– Si può fare campagna per qualcosa di scontato? Pare proprio di sì. Perché succede, con il web. Premi Nobel, esaltazioni, tecno-entusiasmi ingenui come l’amore in età puberale, odi a Internet e al bene che ci porta come se fosse una possibilità da raggiungere, un traguardo verso cui andare, un obiettivo da conquistare con fatica. E non una realtà. Una prassi quotidiana. Un pezzo di vita di ciascuno, semplice. Come aprire il rubinetto e tirarne fuori l’acqua.

Eppure il dibattito italiano sul tema pare viziato da un atteggiamento quasi puerile, da scoperta fantastica, meravigliata. «Internet è fico! Ed è importante! Funziona!», ecco il grido di battaglia, da avanspettacolo, da varietà della tecnologia. Un esempio, su tutti. Per presentare la puntata di Rapporto Carelli dedicata alla Rete la giornalista di Sky Tg 24 , forse non trovando le parole adatte per descrivere un fenomeno così strambo e coinvolgente, ha definito gli utenti di Twitter adepti del social network. Sì, adepti. Proprio come i pazzoidi di Scientology. Dopo la Chiesa Catodica raccontata da David Cronenberg in Videodrome, ecco la Chiesa Digitale, di cui i giornalisti descrivono le liturgie: alla scoperta della religione dei tweet, come se ogni frasetta da pochi caratteri fosse una preghiera dedicata al paese nuovo, alla sempre evocata e altrettanto rimandata Italia futura.

Ma Nanni Moretti aveva ragione e le parole sono importanti, allora l’esaltazione della Rete e un certo linguaggio misterico con cui la stampa e la tv tendono a raccontarla, oltre ad avere una vago sapore di provincialismo, significano qualcosa. Rivelano, in fondo, una certa ignoranza del mezzo. La divinazione è sempre sintomo di misconoscenza, consiste nella sostituzione del sapere con il sentire. Quando i giornali, soprattutto di carta stampata, e i Tiggì parlano della Rete lo fanno come se avvertissero il cambiamento, come se lo temessero, come se, in sostanza, provassero qualcosa rispetto al web senza, in fondo, saperne molto. Persino i tecno-esperti, i quali hanno fatto della normalissima abitudine a connettersi una professione, avallano un atteggiamento del genere facendosi paladini di una mutazione nei fatti già avvenuta, precursori di un costume da tempo consolidato.

Ecco, allora, come nascono, una dopo l’altra, le campagne on-line per la promozione dell’on-line. L’ultima, in senso cronologico, Internet bene comune. La mozione proposta, e firmata, tra gli altri, anche da blogger e giornalisti con una certa competenza in materia, si propone di riconoscere Internet come «elemento positivo e qualificante della vita, che soddisfa i bisogni primari del sapere e della conoscenza». Per raggiungere cotanto obsoleto obiettivo i promotori avanzano l’ipotesi che Internet sia dichiarato bene comune. Va bene, giustissimo, normale, necessario, soprattutto perché le infrastrutture in Italia non sono ottimali. Ma tanto promuovere è, spesso, inutile. (E non solo perché gli appelli, spesso, circolano tra i soliti noti, sempre connessi, mac, iPhone e qualche altro aggeggio Apple in mano). Non per il contenuto in sé, ma per il modo in cui, spesso, le campagne sono narrate. Con il vocabolario della sorpresa.

È vero, si potrebbe obiettare: la politica italiana guarda la Rete con malizia, la legislazione proposta pare sempre ispirata dal sospetto. Ma non è certo con il linguaggio della eccezionalità e della meraviglia che si può incidere e offrire una chiave di lettura alternativa. Il web è la normalità. Lo è già, non deve diventarlo. Piuttosto che esaltarne le doti intrinseche e prevederne le molteplici magnifiche opportunità, conta di più praticarlo. Come normale e utile strumento di vita quotidiana. È il racconto dell’esperienza concreta che rende grande una tecnologia e obbliga il legislatore a considerarla con il dovuto rispetto e la necessaria conoscenza. Quella che pare mancare nel paese delle meraviglie del web.