Presunzione, illusione ed inerzia. Gli errori di Formigoni non sono umani, ma politici

Sono amico di Roberto Formigoni da molto tempo e, anche se da diversi anni la mia frequentazione con lui si è rarefatta sino a diventare evanescente, non ho smesso di stimarlo e di essergli riconoscente per quanto, da lui e da altri amici, ho potuto apprendere  nel mio personale tentativo di misurarmi con l’impegno politico.

Di fronte alla cronaca di questi giorni, dunque, credo sia comprensibile l’oscillazione tra amarezza e sconcerto, tra delusione e incredulità che anima anche chi, come me, ormai da tempo non condivideva più le scelte politiche del Governatore e degli amici politici “lombardi” con i quali l’impegno politico era nato e cresciuto.  E tuttavia credo anch’io, come Formigoni stesso auspica in una lettera al settimanale Tempi, che la sua parabola e le sue scelte politiche non vadano giudicate a partire dal colore delle cravatte o delle giacche, o dal narcisismo debordante che lo contraddistingue e che lui stesso ammette, ma da fatti e da scelte squisitamente politiche. Ed è su questo terreno  che, senza che l’amicizia possa fare velo alcuno, possono essere individuati i tre errori politici capitali che Formigoni ha commesso e che molto probabilmente ne determineranno la parabola politica.

Il primo è stato un errore di presunzione. La presunzione di poter usare il berlusconismo senza esserne contaminati. La presunzione – che all’inizio abbiamo condiviso in tanti – che le straordinarie capacità mediatiche e di feeling con il popolo del Super Venditore di Arcore potessero essere incanalate, asservite, temperate, indirizzate da un pensiero politico forte e innovativo – come quello di una nuova concezione liberale e sussidiaria dello stato e delle istituzioni – surrogando il “vuoto” di idee e di spessore umano, culturale e politico di Berlusconi stesso e della sua corte.

Faremmo torto alla storia di molti di noi se affermassimo oggi che già nel suo formularsi questa ipotesi fosse un errore. Non è così e non è stato così, perché per un certo periodo effettivamente la sfida di una nuova sintesi fra un pensiero politico innovativo, davvero al servizio della nazione, e una straordinaria capacità di leadership  è sembrato ad un passo dal realizzarsi. E non è un caso che su questa ipotesi politica abbiano scommesso in tanti, da Fini a Casini, da Buttiglione ad Adornato, da Vertone a Melograni, da Cossiga a Emma Bonino.

La differenza, che oggi Formigoni sconta drammaticamente, sta nel fatto che mentre l’ipotesi via via naufragava e , per la eterogenesi dei fini, con il passare degli anni diventava sembra più palese che non era Berlusconi ad evolversi e a contaminarsi felicemente,  ma l’intero sistema politico italiano a “berlusconizzarsi”, c’è chi ne ha preso coscienza e tratto le conseguenze e chi, come il Governatore, ha voluto negare la realtà e nascondere la testa sotto la sabbia. Non perché non vedesse ciò che era sotto gli occhi di tutti – lo strame dello stato di diritto, il trionfo dell’interesse di parte sul bene comune, il cedimento alle tensioni razziste e xenofobe della Lega, la trasformazione della leadership in idolatria del Capo, la perenne eccitazione di una tifoseria da curva sud… – ma perché  accecato da un secondo, fatale errore: l’illusione.

L’illusione di poter traghettare l’uscita da un berlusconismo in decomposizione senza gesti di rottura, senza soluzione di continuità, senza contrapposizione e competizione interna. L’illusione di poter ereditare una leadership screditata, senza smarcarsi da essa per tempo, senza l’onere di contrapporsi apertamente. L’illusione che uno stile e un’azione di governo oggettivamente diversi, come quelli per tanti anni praticati al vertice della Ragione Lombardia, lo tenessero al riparo dalla responsabilità e dalla necessità morale di dire “adesso basta” o di alzare semplicemente un dito… (Dio solo sa quanto a lungo ho personalmente sperato che qualcuno alzasse quel dito e che quel qualcuno fosse il mio amico Formigoni…Ma l’importante era che comunque accadesse, e così è stato!). L’illusione, in altre parole, che il berlusconismo potesse essere riformato e non dovesse invece – come è inevitabile per i regimi populistici e cesaristi – rimosso dalla dialettica politica di un paese occidentale normale, come da anni l’Italia aspira ad essere.

