di PIERCAMILLO FALASCA – Il Pil italiano cadrà quest’anno dell’1,2 per cento o dell’1,9 per cento? Sono stime, la prima del Documento di economia e finanza del Governo e la seconda del Fondo Monetario Internazionale. Vanno prese con il beneficio dell’inventario, ovviamente, eppure segnalano entrambe un problema molto serio: il progressivo deterioramento dell’economia reale italiana, con le famiglie italiane che sperimenteranno impoverimento e maggiore disoccupazione, cui si accompagneranno marcati squilibri di finanza pubblica. In un contesto a tinte così fosche, come si può pensare di abbassare le tasse senza che ciò provochi un ulteriore aumento del deficit? Tagliando spesa pubblica, si risponde in termini teorici. La realtà, purtroppo, è molto più complessa, perché il piano di revisione della spesa – la cosiddetta spending review – implementato dal governo ha già offerto un giudizio difficilmente contestabile: il bilancio pubblico italiano è estremamente rigido, senza un vero alleggerimento del ruolo e del peso della macchina pubblica non si reperiranno molte risorse.

La strategia spesso evocata – il taglio dei consumi intermedi della PA, in primis quelli della sanità – è essenziale, ma non perseguibile con un semplice tratto di penna. Non è dicendo ad un’azienda sanitaria locale “spendi meno!” che ciò avviene: anzi, gli ultimi anni hanno mostrato come i cosiddetti tagli lineari, con i quali si riducevano le disponibilità di spesa degli enti pubblici, non hanno indotto questi ultimi ad un maggior controllo sugli acquisti, ad un cambio di rotta nella loro governance aziendale. Tragicamente, non avendo più soldi per pagare consumi che comunque sostenevano, gli enti hanno finito per indebitarsi con i propri fornitori, alimentando quel macigno di circa 100 miliardi che sta seriamente mettendo a repentaglio la sopravvivenza di tante aziende che hanno avuto a che fare con le amministrazioni pubbliche.

Per ridurre spesa pubblica nel breve periodo la via maestra è con ogni probabilità il contenimento della spesa per retribuzioni pubbliche e l’abbattimento di una quota di interessi passivi sul debito conseguibile con l’alienazione di patrimonio pubblico. Detto in altri termini, licenziando dipendenti pubblici o vendendo beni mobili e immobili di proprietà dello Stato, delle Regioni e degli enti locali. Nell’ultimi decennio, nonostante un calo moderato degli addetti della macchina pubblica (dovuto essenzialmente al blocco delle assunzioni) abbiamo assistito ad una crescita spaventosa delle retribuzioni: più 30 per cento.

Insomma, rispetto al 2001 abbiamo meno dipendenti pubblici, ma stipendi molto più sostanziosi, senza peraltro un corrispettivo aumento della produttività degli stessi. All’interno del mare magnum del pubblico impiego ci sono ovviamente situazioni molto sperequate, con sfacciati fannulloni ben remunerati accanto ad autentici “eroi civili” sottopagati. Eppure, anche a beneficio di questi ultimi, è utile che l’esecutivo, per bocca del ministro Filippo Patroni Griffi, abbia osato proporre un argomento finora “indicibile”: è giunto il momento di considerare seriamente la necessità di licenziare il personale pubblico manifestamente superfluo, spesso dannoso, che grava sulle spalle e sulle tasche dei contribuenti italiani. Attraverso la nuova regolazione del pubblico impiego che il governo è intenzionato a portare in Parlamento entro l’estate, bisogna rompere il tabù della illicenziabilità di fatto (quella de jure c’era già, ma era impraticabile) dei pubblici impiegati.