di SIMONA BONFANTE – La campagna per Marine Le Pen l’ha fatta Sarkozy. Il 20% di voti al Front National sono un plebiscito contro l’Europa. La France forte – è stata la promessa elettorale di Sarkozy – è una Francia che la forza, secondo il Presidente uscente, avrebbe potuto essere tratta per osmosi, indebolendo l’Europa. L’idea del ‘Buy European Act’, ad esempio, può suonar fica alle orecchie di Tremonti, ma alle aziende europee che vivono di mercato, cioè quelle che – uniche – meritano di rimanere nel mercato, questa illuminata prospettiva protezionista qualche problema lo darà.

Le Pen – la vincitrice – un’idea più credibile di come dar forza alla Francia l’aveva: liberarla dalla fonte dei suoi guai. Alla leader del FN, oltretutto, gli argomenti per vincere li hanno dati proprio Merkel e Sarkozy, con la loro ottusa assenza di visione che ha fatto estendere l’infezione al continente intero, pur di lasciare ai greci la responsabilità di curare la ferita che si son cagionati da sé. È quindi l’Europa responsabile dell’impoverimento, della disoccupazione, della paura quella contro cui Le Pen ha chiamato a votare. “È il popolo francese seduto al tavolo delle élite” – ha commentato in tv, dopo il discorso agli elettori.

Anche Hollande ha dato una mano a finire l’Europa, promettendo di ri-cominciarla. Esattamente come in una di quelle forsennate corse lungo i tornanti della storia, contro-mano, che Giulio Tremonti ha sempre amato ingaggiare, anche Hollande ha fatto di queste elezioni un referendum: non su Sarkozy, ma sull’Europa. L’Europa rigorista, che pensa ai conti ma non alla gente, quella che, anzi, prende il denaro della gente per darlo alle banche; l’Europa tedesca, insomma. L’Europa alla quale né il Presidente uscente né lo sfidante socialista – né tanto meno Tremonti – sono in realtà stati in grado di prospettare una realistica – ma neanche un’ambiziosa – alternativa. Tra un’Europa causa di ‘un po’ meno che tutti i mali’ ed un ‘basta Europa’, ovvio che vinca la soluzione Le Pen.

In vantaggio resta Hollande – il 28% circa. Al secondo turno potrà contare sull’11 e passa del comunista Mélenchon e del 2 della ecologista Jolie – che hanno entrambi ufficializzato l’appoggio al candidato socialista. Sarkozy non avrà invece il sostegno del Fn; prenderà qualcosa dei voti del centrista Bayrou, che però ha raccattato meno del 9%. Questo naturalmente sulla carta, perché è difficile che al secondo turno torni alle urne l’80% e passa di elettori che sono andati a votare ieri. Sarkozy vuole giocarsela con i dibattiti televisivi. Ha solo da guadgnare, lui, dal confronto con Hollande. Il quale, se dovesse davvero realizzare anche solo una parte delle sue grottesche promesse elettorali, porterebbe la Francia fuori dal Fiscal Compact – che è un trattato stupido, ma vincolante. E se lo fa la Francia, di svincolarsi dal vincolo, possiamo farlo tutti, e tutti illuderci di essere così capaci di riprenderci l’egemonia sui mercati.

Ma non è così. Quell’egemonia, la politica europea, sarà in grado di riconquistarla solo quando uscirà dalla sindrome di accerchiamento e si deciderà ad affrontare il mondo che c’è e che non sparirà spegnendo la luce e continuando a sognare la lunga strada lastricata di buone intenzioni che ci si è lasciati alle spalle, e quelle immaginifiche opportunità che si è puntualmente saputo mancare.

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