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Basta con l’etica del Titanic

– In questi giorni si è “celebrato” il centesimo anniversario dell’affondamento del Titanic.
Tra inaugurazioni di musei, pellicole di successo, gadgets ed eventi in costume, l’appuntamento ha assunto un connotato di glamour e di romanticismo che ha fatto passare persino in secondo piano la dimensione del lutto.

Certo è difficile che si tendano a ricordare con lo stesso spirito, ad esempio, l’11 settembre, la tragedia del Vajont, il terremoto di Messina o l’affondamento del Kursk.
Sul Titanic, tuttavia, morirono persone vere e non figuranti e quindi la dimensione tragica dell’evento non può in nessun caso essere dimenticata.

Neppure deve essere dimenticato un elemento che rende questa tragedia diversa dalle tante che hanno funestato la storia dell’umanità – il fatto che la scelta di chi dovesse sopravvivere e chi no sia stata effettuata in maniera pianificata.

Secondo le statistiche si salvarono, tra i passeggeri di prima classe, il 97% delle donne ed il 34% degli uomini, tra i passeggeri di seconda classe l’84% delle donne e l’8% degli uomini, tra i passeggeri di terza classe il 55% delle donne ed il 12% degli uomini
Evidentemente sono stati due i fattori che hanno determinato la possibilità di sopravvivenza dei passeggeri a bordo – il tipo di biglietto ed il genere sessuale.

Ci si può chiedere in che misura la discriminazione “di classe” sia stata deliberata ed in che misura invece sia stata l’effetto di fattori logistici, in quanto gli alloggi dei passeggeri di terza classe erano situati in posizione più lontana rispetto ai punti di imbarco delle scialuppe.
Per quanto riguarda la discriminazione di genere, essa invece è stata palesemente l’esito di una precisa scelta “politica”, di una direttiva dal comando della nave che ha dato assoluta priorità alle donne nell’operazione di salvataggio, tanto che il motto “prima le donne e i bambini” si è di fatto originato proprio in questa occasione.

Tale scelta discriminatrice fu altamente inefficiente ed in termini numerici complessivi pare sia costata molte vite umane. In effetti, il divieto agli uomini di imbarcarsi rallentò le operazioni di esodo dalla nave e fece sì che molte scialuppe non furono fatte partire a pieno carico, quando non c’erano donne immediatamente disponibili.

Va notato che nel punto di imbarco dove la direttiva fu interpretata in modo un po’ più flessibile e furono consentite eccezioni, il numero di persone effettivamente poste in salvo fu superiore.
Anche se il numero complessivo di posti sulle scialuppe era superiore al numero delle donne a bordo del Titanic, il comando della nave fallì nel suo obiettivo di salvare tutte le donne e si rese responsabile di aver negato a tante persone una possibilità di salvezza solo in virtù del loro sesso.

Tuttavia, la più grave responsabilità delle politiche di evacuazione messe in atto è stata l’aver mandato al mondo un messaggio moralmente inaccettabile, cioè che alcune vite umane sono intrinsecamente meno preziose di altre e che il discrimine è dato da caratteristiche biologiche.
Incidentalmente, l’età in cui un ragazzo maschio usciva dalla categoria “donne e bambini” e perdeva pertanto il suo diritto ad essere salvato fu fissata a tredici anni.

Si può filosofeggiare, come alcuni hanno fatto, sul fatto che la protezione speciale della vita femminile risponda ad esigenze di sopravvivenza della specie, ma francamente quella notte sul Titanic la posta in gioco era tutto meno che la sopravvivenza della specie. Le donne non furono salvate per prime perché fosse in alcun modo “necessario”, ma per un concetto sessista di “cavalleria” – per un fine “collettivo” certamente, ma che probabilmente fu in primo luogo quello di confortare una certa immagine dei valori vittoriani e della società britannica.

La lettura “di genere” della tragedia del 1912 fu talmente centrale che la maggior parte degli uomini che scamparono al naufragio si trovarono la vita rovinata da ogni tipo di pettegolezzo su come potesesro essere riusciti ad imbarcarsi sulle scialuppe e non riuscirono mai a liberarsi dallo stigma sociale della codardia. Si narra anche di donne che chiesero il divorzio da mariti “disonorati” dal fatto di essersi salvati.

Il pluripremiato film “Titanic” di James Cameron a suo modo ha scelto di allinearsi perfettamente a questo tipo di concezione, definendo nel suo film la “moralità” degli uomini nei termini della propria disponibilità a cedere il passo alle donne. All’eroismo di Jack che sacrifica volontariamente la propria vita per salvare Rose, fa da contraltare la meschinità di Cal, l’ex-fidanzato di Rose, che si salva perché riesce a salire su una scialuppa fingendo di essere il padre di un bambino che non aveva altri al mondo.

