Continua la retorica sulla Resistenza, il “passato che non vuole passare”

– Ovviamente non si può non essere d’accordo con l’articolo di Daniel Funaro, quando propone di intendere il 25 Aprile come festa della vittoria della libertà sull’autoritarismo. Se per antifascismo non si intende altro che l’affermazione dei valori di una democrazia liberale, è evidente che ancora oggi non possiamo non dirci antifascisti. Ed è altrettanto evidente che le polemiche che ogni anno accompagnano la ricorrenza della liberazione sanno ormai di vecchio e hanno qualcosa di caricaturale (come ha notato Pierluigi Battista sul “Corriere” del 23 Aprile).

E tuttavia, credo che questa definizione di “antifascismo” come pura e semplice affermazione dei valori della democrazia liberale non faccia i conti con la storia. Il che spiega anche perché certe polemiche, anche quando hanno qualcosa di grottesco e di caricaturale, continuano a essere rinfocolate. Si tratta sempre di quel fenomeno che Ernst Nolte ha definito “passato che non vuole passare”.

Che il fascismo, come fenomeno storico, sia un “passato” è qualcosa su cui, credo, nessuna persona seria avrebbe da obiettare. Il carattere caricaturale di certi gruppi di estrema destra e di certi nostalgici dei tempi ‘eroici’ è dovuto proprio al fatto che si tratta di nostalgia per qualcosa di morto e che, grazie al cielo, non può più tornare. Se il fascismo ‘storico’ è un fenomeno concluso, allora segue che anche l’antifascismo storico ha fatto il suo tempo, essendo difficile concepire un movimento che si definisce per opposizione a qualcosa di ormai defunto. Potrebbe sembrare, allora, che i costanti richiami all’antifascismo e ai suoi valori non siano altro che un tentativo (anch’esso grottesco) di tenere in vita il morto per evitare di morire con lui. D’altro canto, è circa dagli anni ’60 che personaggi avveduti, come Nicola Matteucci, mettevano in guardia sulla retorica dell’antifascismo.

Gli equivoci sull’antifascismo si legano ai problemi nell’interpretazione storica della resistenza. Non è possibile identificare “resistenza” e “antifascismo”, ovviamente, ma non è neppure corretto, almeno a mio parere, continuare a vedere nella resistenza un fenomeno unitario (a meno di non volere continuare a fare della mitologia).

Ci furono almeno due tipi di resistenza al fascismo, nel senso che la lotta al fascismo assumeva caratteristiche diverse agli occhi di chi vi prendeva parte: c’era chi vedeva nella resistenza un conflitto necessario per riportare l’Italia alla situazione precedente la marcia su Roma, cioè alla restaurazione dell’Italia liberale, e c’era chi vedeva nel fascismo la continuazione dell’Italia giolittiana e intendeva la resistenza come primo passo per la rivoluzione. È chiaro che, di fronte a un nemico comune, queste due forze si unirono, ma è altrettanto chiaro che si trattò di un’unione soltanto occasionale, e che subito dopo la guerra sarebbero tornate a contrapporsi.

La resistenza non fu fatta solo dai comunisti (e dai socialisti e dagli azionisti, che però erano forze subalterne al partito comunista), ma l’immagine della resistenza (e, quindi, dell’antifascismo) che è passata alla storia, è indubbiamente quella dei comunisti: la resistenza come rivoluzione mancata, il fascismo come male ancora presente nella società italiana, e così via. Si impose l’immagine del fascismo come barbarie e “errore contro la cultura”, mentre erano in pochi (il già citato Matteucci, Augusto Del Noce, poi, ovviamente, Renzo De Felice), la tesi del fascismo come “errore della cultura”.


Autore: Osvaldo Ottaviani

Nato ad Ascoli Piceno nel 1987, studia filosofia alla Scuola Normale Superiore di Pisa. Ha scritto un libro su H. G. Gadamer ("Esperienza e linguaggio", Carocci 2010) e attualmente si occupa prevalentemente di Immanuel Kant. Liberale da sempre, è socio fondatore dell'associazione Hayek di Pisa e fellow di Italian Students of Individual Liberty (ISFIL).

