Per vincere, Romney deve (ri)conquistare la base

– Mitt Romney, ormai candidato unico del Grand Old Party, ha cinque mesi di tempo per ribaltare i rapporti di forza e battere Barack Obama.

Il presidente uscente è ancora in testa nella maggioranza dei sondaggi nazionali. Se si votasse oggi, conquisterebbe 270 grandi elettori (coloro che eleggono materialmente il presidente: negli Usa c’è ancora il voto indiretto), contro i 170 di Mitt Romney e 141 ancora in bilico. La conta dei grandi elettori fa toccare con mano quanto i Repubblicani debbano sudare per riuscire a raggiungere e superare l’inquilino della Casa Bianca. Questi risultati sono rilevati da sondaggi fatti in questi giorni, quando la campagna di Obama non è ancora incominciata. Essendo un mago della comunicazione, il presidente in carica è ancora pronto a stupire gli americani con effetti speciali.

In politica estera può realmente vantare l’uccisione di Osama Bin Laden, una missione che non era stata compiuta da Bush e nemmeno da Clinton prima di lui. Può fare sua la vittoria della Primavera Araba, anche se Obama è stato, al massimo, un osservatore impegnato. La sua fiducia riposta nei Fratelli Musulmani in Egitto, o il suo appoggio incondizionato ai ribelli in Libia, rischiano di rivelarsi due boomerang. Ma nel lungo periodo, non in questa campagna. Gli insuccessi della politica di distensione con la Russia e l’Iran sono cose da esperti: non interessano il grande pubblico.

In politica interna, Obama, da due anni, ha un alibi perfetto: non controlla più il Congresso. Qualsiasi fallimento può essere attribuito ai Repubblicani. Qualsiasi mancata promessa può essere rimandata alla prossima amministrazione: se il Congresso sarà ancora a maggioranza democratica… (altro spot elettorale).

Se Barack Obama sarà un osso durissimo per Mitt Romney, la difficoltà maggiore per il candidato repubblicano viene dalla base del Partito Repubblicano stesso. Due sono le novità nella destra: il Tea Party e il movimento di Ron Paul. E Romney le ha tutte e due contro.

I Tea Party sono un movimento di massa, ormai consolidato da tre anni, quasi istituzionalizzato. Sono loro gli artefici della vittoria al Congresso nel novembre del 2010. Non hanno mai digerito la candidatura di Romney, perché lo giudicano “uomo d’establishment”. Quando c’era da scegliere fra lui e Rick Santorum, votavano regolarmente per Santorum. Nella South Carolina e in Georgia, hanno votato anche per Newt Gingrich. Non c’è un unico coordinamento, né un unico candidato del movimento del tè. Ma una cosa è certa: qualsiasi candidato andava bene, purché non fosse Romney. Che ha perso in tutti gli stati in cui il movimento è più forte.

Le ultime vittorie del 24 aprile non costituiscono un’eccezione, né un’inversione di rotta: il candidato mormone ha vinto dove è più forte la sinistra e il Grand Old Party è più diradato. D’ora in avanti vincerà perché non avrà più rivali, dopo il ritiro di Newt Gingrich. Resta solo il più debole (numericamente) dei suoi avversari, Ron Paul. Che è matematicamente certo di perdere, ma persiste.

Paul, appunto, costituisce paradossalmente la seconda grande novità della destra americana. Paradossalmente, perché è un candidato molto anziano (76 anni), al Congresso dalla fine degli anni ’70 e alla sua terza candidatura presidenziale. Eppure il movimento che ha contribuito a far nascere è nuovo di zecca. I libertari sono in politica dai primi anni ’70, ma questo libertarismo è qualcosa di diverso: è un movimento di massa (e non di élite) coerentemente anti-statalista, costituito da repubblicani delusi, veterani disillusi, pacifisti, ex democratici, qualche simpatizzante dell’estremismo di destra e soprattutto tantissimi giovani che si avvicinano alla politica per la prima volta nella loro vita.

Il logo della “Ron Paul Revolution” (con la “Evol” scritta in rosso e al contrario) è l’unico fenomeno virale nato in area repubblicana a memoria d’uomo. I fan di Ron Paul adorano l’anziano “dottore” (è medico ginecologo) e sono pronti ad accettare come Vangelo tutto quel che dice, inondando Internet di commenti, colonizzando le convention e soffocando ogni dissenso. Proprio in questi giorni un 27enne ha creato un videogioco di Ron Paul: distrugge la Fed, raccatta monete d’oro, accumula delegati per vincere la nomination. Ma siccome la nomination (nel mondo reale) non la vincerà mai, quando sarà eliminato, i suoi fan dove andranno? Si disperderanno, come era avvenuto nel 2008, ma difficilmente voteranno per il mormone. La maggioranza dei libertari considera Obama e Romney come due facce della stessa medaglia.

Alla fine il candidato espresso dai Repubblicani è proprio quello che meno rappresenta il nuovo pensiero della sua base. Potrà cercare di battere Obama solo se riuscirà a riconquistarla. E per riuscirci dovrà fare tutto il contrario di quel che consigliano i classici consulenti di strategia politica.
Dovrà trasformarsi non poco, smettendo i panni del “pragmatico” e del “centrista” e cercando in tutti i modi di diventare un po’ più “estremista”. Dovrà farsi odiare dai media liberal. Dovrà diventare politicamente scorretto. Parlare meno di soluzioni e molto più di principi. Solo allora i veri conservatori inizieranno a rispettarlo.

Allo stesso tempo dovrà conquistare gli indipendenti e i democratici disillusi. Ma quello è il minore dei problemi. Perché gli indipendenti, spesso, optano per il cambiamento, per la rottura col passato, piuttosto che per un non ben specificato “moderatismo”: lo ha dimostrato Ronald Reagan nel 1980 e, dalla parte opposta, Barack Obama nel 2008. Fra l’originale e la copia gli elettori preferiscono l’originale: se Romney seguirà l’attuale inquilino della Casa Bianca sul suo stesso terreno sarà destinato a perdere. Dovrà porsi al suo elettorato come il perfetto anti-Obama. E, soprattutto, scegliersi un vicepresidente che piaccia ai conservatori.

Alla fine, è un compito facile. Il popolo della destra americana chiede una sola cosa: meno Stato. Romney può vantare un pedigree perfetto, da questo punto di vista: sempre stato nel mondo del business e mai stato a Washington DC. Può rappresentare coerentemente la periferia contro il centro e il privato contro il pubblico. Basta che ci creda.


Autore: Stefano Magni

Nato a Milano nel 1976, laureato in Scienze Politiche all’Università di Pavia, è redattore del quotidiano L’Opinione. Ha curato e tradotto l’antologia di studi di Rudolph Rummel, “Lo Stato, il democidio e la guerra” (Leonardo Facco 2003) e il classico della scienza politica “Death by Government” (“Stati assassini”, Rubbettino 2005).

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