Secondo un recente studio dell’Università di Uppsala le statistiche di genere del Titanic non sono necessariamente generalizzabili ad altri disastri marittimi eppure l’ “etica del Titanic” – il concetto della migliore salvaguardia delle donne e della relativa “spendibilità” degli uomini – ha sovente guidato, nel ventesimo secolo, le scelte top-down in contesti dove ne andasse della vita umana.

Probabilmente l’applicazione più estesa e sistematica di questa visione è stata l’istituzione della coscrizione obbligatoria che nel corso del “secolo breve” è costata la vita a milioni e milioni di persone.

Il paragone con l’inabissamento del transatlantico britannico è evidente. Da un lato l’uso della forza per implementare la leva nei confronti degli uomini – dall’altro la demolizione morale del renitente e del disertore, lo stigma di disonore per l’uomo che si rifiuta di fare il suo dovere di uomo.

E’ interessante notare che progressivamente, nel dopoguerra, è diventato politicamente ammissibile che un uomo rifiuti le armi per ragioni “pacifiste”, ma non che lo faccia per ragioni personali ed “egoistiche”, come ad esempio perché non vuole rischiare la vita. E’ una logica secondo cui le donne restano a vita di diritto nella categoria degli “innocenti”, mentre gli uomini lo sono solo da bambini, dopodiché se non vogliono morire con “due medaglie o tre” sono per lo meno costretti a farsi esaminare dallo Stato la coscienza.

E’ così che è considerato riprovevole che un uomo si sottragga alla divisa solo perché ha i soldi o gli agganci giusti, mentre non genera alcun problema che una donna ne sia esentata in base ad un diritto di genere. Tanto per fare un esempio, Dan Quayle e Bill Clinton sono stati messi sulla graticola dai media per aver operato per evitare il Vietnam – peraltro senza commettere illeciti – mentre è chiaro che Geraldine Ferraro o Hillary Clinton non avevano per definizione niente da “giustificare”.

Per certi versi è come se, pensando al tempo del nazismo, ci scandalizzassimo per l’ebreo che cercava di fare carte false per passare per ariano, anziché inorridire per la discriminazione stessa contro gli ebrei.

L’ “etica del Titanic” ci aiuta a riflettere su quanto sia delicata e complessa la questione di genere e su quanto sia fuorviante ricondurla in modo semplificato ad un’oppressione di classe perpetrata in modo collettivo dagli uomini sulle donne. Piuttosto, uomini e donne hanno contribuito insieme nel tempo a sviluppare ed a perpetuare i due ruoli sessuali tradizionali, entrambi con vantaggi e svantaggi ed il loro carico di imposizioni legali e di aspettative sociali.

Nel ventesimo secolo gli uomini hanno drammaticamente subìto, nelle situazioni di emergenza, l’imposizione forzata di un ruolo “sacrificale”, in nome di una visione organicistica e disumanizzante che mette determinati “valori” collettivi al di sopra delle aspirazioni dei singoli.

Certo, onoriamo i caduti in guerra e gli uomini che hanno accettato di buon grado il loro destino sul Titanic.
Ma, così come facciamo il tifo per l’ebreo che entra nella lista di Schindler, dobbiamo anche stare dalla parte del disertore che scappa solo perché ha paura e del gentiluomo britannico che “fa il portoghese” per salire su quella maledetta scialuppa – sapendo riconoscere quanto c’è di alto e di nobile nell’affermazione del loro diritto individuale alla vita contro il potere di chi ha deciso che la loro sopravvivenza vale meno di quella di altre persone.

Stiamo dalla parte di Rose, di Jack, ma anche da quella di Cal. E vada al diavolo James Cameron.


Autore: Marco Faraci

Nato a Pisa, 34 anni, ingegnere elettronico, executive master in business administration. Professionista nel campo delle telecomunicazioni. Saggista ed opinionista liberista, ha collaborato con giornali e riviste e curato libri sul pensiero politico liberale.

4 Responses to “Basta con l’etica del Titanic”

  1. articolo brillante.
    un solo appunto sulla posizione delle scialuppe: potrebbero esser messe lì, più vicine al prima classe, per scelta e non per caso.

  2. Sandro scrive:

    Bel pezzo, che condivido in toto.

  3. zoom scrive:

    Sante parole!
    il comandante Schettino.

  4. Andrea B. scrive:

    Articolo coraggioso, non c’è che dire.
    A rivedere il film oggi, francamante, da padre di famigli sarebbe stato molto difficile

    @zoom
    i passeggeri sono tutti uguali, l’equipaggio (comandante in testa) ha altre responsabilità, compiti ed obblighi, prima di cercare di porsi in salvo.

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