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L’effetto spiazzamento del debito pubblico

- Si chiama effetto spiazzamento, o crowding out. E’ la riduzione di risorse nelle disponibilità dei privati conseguente all’intervento della mano pubblica.

Tassando i redditi, diminuisce la spesa privata, la produzione di beni e servizi pubblici erode le quote di mercato dei produttori privati. Se è vero che c’è una certa consapevolezza, a livello di opinione pubblica, dell’effetto depressivo sull’economia italiana provocato dell’alta pressione fiscale e delle distorsioni alla concorrenza che derivano dall’intervento pubblico in economia, è vero anche che è passato per troppo tempo in secondo piano il crowding out causato dall’alto debito pubblico.

Lo stato e le altre amministrazioni pubbliche hanno un debito pubblico pari al 120% del PIL, pari a circa 1.950 miliardi. Per indebitarsi, lo stato si approvvigiona di capitali nei mercati finanziari collocando titoli di stato. In questo modo, entra in concorrenza con le famiglie che chiedono un mutuo, le imprese che emettono obbligazioni, gli artigiani che chiedono credito alle banche per finanziare la propria attività.

L’acquisto di titoli di stato è un investimento alternativo all’acquisto di un titolo obbligazionario o alla concessione di un mutuo. Se molte imprese e famiglie non riescono ad accedere al credito, è anche per questo motivo. Se il costo del debito in Italia è più alto che altrove, è anche per questo motivo.

Secondo uno studio della Morgan Stanley illustrato da linkiesta la scorsa estate, il 56% del debito pubblico italiano è detenuto da soggetti italiani. Il 15% da banche del nostro paese. Il quadro dovrebbe aver subito qualche correzione negli ultimi mesi. La Banca Centrale Europea, per immettere liquidità nel mercato, ha erogato prestiti ad un tasso fisso dell’1 per cento alle banche europee per 490 miliardi di euro a dicembre e 530 miliardi a marzo. Di questi, 200 miliardi sono andati a banche italiane.

Le banche di tutta Europa potevano usarli per ricapitalizzarsi, per dar fiato al sistema industriale soffocato dalla stretta creditizia di questi mesi o per l’acquisto di titoli di stato. L’Italia è uno dei pochi paesi in cui l’incidenza dei titoli obbligazionari in portafoglio è aumentata negli ultimi 2 anni (+6,4%, nell’area euro diminuiva dell’1,6%). E guai se le nostre banche non avessero comprato titoli di stato. Se non l’avessero fatto, lo spread sarebbe aumentato e gli oneri per il finanziamento del debito pubblico, che già oggi erode il 4,9% del pil, sarebbero pesati ancora di più sugli italiani, su cui già grava una pressione fiscale che – dati del DEF – nel 2011 ha raggiunto quota 46,1%.

Il problema è che in un paese come l’Italia l’apparato pubblico prosciuga i mercati finanziari e la crisi di liquidità che rinsecchisce il tessuto produttivo non può trovar sollievo nemmeno con misure come quelle adottate dalla BCE. Il fatto più grave è che in Italia l’accesso al credito sarà più difficile anche dopo che in Europa sarà passata la crisi. I risparmi degli italiani continueranno ad essere impiegati per finanziare il debito pubblico anziché l’iniziativa privata, anche una volta finita la tempesta.

La crisi vede come imputati di primo ordine le banche, e in effetti, quando mancano i soldi, è normale che si punti il dito su chi dovrebbe, per statuto, prestarli. Certamente il sistema bancario italiano ha ampi margini di perfettibilità: il ruolo delle fondazioni fa sì che la politica controlli ancora in buona parte la governance degli istituti di credito; gli intrecci di partecipazioni che caratterizzano l’azionariato dei grandi gruppi compromettono i principi della concorrenza; il fatto che le banche siano considerate too big to fail, troppo grandi per fallire, le induce a comportamenti non sempre responsabili e informati ai principi di efficienza.

Ma, anche in un ipotetico sistema creditizio virtuoso e perfetto, la presenza di uno stato affamato di credito, che deve procurarsi 1.950 miliardi nei mercati di euro nei mercati finanziari, rimane un problema colossale, perché per collocare i propri titoli dovrà pestare i piedi alle famiglie che non possono comprarsi una casa e alle imprese che hanno bisogno di liquidità per pagare i dipendenti.
In più c’è da dire che le banche italiane in questo momento, già condividendo naturaliter il rischio paese, si stanno caricando dei rischi connessi alla solvibilità e alla fiducia nello stato italiano.

Se anche tra un anno lo spread sarà sceso sotto i 100 punti base, la febbre sarà sì calata, ma l’infezione sarà ancora in corso, finché il debito pubblico non sarà portato a dimensioni sostenibili. E per farlo, è necessario avviare un radicale processo di riduzione della spesa pubblica e di privatizzazioni.


Autore: Diego Menegon

Nato a Volpago, in provincia di Treviso, nel 1983. Laureato del Collegio Lamaro Pozzani della Federazione Nazionale dei Cavalieri del Lavoro. Ha svolto ricerche e scritto per Iter Legis, Agienergia e la collana Dario Mazzi (Il Mulino). Si occupa di affari istituzionali e di politiche del diritto nei temi di economia, welfare, energia e ambiente. Socio fondatore di Libertiamo, è Direttore dell'ufficio legislativo di ConfContribuenti e Fellow dell'Istituto Bruno Leoni. Attualmente candidato alle elezioni politiche 2013 con Fare per Fermare il Declino.

2 Responses to “L’effetto spiazzamento del debito pubblico”

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  1. Anonimo scrive:

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