di CARMELO PALMA – Come scriveva ieri Piercamillo Falasca sul Futurista quotidiano “da leader anziani può venire una cosa nuova, da idee vecchie no”. Fini e Casini non sono giovani. Ma soprattutto non sono nuovi e non lo possono diventare.

Eppure Casini e Fini e la tutt’altro che nuova compagnia che si è messa in marcia per costruire quello che Benedetto della Vedova chiama rassemblement riformatore prestano al “nuovo” della politica italiana un’occasione. Può essere considerata malignamente un’operazione trasformista. Un progetto usa-e-getta per camuffare l’ennesimo riposizionamento centrista. Ma se pure così fosse – e per tante ragioni pensiamo che non sia – sarebbe un tentativo abbastanza spericolato e tutt’altro che opportunista.

Per eternare il potere di coalizione dello schieramento mediano, a Fini e soprattutto a Casini non converrebbe muoversi, ma star fermi. Che si vada al voto col Porcellum o con una legge elettorale affrancata dai dispositivi bipolari, basta dare un’occhiata alle relazioni pericolose tra Pd e PdL ed i rispettivi e “naturali” alleati per capire che un “centro mobile” e non competitivo – moderato nel senso deteriore del termine – sarebbe al centro di qualunque incrocio di governo. Di tutto avrebbero bisogno i centristi fuorché di un ambizioso salto di scala e di lanciare un “centro autonomo” (absit iniuria verbis: che è un centro, non che sta al centro…) e agonistico, che in teoria, viste le premesse, potrebbe fallire ponendoli ai margini del sistema politico.

In un senso più personale, un nuovo soggetto unitario e “montiano” diluirebbe le posizioni di Fini e di Casini in una sorta di public company politica. Né l’uno né l’altro, presumibilmente, ignorano i rischi e i vantaggi di una scommessa di questa natura e di una scelta, comunque, tutt’altro che sparagnina e conservativa. Se alle prossime elezioni “l’altro Polo” si fermasse intorno al 10-12% (quanto oggi vale la piccola coalizione interpartitica dei suoi fondatori) sia per Fini che per Casini la sconfitta sarebbe politicamente definitiva. Non avrebbero più né un partito né una politica di riserva su cui ripiegare.

Il salto di scala comporta un anche salto di intensità e di qualità del progetto politico, sia in termini di modello che di agenda. A partire da due premesse.

La prima è che i partiti italiani sono politicamente inefficienti e sono inefficienti perché sono “sbagliati”. Sono tutti – chi più chi meno – come contenitori bucati. La politica che entra ne fuoriesce rapidamente. C’è più politica in Italia fuori dai partiti, che nei partiti. Il fenomeno Monti e la necessità di pescare visione politica nella riserva della classe dirigente extrapolitica dimostra in modo perfino plateale questa insufficienza.

La seconda è che in Italia il mercato politico è tornato a funzionare dacché si è forzatamente ristabilita una proporzione tra il dire e il fare e tra l’oggetto e il concetto del discorso politico. Si è passati dall’esorcismo all’esperimento, dalla ragione magica a quella “scientifica”. Lo spiraglio che l’esecutivo tecnico ha aperto nel sistema istituzionale va allargato sul piano politico per potersi consolidare sul piano culturale. Ed è un’operazione più complessa che arruolare qualche ministro uscente nel nuovo partito.

Il più grande e ragionevole sospetto contro il “Partito della nazione” (o come si chiamerà) è che sabotando lo schema della gabbia bipolare travolga anche quello della democrazia competitiva. Ma il sospetto non tiene concretamente in conto che la dialettica destra/sinistra e quella politica/antipolitica è archeologica e solo quella tra innovazione e conservazione, nelle forme e nei contenuti delle scelte di governo, conserva ed esprime l’attualità del “politico”. Il governo tecnico disapplicando le regole bipolari ha ripristinato una democrazia concretamente competitiva. Le alternative si vedono, si toccano, si “sentono”…

Né Fini, né Casini e neppure Monti – a cui si deve, anche abbastanza casualmente, la scintilla di questo possibile “cominciamento” – sono abbastanza nuovi per rappresentare, in senso stretto, delle novità. Ma basta il tentativo di traghettare la politica italiana fuori dalle illusioni ottocentesche e dalle frustrazioni novecentesche per farne oggettivamente degli innovatori. Non sono il nuovo, ma lo vedono.

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