Monti-Barroso, bene sul rigore. Ma la crescita?

– Il 13 settembre 2011 l’allora presidente del consiglio Silvio Berlusconi si recava a Strasburgo per illustrare la manovra al Presidente della Commissione europea Manuel Barroso. Nessuna dichiarazione congiunta. L’incontro si era svolto all’ombra di un dubbio: che la data fosse stata decisa per giustificare, in forza del legittimo impedimento, la mancata risposta alla convocazione della Procura di Napoli che proprio quel giorno lo aveva chiamato a testimoniare nell’ambito dell’inchiesta Tarantini.

A margine dell’incontro, solo una lunga dichiarazione ufficiale a unica firma di Barroso, pennellata da punte di retorica europeista (“Con il Presidente Berlusconi ci siamo accordati sulla necessità di un’ulteriore integrazione nell’area euro… Dobbiamo rafforzare la nostra unione economica e monetaria sia per la crescita che per la stabilità”… blablabla).

Allora le misure finanziarie adottate dal governo italiano erano state giudicate soddisfacenti (“L’impegno del governo italiano di realizzare il pareggio di bilancio nel 2013 è un segnale importante di determinazione ed ambizione. Le ultime misure che il Presidente del Consiglio mi ha presentato in dettaglio sono designate per permettere all’Italia di centrare quell’obiettivo. Sono anche benvenute in quanto rappresentano un passo nella giusta direzione verso la rimozione degli ostacoli strutturali che attualmente impediscono all’Italia di compiere il suo potenziale di crescita”). Berlusconi tornava alle polemiche giudiziarie con un voto generoso sui compiti fatti.

Troppo ottimismo. Di lì a poche settimane le misure implementate si sono rivelate insufficienti e l’impennarsi dello spread avrebbe decretato la fine del governo Berlusconi.

Ieri a Bruxelles è stata la volta del presidente del Consiglio Mario Monti, a colazione di lavoro con il Presidente della Commissione europea Manuel Barroso. Al termine, una dichiarazione congiunta sigilla l’unità di intenti. Nessun voto per il professore. Un comunicato stampa a doppia firma.

Ma più che la forma è il merito delle questioni trattate a doverci preoccupare. Secondo Monti e Barroso

“il rilancio della crescita deve avvenire attraverso un impegno senza tregua per il miglioramento della competitività e non attraverso un ulteriore indebitamento. Il consolidamento fiscale deve dunque procedere assieme a degli investimenti mirati per aumentare la competitività e al tempo stesso contribuire a rilanciare la domanda nel breve termine”.

Niente ricorso a nuovo debito, quindi. Il dibattito sulla crescita, negli ultimi giorni, stava conoscendo una deriva pericolosa, con insistenti invocazioni a nuove politiche di spesa pubblica a sostegno della domanda interna. Il partito dei keynesiani, a cui va addebitata la responsabilità della crisi in corso, alza la voce.

Come si possa risolvere una crisi del debito, che ha origine negli abissi di una spesa pubblica sfuggita per decenni ad ogni controllo, con nuovo debito, è un mistero difficile da spiegare. Secondo Keynes, lo stato può servire in funzione anticlica a sostenere i consumi in coincidenza con una crisi della domanda interna. In Italia, questa teoria è stata utilizzata a piacere della classe politica per spendere denaro pubblico e sottoscrivere nuovo debito in ogni fase del ciclo economico. Con il risultato di far salire il debito a livelli insostenibili.

Le affermazioni di Barroso e Monti sembrano quindi dettate da un buon senso che manca in molti opinion maker oggi in azione. Occorre tener fede agli impegni del fiscal compact e del pareggio di bilancio per riacquistare la fiducia dei mercati, dei risparmiatori, degli investitori, venuta meno in questi mesi.

Per uscire dall’immobilismo serve però dell’altro. Come stimolare la crescita? Basta tener duro sperando che i sacrifici degli Italiani bastino a far passare la crisi? Il sacrificio degli Italiani è anche il sacrificio di imprese che chiudono e quindi di tax payer su cui l’erario non potrà contare domani. Frenare la corsa del debito non serve a nulla, se il PIL arretra.