Ed è questa illusione (insieme alla limitata libertà di manovra che un ruolo di potere come quello da lui ricoperto impone a chi non voglia metterlo a repentaglio; e prescindiamo qui dal giudizio di valore fra ciò che è giusto e ciò che è opportuno dire e fare in politica)… è questa illusione, dicevamo, che l’ha precipitato nel terzo, fatale errore: l’inerzia. L’inerzia politica, l’afasia, persino una certa ignavia che ha segnato in particolare la sua azione politica dopo lo strappo di Gianfranco Fini, unico ad osare il gesto di rottura necessario.

A dire il vero, c’era stato nella vicenda politica di Formigoni un momento in cui sembrava che il Governatore avesse ben chiaro cosa andasse fatto, e fosse sul punto di farlo. Eravamo alla vigilia delle elezioni regionali del 2005, quelle per il suo terzo mandato, quando con un intelligente e lungimirante esercizio di leadership Formigoni stava per varare una propria lista innovativa, ricca di energie e intelligenze della società lombarda, totalmente purgata da quei cortigiani, nani e ballerine con cui Berlusconi già riempiva le liste in giro per l’Italia (e per l’Europa), finalmente emancipata dal bipolarismo manicheo e muscolare in cui il berlusconismo più ottuso continuava a tener prigioniero il Paese. Una lista così fatta avrebbe indicato una prospettiva nuova anche per il Paese, avrebbe ridisegnato il perimetro e il senso del blocco sociale che si riconosceva nel centrodestra, avrebbe traghettato la dialettica politica italiana fuori dalle contrapposizioni aprioristiche e sterili, avrebbe consacrato anche una leadership alternativa credibile e immune dalle degenerazioni senili che già si manifestavano. In un certo senso, avrebbe anticipato la stagione del misurarsi sui problemi reali e sulle soluzioni da offrire che solo con il Governo Monti si è inaugurata. Ma, ahimè, al Governatore “mancò il coraggio, non la fortuna”, potremmo sintetizzare modificando a nostro vantaggio il famoso motto.

Persa quell’occasione, la parabola era ormai segnata e l’acquiescenza ai voleri del Capo ormai inevitabile. Non stupisca, dunque, che nemmeno il precipitare progressivo e inarrestabile della credibilità di Berlusconi e della sua azione di governo inducesse Formigoni a modificare atteggiamento; al contrario, più la degenerazione del sistema di potere berlusconiano si disvelava, più Formigoni e i parlamentari PDL suoi amici si distinguevano nel ruolo di “pretoriani” del Capo; fino alla pagina più triste, ossia la lettera aperta nel bel mezzo dello scandalo Ruby, per farsi personalmente garanti di fronte ai tanti elettori cattolici sconcertati dallo scempio del decoro istituzionale :  “noi all’immagine abietta del Presidente Berlusconi così come dipinta da tanti giornali non crediamo. Noi conosciamo un altro Berlusconi”.

Quel che accadrà ora personalmente a Formigoni è difficile da prevedere; e francamente, nella concezione di politica che io amo e che lui stesso mi ha trasmesso, le idee e gli ideali prescindono fortunatamente dalle debolezze degli uomini chiamati a dar loro – pro tempore – gambe e braccia. Ma la storia di presenza culturale, sociale e politica che ha generato lo stesso impegno politico del Governatore sin dai lontani anni ’70 ha il dovere di riflettere su se stessa e sul proprio rapporto con la politica, con le istituzioni e con l’economia, perché alle nuove ansie del nostro tempo e della nostra comunità nazionale non manchi il contributo di idee e di proposte di una sua componente importante e popolare.

Infine, all’amico Roberto, rispetto ai fatti di cronaca di questi giorni, una sola osservazione, visto che oramai ogni consiglio sarebbe tardivo. Avrebbe fatto bene a riflettere e far proprio l’ammonimento di quel grande “poeta” che è Giorgio Gaber: “ Non temo Berlusconi in sé, ma il Berlusconi che è in me”.  


Autore: Giorgio Lisi

Riminese, 55 anni, laureato in lettere, arriva alla politica dalla militanza nell'associazionismo cattolico (in specie attività e iniziative culturali, tra cui il "Meeting per l'amicizia fra i popoli" di cui è uno dei fondatori). Fa l'amministratore locale per dieci anni (alla Cultura, alla Pubblica Istruzione e ai Lavori Pubblici), poi il Consigliere Regionale e infine, a 43 anni, il Parlamentare Europeo. Ama dire che forse tornerà alla politica attiva quando la monarchia sarà finalmente finita.

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