3 Responses to “Continua la retorica sulla Resistenza, il “passato che non vuole passare””

  1. Carmelo Palma scrive:

    Osvaldo, della Resistenza come rivoluzione mancata e dell’equivoco ideologico che ne è conseguito e che è arrivato dritto dritto fino agli anni di piombo, ha scritto anche Daniel Funaro, con grande chiarezza. Aggiungendo che la Resistenza antitotalitaria e non solo anti-fascista trovò compimento nel 1989, col crollo dell’impero sovietico.
    Però ha ragione Daniel a spiegare – lo dico con parole mie, sperando di non fare torto al suo pensiero – che proprio perchè non accettiamo una lettura conformistica della Resistenza, non possiamo accettare una lettura pacificata e normalizzata del fascismo. C’è una “questione della colpa” anche in Italia (infatti Daniel cita la Germania). Quelli che a destra pensano che la questione anti-fascista è finita con la fine del fascismo sono come quelli che pensano che del comunismo – di quello che è stato, di ciò che in altra forma può tornare ad essere – non si possa più parlare dopo il 1989. Elaborazione contro rimozione, insomma. Questa è la strada onesta. Non quella del linciaggio e del ricatto (“sei stato comunista, sei stato fascista…”). Non quella del come-se-niente-fosse-stato. Perchè i fenomeni storici sono irrevocabili: finiscono, ma non “passano”.

  2. osvaldo scrive:

    Pienamente d’accordo con i rilievi di Carmelo Palma, anche perché ciò che in Italia è ancora vivo del fascismo è una certa idea di stato che tanto i comunisti quanto quasi tutti i democristiani condividevano.

    Per completezza, aggiungo qui il pezzo di articolo che, per disguidi redazionali, è saltato:

    “Chi combatté il fascismo in nome di un ideale non rivoluzionario è stato dimenticato, chi ha riportato alla luce le vittime (spesso non-fasciste) delle violenze successive alla liberazione, è stato massacrato dalla cosiddetta cultura ufficiale. Quando uscirono i libri di Giampaolo Pansa, che documentavano in modo ampio il carattere di “guerra civile” in cui spesso consistette la lotta di liberazione, l’accusa più ipocrita che mi capitò di ascoltare fu che non erano attendibili perché mancavano le note, come se la verità di un fatto potesse essere decisa da una nota! Il vero motivo dell’astio mi fu spiegato da un amico, comunista convinto: uno di sinistra non deve tirare fuori certe cose. La verità spesso ha il difetto di non essere rivoluzionaria e, come diceva Lenin, l’unica moralità è ciò che serve all’azione rivoluzionaria.
    Per contro, si può dire che c’è un senso in cui l’antifascismo militante ha proseguito alcune caratteristiche del fascismo invece che eliminarle: l’intolleranza, la squalificazione morale dell’avversario al posto della critica vera e propria, un profondo sospetto (per non dire di peggio) di fronte all’iniziativa privata, insomma tutte quelle caratteristiche che antifascismo e fascismo condividono in quanto opposti al liberalismo vero e proprio. Per non dire di tutti quegli elementi dello stato fascista che sono rimasti immutati nella successiva Italia repubblicana (pensiamo al ruolo dello stato nell’economia e all’amministrazione della giustizia, per fare solo due esempi). I giustizialisti di oggi si stupirebbero molto nel sapere che eminenti giuristi di epoca fascista teorizzavano apertamente (e in questo erano molto più coerenti dei loro successori) l’insostenibilità della presupposizione di non-colpevolezza.
    In quest’ottica, il richiamo ai “valori dell’antifascismo” e il problema se considerarli valori di una parte soltanto o di tutti gli italiani, rimangono lettera morta finché non si porranno chiaramente i termini della questione. Se per antifascismo si deve intendere ciò che storicamente si intese dopo il 1945, è difficile parlare di valori condivisi, anche perché l’antifascismo stesso si presenta come visione conflittuale, lotta contro un nemico da estirpare, senza, con questo, voler disconoscere il ricordo e l’onore dovuto a chi combatté e perse la vita durante la guerra. Il problema è, ancora oggi, l’uso della storia e di categorie (pseudo)storiche ai fini di lotta politica. La soluzione a questo problema non può essere lasciata solo agli storici, in una sorta di idea crociana della storiografia “giustificatrice” e non “giustiziera” (anche perché non è vero che le ragioni dei vinti e quelle dei vincitori stanno sullo stesso piano). Però è essenziale che si arrivi a distinguere il più possibile la verità storica dalla mitologia politica, perché solo in questo modo il passato può finalmente passare e lasciare posto al presente”.

  3. foscarini scrive:

    Forse il fascismo storico non potrà più tornare. Peccato però che il fascismo sia nella sua essenza un’incarnazione del socialismo e dello statalismo
    Ai tempi del fascismo l’italia era governata da una banda di ladri e corrotti che si abbuffavano con la spesa pubblica.
    Oggi l’italia è punto a capo.
    Anzi forse peggio.
    Il passato ritorna, non lo stesso, ma ritorna.

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