Per la crescita, gli spunti contenuti nella dichiarazione congiunta sono: “investimenti mirati”, non meglio specificati, e lo sviluppo ulteriore del mercato unico “mezzo più importante per la promozione della crescita e dell’impiego a livello europeo”, in particolare nei settori dell’economia digitale, dell’energia e dei servizi.

Una linea politica senz’altro condivisibile. L’integrazione dei mercati ha contribuito alla creazione di valore e di prodotto interno lordo in Europa dagli anni Sessanta ad oggi. In tema di liberalizzazioni, qualcosa si è fatto anche nelle ultime settimane. Va ricordato l’unbundling nel gas, con la separazione tra la rete (Snam) e il principale operatore (Eni). Una mossa che promette di incoraggiare la concorrenza a beneficio dei consumatori.

Ma i risultati dell’integrazione dei mercati si raggiungono a distanza di anni, mentre l’agonia del sistema Italia ha bisogno di una cura nel breve termine.
Quanto meno spettava a Monti osare di più. Il rigore, è vero, è la prima parola d’ordine. Servono tagli alla spesa pubblica incisivi, che solo oggi si possono fare senza temere un crollo dei consensi. I colpi di accetta devono però essere di tale durezza da liberare risorse sia per ridurre il debito, obiettivo cui si può tendere anche con un ciclo di privatizzazioni, sia per allentare la pressione fiscale che oggi sta spezzando la spina dorsale del paese, la rete di imprese da cui si attende l’impulso alla ripresa.


Autore: Diego Menegon

Nato a Volpago, in provincia di Treviso, nel 1983. Laureato del Collegio Lamaro Pozzani della Federazione Nazionale dei Cavalieri del Lavoro. Ha svolto ricerche e scritto per Iter Legis, Agienergia e la collana Dario Mazzi (Il Mulino). Si occupa di affari istituzionali e di politiche del diritto nei temi di economia, welfare, energia e ambiente. Socio fondatore di Libertiamo, è Direttore dell'ufficio legislativo di ConfContribuenti e Fellow dell'Istituto Bruno Leoni. Attualmente candidato alle elezioni politiche 2013 con Fare per Fermare il Declino.

One Response to “Monti-Barroso, bene sul rigore. Ma la crescita?”

  1. Piccolapatria scrive:

    Parole, parole, parole…e vicendevoli pacche sulle spalle che tragicamente rivelano quanto questi comandanti siano incapaci e inadeguati; non hanno la minima idea di che fare per sollevarci almeno un centimetro dal baratro. Ma , anche fosse vero ( e non è vero) che hanno le idee chiare su che strada intraprendere con seria intenzione, siamo ormai fuori tempo massimo; sta andando ogni giorno peggio del giorno prima.I morti non risorgono come Cristo(imprese e cittadini morituri o suicidi) se il direttorio dei lavori va cinicamente e stoltamente contro la loro esistenza. Quel che fa disperare maggiormente è la condizione di povertà indotta per inconsulta espropriazione in forza di legge che ha tolto ogni risorsa vitale uccidendo la possibilità di farci forza e di arrabbattarci in qualche modo per venirne fuori. Nel secondo dopoguerra c’erano le macerie materiali con cui fare i conti e la necessità di ricostruire non solo i muri ma anche una collettività sconfitta con le armi, oggi ci troviamo a vagare in un deserto economico da tabula rasa desolante dove pochi cercano di resistere ancora ma si vedono annaspare con l’ultimo respiro. E che farà il salvatore di nomina regia quando i numeri gli confermeranno che il fantomatico PIl è andato a ramengo, se ne uscirà ancora con la favoletta macabra del rigore fiscale o dell’ingannevole campagna mediatica antievasori quale fumo negli occhi per distrarre il volgo e nuovi fantastici balzelli da esigere dalle prosciugate tasche dei soliti sudditi? Da quelli che magari hanno una casa e la svenderebbero per far fronte ma che non trovano un acquirente neanche per un bianco e un nero? Viva l’italia!

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