“Il trono vuoto”: la cultura politica torna protagonista

– Quanto la letteratura possa aprire finestre di riflessione, varchi lungo il perimetro della cittadella della politica, insinuando il germe fecondo della discussione, è dimostrato dalla storia anche del Novecento.

Per certi versi, pagine significative delle vicende del Paese hanno avuto inizio, si sono sviluppate e quindi realizzate contando sull’elaborazione poetica e narrativa di tanti Autori. Semplici spunti, spesso bypassati, oppure criticità sulle quali il focus ha avviato cambiamenti. Denunce sic et simpliciter, ma anche proposte per superare impasse, problemi dell’oggi. Come idee da sviluppare.

Ed è proprio in questa direzione che sembra volgersi il recente romanzo di Roberto Andò, Il trono vuoto (Bompiani, Milano, pp. 180, euro 17,00), il racconto di un leader di un partito di sinistra italiano, Enrico Olivieri, che abbandona l’attività. In realtà la descrizione della vita politica italiana ai giorni nostri. Una specie di spartito già scritto, nel quale, quasi improvvisamente, s’inseriscono nuove note che, scompaginando il tono generale, hanno il potere di avviare un nuovo “pezzo”.

Al politico che si allontana, schiacciato dai sondaggi che in prossimità delle elezioni lo vedono in caduta libera, si sostituisce infatti, il gemello, Giovanni, un filosofo di un certo spessore da poco dimesso da una casa di cura. Sarà lui, alla fine, con la sua sostanziale rivoluzionaria novità, ad offrirsi come figura vincente. Riabilitando il ruolo dell’intellettuale, occasionalmente impegnato, rispetto alla politica. Riabilitando più latamente la stessa politica. Richiamando la necessità di evitare le menzogne. Dimostrando l’importanza delle parole sapientamente organizzate ad esplicitare pensieri, a definire idee. Utilizzando per i suoi discorsi conoscenze filosofiche e letterarie. Modalità che, continuamente, rimandano all’oggi.

L’antipolitica è alla ricerca spasmodica di nuove vittime da sacrificare, di nuovi roghi nel quale far bruciare persone, simboli, interi partiti e la loro burocrazia. La cronaca politica e quella giudiziaria degli ultimi mesi hanno alimentato al meglio questa voglia di redde rationem, insomma di fare i conti con chi ha rappresentato la Politica del Paese negli ultimi quindici-venti anni. Anzi, continuano a farlo. Il Pdl, il Pd, ora la Lega.

Coinvolgimenti di singoli che poi, rapidamente, divengono di clan, di vere e proprie congreghe di malaffare. Che dall’ambito locale a quello regionale, per giungere a quello nazionale si “gonfiano”, progressivamente, fino ad implodere all’interno ma anche ad esplodere all’esterno. Così, come spesso accade quando si osservano fasi, si analizzano episodi, si giudicano fenomeni senza il necessario distacco anche temporale oltre che emozionale, il rischio è di sfiduciare tutto.

Ma è senza dubbio giunto il momento di una riforma, dalle radici, di un sistema, quello dei partiti, ormai inadeguato a rappresentare la gran parte del Paese. Tacitamente sospeso tra la speranza di molti che, nonostante sondaggi e tanti episodi dimostrino inequivocabilmente il contrario, ritengono sia possibile, con un restyling di facciata, continuare alla vecchia maniera e quelli, pochi, che hanno capito che cambiare da subito è necessario.

I primi urlano slogan fuori tempo, sostenendo tesi demagogiche e populiste nella gran parte dei casi inattuabili, dichiarandosi “altra cosa” rispetto a chi in altri partiti è finito sotto la gogna. In molti casi dichiarandosi a favore di un nuovo corso. A parole più che nella concretezza delle azioni come del pensiero.

I secondi lanciano segnali, proponendosi, realmente convinti che non sia più possibile procrastinare tale operazione. Roma come Milano, Bari come Palermo e molte altre, troppe città. Il Lazio come la Lombardia, la Puglia come la Sicilia e non solo.

La geografia degli scandali, delle illegalità piccole e grandi, delle incapacità di intraprendere politiche trasparenti ed efficaci su temi cruciali come quelli dei Rifiuti, più in generale dell’Ambiente, oppure della Sanità e del Lavoro cambia, si modifica in continuazione. Disegnando, nel suo complesso, una realtà nella quale si muovono figure anche con incarichi di estremo rilievo, di spessore umano e professionale modesto. Che utilizzano la politica, piuttosto che mettersi a sua disposizione come civil servant. Che pronunciano parole senza significato che pochi ascoltano. Interessati a molto altro. In questo scenario, nel quale l’oscillazione dello spread orienta prepotentemente non soltanto le scelte del governo, ma anche il suo appeal tra i partiti, ogni cosa sembra muoversi velocemente.

