– Dibattito acceso e vivace, quello che sta animando Futuro e Libertà. Dibattito vero, ma non sempre veritiero sulla realtà di un movimento politico che ad un anno dalla sua fondazione è chiamato in qualche modo a “superarsi”. FLI non è nata nell’estate di due anni fa per ricostruire AN e rimediare all’errore di avere scelto, con Berlusconi, di costruire un grande “country-party” liberal-conservatore. FLI non è stata mai la riscoperta della “piccola patria” identitaria contro i rischi del meticciato politico. E’ stata – o comunque questo ha rappresentato, nel momento di massima forza – il tentativo di salvaguardare la speranza di una grande avventura politica dal centralismo carismatico e dalla deriva idolatrica del “meno male che Silvio c’è”. Ve lo ricordato Gianfranco Fini, a Mirabello 2010, dichiarare all’Italia di voler fare il “Pidielle in grande”?

Se FLI è stata questo, la prospettiva di un soggetto riformatore e modernizzatore che dal Terzo Polo si allarghi all’intera società italiana non è affatto un rischio per il partito finiano, ma una straordinaria opportunità, potremmo dire l’inveramento della sua stessa ragione di esistenza. Come stare dentro questo processo? Nel modo più semplice. Entrandoci del tutto. Senza riserve, senza paure, senza “protezioni” (del tipo dei patti parasociali 70/30 che hanno zavorrato il PdL ancor prima che nascesse). Chi aspira a fermarsi ad una logica federativa di sigle o alla logica dei vecchi “cartelli” elettorali non scongiura ma avvicina il rischio di “morire democristiano”.

Lo stiamo vedendo con il Governo Monti. La leadership nella federazione terzopolista verrebbe naturalmente riconosciuta al dominus del “pezzo” elettoralmente più pesante. Qual è il vantaggio di mantenere in vita un piccolo partito, come azionista del nuovo soggetto politico? Nessuno, come ha spiegato il Presidente Fini. Risulta difficile comprendere la posizione di chi per mesi ha parlato del superamento degli steccati ed ora si trincera nella difesa appassionata del proprio piccolo arcipelago. D’altronde FLI è nata per necessità, non per volontà. Per una espulsione, non per una scissione. Il Pdl è fallito come grande partito, ma il default berlusconiano non dimostra affatto che i grandi partiti siano destinati a fallire. Dimostra l’esatto contrario. Che a fallire sono i partiti finti, in cui chi comanda – in alto, in mezzo o in basso – non accetta di mettersi in gioco, di essere criticato, di essere battuto.

Non era forse il deficit di democrazia e confronto a soffocare i finiani nel Pdl? Non è questo il momento di avere paura degli scambi di idee e degli incroci di culture diverse. Una sintesi ben costruita sarà la risorsa principale per il futuro. Inoltre, Fli è stata strutturata come un partito “vecchio stampo” in un momento in cui i partiti “vecchio stampo” non reggono più. Le amministrative, per altro, lo dimostrano. Nella maggior parte dei casi i candidati futuristi albergano in liste civiche. Non si è ritenuto utile “rischiare” il simbolo. E questo è indicativo di due fatti: la crisi del sistema partitico – che morde Fli quanto le altre forze politiche – e la spinta delle persone vicine a Fli ad un nuovo civismo e forme innovative di partecipazione. E allora perché non costruire una forza riformista che aspiri ad essere grande? Ovviamente la confluenza deve basarsi su regole certe. Più primarie e meno congressi, più partecipazione e meno coordinamenti, più idee e meno tessere, più trasparenza e meno “ragion di partito”. La sfida di Fini riparte da qui.

Ma è difficile farla ripartire se il partito finiano schiaccia più sul freno che sull’acceleratore. L’Udc ha fatto un passo avanti e ha deciso di sciogliersi nel nuovo soggetto politico. Fli, anche se non vorrà, sarà presto o tardi costretta a farlo. Ma mesi di “resistenza” non faranno bene né alla causa finiana né al progetto comune.