispetti una data precisa per gli esami e che mantenga i suoi impegni. Questo comportamento, però, viene spesso visto e descritto come una scelta rivoluzionaria ed eroica, anziché come il “minimo sindacale” di rispetto verso gli studenti e verso il proprio lavoro.

E d’altra parte, se in un questionario si ammette come possibile l’eventualità che un docente regolarmente assunto e pagato non svolga alcuna delle lezioni del suo corso, o al massimo una su quattro, e se non esistono sanzioni per questo comportamento, allora si può ben dire che chi si ostina a comportarsi con maggior diligenza, senza per questo ricevere vantaggi materiali, sia un eroe, nel senso che spesso alla parola si dà in Italia, cioè “uno che va contro il proprio interesse”.

E’ vero anche che, come sottolinea il professor Stefano Semplici in questo articolo, la domanda è mal posta, nel senso che non si distingue tra lezioni non tenute sic et simpliciter e lezioni tenute invece da un altro docente in affiancamento, magari perché più esperto di una particolare branca della materia; a maggior ragione, tuttavia, questo ci porta a credere che sia una scelta profondamente ipocrita lasciare agli studenti, in un questionario valutativo, il compito di fare da “guardiani” delle presenze dei professori.

Sarebbe invece più onesto, come chiedono in questo appello alcuni studenti e professori della facoltà di Filosofia di Tor Vergata, che le presenze dei docenti venissero considerate come conditio sine qua non della loro attività didattica, e che fossero monitorate in modo più trasparente rispetto ad un questionario a risposta segreta, “indicando preventivamente e senza stratagemmi o equivoci quante sono le ore di lezione che un professore è tenuto a fare e quali sono le sanzioni per gli assenteisti”.

L’appello, inoltre, pone un problema più generale rispetto a quello delle presenze, e cioè quello dei criteri di valutazione della didattica. Sempre il professor Semplici scrive:

Il valore dell’attività didattica è di fatto azzerato, nascondendosi dietro il pretesto della difficile misurabilità della sua qualità e traducendo poi questa premessa nella legittimazione della più ampia discrezionalità anche rispetto alla sua quantità.

Insomma, anche in questo caso sembra prevalere il solito discorso per cui il problema è sempre ben altro, e, visto che non lo si può risolvere tutto, è inutile anche cercare di risolverne una parte. La “qualità” della didattica è difficilmente misurabile? Beh, allora non misuriamo nemmeno la quantità, facciamo un unico indistinto minestrone, chi ha avuto ha avuto, chi ha dato ha dato, eccetera eccetera.

Contro questa logica, e a favore di un sistema di valutazione che tenga in maggior conto l’impegno individuale, invitiamo tutti i nostri lettori, studenti o docenti universitari, a firmare l’appello promosso dagli studenti di Tor Vergata.

Sperando che, per una volta, la buona volontà di chi desidera davvero mettersi in gioco abbia la meglio sulle resistenze di chi, non potendo impedire la valutazione del proprio operato, gioca a svilirla e svuotarla di senso.


Autore: Marianna Mascioletti

Nata a L'Aquila nel 1983. E’ stata dirigente politica dell’Associazione Luca Coscioni e tra gli ideatori del giornale e web magazine Generazione Elle. Fa cose, vede gente, cura il sito.

3 Responses to “Se chi insegna non insegna, che professore è?”

  1. Gianluca Santesarti scrive:

    pienamente d’accordo!

  2. Dott. Sergio HaDaR Tezza scrive:

    Se si potessero licenziare queste cose non succederebbero…
    Visto che non hanno evidentemente rispetto per gli studenti e non si fanno probemi a rubare lo stipendio, non ci si può certo basare sulla loro onestà e quindi non hanno nessuna autorità morale per insegnare NULLA.
    A CASA E SENZA LIQUIDAZIONE!

  3. Piccolapatria scrive:

    Il ragazzotto fortunello per nascita, sottosegretario del nulla nell’attuale governo, definì “sfigati” per propria colpa gli universitari non ancora laureati a 27 anni e si prese più di un applauso da scioccastri faciloni ma nessuno ebbe l’onestà intellettuale di denunciare da quali concause interne al sistema e al “parco docenti intoccabili” deriva in buona parte la “sfiga”. Per non parlare dell’appellativo “bamboccioni” con cui si rincara la dose dell’insulto generalizzato e pressapochista nei confronti dei giovani che si trovano senza risorse presenti e zero prospettive future e che, per prima cosa, avrebbero diritto, in senso lato, a una classe dirigente meno indegna. Si salvi chi può!

Trackbacks/Pingbacks