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Amazon con l’e-book salva le foreste. Ma a Greenpeace neanche questo va bene

– Le estenuanti crociate di Greenpeace contro note multinazionali non sono certo una novità, ma il sensazionalismo che da sempre contraddistingue l’organizzazione ambientalista più nota al mondo non deve stupire: senza spettacolarizzare e drammatizzare il proprio operato, senza ritrarre il nemico come una minaccia per la sopravvivenza del pianeta, Greenpeace non godrebbe di un centesimo del suo attuale seguito. A credere che la partita di Greenpeace sia squisitamente politica e si giochi sul mero sensazionalismo vi è anche Sir Patrick Moore, uno dei suoi storici fondatori e oggi convinto oppositore.

Ancor più eloquenti delle parole di Moore sono le accuse infondate che talvolta Greenpeace muove nei confronti di aziende che hanno saputo offrire all’ambiente un servizio migliore di qualsiasi movimento ambientalista. Di recente a finire nel mirino di Greenpeace è stato il colosso dell’e-commerce Amazon, azienda a cui si deve la diffusione su larga scala dei libri digitali che hanno permesso un risparmio di carta mai registrato prima nella storia dell’editoria. Greenpeace accusa la compagnia di Seattle – insieme alla Microsoft di Bill Gates – di utilizzare troppa energia proveniente da centrali nucleari e a carbone anziché soddisfare il fabbisogno dei suoi server e centri dati con energie rinnovabili.

Con un nome ispirato al Rio delle Amazzoni e un’attività sufficiente a dimostrare un impegno concreto per le foreste del pianeta, Amazon si vede ingiustamente attaccato per una questione irrilevante, specialmente se rapportata a quanto di buono la diffusione degli ebook è riuscita a fare negli ultimi anni per la salute dei polmoni verdi della Terra. Ancora una volta, quella giocata da Greenpeace è una partita meramente ideologica. Sarebbe d’altronde ingenuo pretendere un comportamento più onesto da parte di un’organizzazione che da anni strumentalizza il tema della deforestazione, usando le certificazioni sulla sostenibilità ambientale di legno e prodotti derivati come arma contro lo sviluppo del mercato asiatico. In particolare la certificazione FSC, anziché vigilare sulla salute delle foreste, risulta essere un efficace sistema di discriminazione commerciale per proteggere poche grandi aziende occidentali e sbarazzarsi della nuova concorrenza di paesi emergenti come l’Indonesia.

Prima di guardare alla pagliuzza nell’occhio di chi come Amazon ha fatto molto per contenere il fenomeno della deforestazione, Greenpeace dovrebbe risolvere la propria grande contraddizione e smettere di alimentare il monopolio imposto del marchio FSC, che impedisce l’emancipazione di milioni di lavoratori asiatici, troppo spesso costretti a una condizione di assoluta indigenza. In fin dei conti, l’ottima reputazione di Amazon non verrà certo intaccata dalle accuse strumentali di un gruppo di fanatici che si nutre di preconcetti e ipocrisie. Al contrario, si può essere certi che di questo passo sarà proprio Greenpeace a perdere ogni credibilità.

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Twitter @danielevenanzi 


Autore: Daniele Venanzi

Romano, studente di Scienze Politiche e Relazioni Internazionali alla Sapienza. Contributor di Libertiamo, Linkiesta, l'Occidentale e The Front Page; autore del blog Mercato & Libertà. È redattore di Disarming the Greens, blog che si occupa di questioni ambientali e green economy da una prospettiva di mercato. Nel 2011 ha tradotto l'appendice all'Autobiografia di Friedrich Von Hayek, edita da Rubbettino. È vincitore della Scuola di Liberalismo 2013 di Roma organizzata dalla Fondazione Einaudi, con tesina sulla public choice e la crisi del welfare state.

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