L’Oliviero Bottini, politico pentito ed in fuga, del libro di Andò non sembra molto dissimile da tanti colleghi, reali, che continuano a rappresentare il Paese. La scelta di Bottini di entrare in politica abbandonando la passione giovanile nel cinema, senza speranza, diviene metafora per l’intera classe. La scelta viziata dall’impossibilità di seguire la sua naturale inclinazione. La politica un’occupazione nella quale nessuno spazio hanno la naturale passione né tanto meno il sopravvenuto vero interesse.

Per Bottini, come per molti politici nostrani, la mancanza di un’autentica vocazione è molto più che un trascurabile argomento di discrimine. Forse è uno dei motivi che dà ragione del loro scarso apporto. Allo stesso modo leggere alcuni interventi parlamentari o ascoltare loro dichiarazioni non può che far risaltare la loro “povertà”. Di parole e di idee.

E, ritornando al romanzo di Andò, far ripensare al fratello filosofo, che non trovando parole nella politica le cerca e le trova in quel che sa, quel che conosce meglio. Così in un direttivo sul problema delle alleanze, quando gli domandano il suo parere risponde canticchiando la Carmen, dove però è implicita la risposta. Oppure, all’uscita del medesimo direttivo, ai giornalisti che gli chiedono delucidazioni, cita Goethe e sostiene che l’unica alleanza possibile è con la coscienza della gente. Ugualmente, in un comizio di fronte ad una folla straripante, riutilizza la poesia A chi esita che Brecht compose durante l’esilio danese.

La politica ha bisogno di recuperare anche competenze specifiche di persone di spessore. Il problema, senza dubbio, è anche quello di ridisegnare il sistema del finanziamento ai partiti che per certi versi ingenera la presenza di faccendieri, trafficanti, che nulla hanno a che vedere con la Politica. Forse servirebbe più di ogni altra cosa che si compisse anche nella realtà quello che si verifica alla fine del romanzo di Andò per Giovanni, il filosofo: “molti scrissero che finalmente qualcuno restituiva dignità al senso di una lotta offuscata dall’impotenza e dalla mistificazione”.

Il Paese in tanti ambiti, a lungo abbandonato a se stesso, avrebbe bisogno di iniziare ad accrescere, nelle sue rappresentanze politiche, il numero dei Giovanni.


Autore: Manlio Lilli

44 anni, romano, laureato in lettere con indirizzo archeologico all’Università di Roma “La Sapienza”, dottore di ricerca in topografia antica all’Università di Bologna, professore a contratto presso la Facoltà di Ingegneria dell’Università di Perugia. Ha partecipato e condotto scavi archeologici a Roma, Pesaro, Grumentum e Venosa e campagne di ricognizione in Abruzzo, Marche e Lazio. Nella sua attività di ricerca scientifica si annoverano, oltre a voci nell’Enciclopedia Archeologica e nel Mondo dell’Archeologia a cura della Treccani, numerosi articoli e approfondimenti editi in collane e riviste italiane e straniere. E’ autore di tre opere monografiche sulla ricostruzione del popolamento antico di Lanuvio, Ariccia e Velletri.

3 Responses to ““Il trono vuoto”: la cultura politica torna protagonista”

  1. Giulia scrive:

    Ma ha letto Il trono vuoto prima di recensirlo? Perché l’Oliviero Bottini di cui lei parla é frutto di una fusione fantastica tra il protagonista del libro,Enrico Oliveri, e il di lui braccio destro, Andrea Bottini.

  2. Manlio Lilli scrive:

    Quando ho letto per la prima volta “”Il trono vuoto” quel che mi ha più, immediatamente, colpito, al di là delle efficaci caratterizzazioni dei personaggi principali é stata senza dubbio la sua intima struttura drammaturgica. Ancora, il trauma linguistico che contraddistingue il passaggio politico da Enrico Olivieri al fratello Giovanni. Comunque non un motivo sufficiente per confondere i protagonisti del romanzo di Andò. Per questo ringrazio Giulia per avermi concesso l’occasione per fare pubblica ammenda di un lapsus (colpevolmente reiterato) nella seconda parte del mio “pezzo”. L’Oliviero Bottini del quale facevo accenno é senz’altro l’Enrico Olivieri, “segretario del principale partito della sinistra”.

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