di SIMONA BONFANTE – “Ritengo che ognuno abbia i suoi ruoli che bisogna mantenere e rispettare. Io ci vedo della supponenza in questo gesto, una sorta di vengo io che così gliela spiego la riforma, perché voi non sapete fare il vostro mestiere. Mi pare la sua una logica di sfida”. Parla del Ministro Fornero, la Susanna Camusso che ha consegnato ieri al Corriere le sbalorditive considerazioni qui riportate, ovvero col Ministro che ha avuto l’ardire di accettare l’invito rivoltogli dai lavoratori di Alenia per andare in azienda a spiegare la riforma che i lavoratori stessi hanno tutto l’interesse a capire. E per capire – devo aver pensato questi curiosi membri della società laburistica – non basta davvero ascoltare una sola campana – che poi sostanzialmente è quella ostile, a prescindere. 

La leader della Cgil deve evidentemente ritenere i lavoratori dei mentecatti; poveracci che, se lasciati da soli, non sarebbero in grado di valutare con lucidità gli argomenti che venissero loro esposti dal ‘nemico’, ovvero quello che il sindacato da Camusso guidato ha necessità di identificare come tale, e come tale esporre a stendardo della lotta perpetua alla quale è dedita la macchina bellica sindale.
Oppure è vero il contrario. Che, cioè, Camusso sia consapevole che i lavoratori sono tutt’altro che degli idioti; che, anzi, non possano non cogliere nella disponibilità di Fornero ad affrontarli in casa loro, ed a farlo senza complessi, l’onestà non-condizionata di chi al disegno, al suo portato intellettuale, alla congruità tra propositi ed obiettivi crede al punto da non temere le obiezioni – tecniche o ideologiche o emotive che siano – che i lavoratori non mancheranno certo di avanzare.

Camusso, cioè, teme che il contatto non mediato dall’ermeneutica sindacale possa far scolorire a cospetto dei suoi rappresentati la divisa di aguzzino-dei-lavoratori che la sindacalessa si è così puntigliosamente dedicata a cucire addosso a Fornero. Di più, teme che il confronto tra argomenti possa suggerire ai lavoratori non tanto – e non necessariamente – una adesione incondizionata alle ragioni della prof, ma una disponibilità a condividerne quanto meno gli orizzonti sistemici: creare opportunità, là dove adesso c’è paralisi; universalizzare diritti e tutele attualmente riservate a quelli che stanno nel quartiere ‘bianco’ di quel Sud Africa pre-mandeliano che è il mercato del lavoro italiano.

Gli obiettivi della riforma sono comuni, a lavoratori e Ministro. Ma non ai sindacati che, anzi, col nuovo sistema perdono evidentemente potere di condizionare, interdire, orientare le scelte sul personale che le aziende intenderanno compiere. E che i sindacati perdano un po’ di quel potere interdittorio e sovente paralizzante del quale hanno dato prova solo di saper abusare, è un gran bene. Quel che è male – e molto male – è che la riforma Fornero quel potere lo ceda in eredità a quegli stessi magistrati che non hanno mostrato scrupolo alcuno nel piegare la giurisprudenza all’ideale.

C’è un altro passaggio dell’intervista a Camusso che merita attenzione. “Questo – dice la leader Cgil – è un governo che si definisce tecnico, ma nel senso che è portatore di quella politica europea che investe tutto sulle riforme e niente sul lavoro e sull’equità”. “Riforme” e “lavoro” vengono usati come sostantivi contrari. Curioso, no, per un paese con il mercato del lavoro più insensatamente inefficiente ed il welfare più iniquo che, pur sforzandosi, si possa immaginare?

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