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I partiti piccoli sono e saranno sempre piccoli partiti

– Per tutta la Seconda Repubblica si è cercato di surrogare con dispositivi tecnico-elettorali maggioritari i deficit culturali e politici di partiti intrinsecamente minoritari. Non solo i piccoli, ma anche i grossi partiti si sono acconciati ad allargare il perimetro delle coalizioni – sommando parte a parte, particolarismo a particolarismo – ma non si sono rassegnati a diventare veri country party e a sfondare le partizioni “naturali” – territoriali, ideologiche, d’interesse e di classe – della società, per rappresentarne, per così dire, l’intero.

Anzi, nell’Italia bipolare, più che in quella consociativa, ha finito per prevalere l’idea che nell’ordalia democratica trovasse compimento la lotta del “bene” contro il “male” e non che al mercato politico – quanto più libero, accessibile e trasparente possibile – toccasse selezionare le proposte di governo più efficienti e dunque più inclusive e rispettose delle molteplici “diversità” (d’identità e d’interesse, di fede e di costume) di cui la politica deve organizzare la convivenza pacifica e non la guerra.

Per impedire che la democrazia diventi la forma politica dell’inimicizia sociale è senza dubbio necessario disarmare la macchina bipolare. Che in Italia bipolarizza un sistema politico intrinsecamente minoritario e dunque non impone una logica maggioritaria, ma “frontista”. Non è però sufficiente questa bonifica – anch’essa, in fondo, di natura tecnica – perché una democrazia competitiva possa funzionare. Servono anche competitors all’altezza. Quantitativamente e qualitativamente attrezzati a competere per il governo. I partiti “grossi” non sono per questo grandi, i partiti “piccoli” – che piccoli vogliono rimanere – sono comunque piccoli partiti.

Quando Fini dice “presidiare un micro territorio non è partita che m’interessi” e si impegna ad entrare nel nuovo rassemblement riformatore avendo “per fine una ristrutturazione della politica in Italia” sembra avere chiaro quale è il problema e anche quale possa essere la soluzione.

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Twitter @carmelopalma


Autore: Carmelo Palma

Torinese, 44 anni, laureato in filosofia. E' stato dirigente radicale, consigliere comunale di Torino e regionale del Piemonte. Direttore dell’Associazione Libertiamo e della testata libertiamo.it. Gli piace fare politica, non sempre gli riesce.

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