di DANIEL FUNARO – Non è una questione di secondaria importanza il valore che viene attribuito alla festa del 25 aprile. Perché, anche a distanza di anni, questa data mantiene un significato particolare e sempre attuale. Le polemiche che ogni anno puntualmente si verificano finiscono sempre per concentrarsi sul ruolo che ebbe il fascismo in Italia. Eppure soltanto in questo paese accade che non si riesca a fare i conti con la propria storia: in Germania tutto ciò sarebbe impensabile. Certo è vero che le responsabilità furono diverse e non paragonabili, ma è altresì vero che fu differente anche la presa di coscienza successiva. Perché il dibattito non riguarda una semplice questione storiografica.

Non si può parlare di visione o di progetto per l’Italia del domani senza sapere quale valore si dà alla storia del nostro paese. Per questa ragione il 25 aprile rappresenta una festa; perché il ricordo della liberazione dalla dittatura e dall’oppressione nazifascista non permette sfumature. Festeggiare non rappresenta soltanto il ricordo della vittoria dei vincitori sui vinti, ma quella della libertà sull’autoritarismo. 

Così che ancora oggi non possiamo non dirci antifascisti. E non soltanto perché esiste ancora qualcuno che si richiama all’esperienza fascista, ma perché il fascismo ha rappresentato e continua a farlo l’opposto di un sistema democratico. Essere antifascisti non può voler dire altro che affermare i valori di una democrazia liberale; significa rifiutare un regime che reprime la libertà di molti a vantaggio di pochi. Perché essere antifascisti significa essere da una parte, quella giusta.

Dalla parte di chi non si alleò con il nemico nazista, dalla parte di chi non contribuì alla deportazione degli ebrei o alle leggi razziali. O dalla parte di chi si oppose alla violenza come strumento di lotta politica. Perché il fascismo non fu un’esperienza positiva con la negativa parentesi delle razziali, ma un regime dittatoriale che uccideva i propri oppositori e reprimeva la libertà. Per questo per essere dalla parte giusta non basta essere in buona fede né tantomeno credere ciecamente in qualcosa. Perché alla resa dei conti c’è un fatto incontestabile anche per chi soffre di nostalgismo: la vittoria dell’antifascismo permise all’Italia di vivere in libertà, ciò che al contrario non sarebbe avvenuto.

Per questa ragione è doveroso ribadire che il 25 aprile è una festa e che come tale deve essere ricordata. Va detto però, che non ha senso ricordare il sacrificio di coloro che combatterono per la democrazia ieri, se non si prova a fare altrettanto oggi. Certo, per fortuna le condizioni sono diverse, però è folle ritenere che l’essere stati contro la dittatura fascista ieri sia garanzia di democrazia oggi. Ciò  perché la democrazia è una prova di ogni giorno a cui nessuno si può sottrarre. Per questo è ridicolo il tentativo di chi nel tempo ha provato ad appropriarsi di questa festa o dei valori dell’antifascismo.

Non ha senso ricordare l’antifascismo, se non se comprende l’attualità rispetto ai rischi dell’intolleranza e della violenza, da destra, come da sinistra. E non ha senso ricordarlo dimenticando quanto – nelle stesse file anti-fasciste – allignasse l’illusione della violenza rivoluzionaria, della dittatura buona (proletaria), della liberazione non solo dal totalitarismo, ma anche dalle “democrazie borghesi”. Alla fine, il 25 aprile, il ritorno alla libertà ha battuto anche questi “anti-fascisti”. Non solo in Italia, ma a partire dal 1989 in tutta l’Europa.

Il rischio di reprimere la libertà è sempre presente nella società e nessuno ne è immune e non esistono patenti che possano garantire il contrario. La giornata del 25 aprile deve essere perciò la festa di coloro che alla libertà e alla democrazia ci credono veramente. Non di chi scende in piazza per bruciare bandiere, non di chi impedisce al Papa di entrare in un’università, né tantomeno di chi, fuori dall’Italia, sostiene regimi repressivi che non hanno nulla da invidiare al fascismo. Il 25 aprile è la festa di chi, oggi come ieri, comprende da che parte sta il bene.