– E un miliardario disse: “Non è giusto che io paghi le tasse con un’aliquota più bassa rispetto alla mia segretaria”. E gli altri gli risposero: “Ma paga per te!”.

E’ questo quel che possiamo dire, se vogliamo sintetizzare in due righe la vicenda della “Buffett Rule”, un innalzamento delle aliquote fiscali “per ricchi”, proposto dal manager miliardario Warren Buffett (che ha usato letteralmente l’argomento citato prima) e fatto proprio dal presidente Barack Obama. La Buffett Rule prevede un’aliquota minima del 30% da imporre sui redditi superiori al milione di dollari.

Mentre ora si distingue fra il reddito da salario e quello da investimenti, considerando che il secondo è poco tassato, Obama propone di rendere imponibile tutto il reddito, senza far distinzioni sulla sua origine. Ed evitare altri casi come Mitt Romney, suo rivale diretto alla Casa Bianca, che dichiara un reddito da 21,7 milioni di dollari su cui paga tasse al 13,9%, visto che il suo è quasi intermante un reddito da investimenti.

La riforma è stata bocciata lunedì in Senato. I Repubblicani hanno esercitato il loro potere di ostruzionismo e, benché sotto di 6 voti (51 contro 45 hanno detto sì alle nuove tasse), sono riusciti a bloccare la riforma.

Sulla destra si è subito scatenata l’ira di Obama. “I Repubblicani hanno scelto ancora una volta di proteggere gli sgravi fiscali per i pochi straricchi d’America, a spese del ceto medio. La Buffett Rule – si legge in nota ufficiale della Casa Bianca pubblicata martedì – è una proposta di buon senso”. Secondo il presidente, la riforma risponde “semplicemente a un principio di giustizia elementare, minimo”. “E’ totalmente sbagliato che milioni di americani del ceto medio paghino un’aliquota fiscale più alta di alcuni milionari e miliardari. L’America è prospera quando tutti siamo coinvolti e ognuno ha l’opportunità di avere successo. Una delle sfide principali dei nostri tempi – conclude Obama – è costruire un’economia in cui ognuno ha le sue opportunità, tutti fanno la propria parte e tutti giocano secondo le stesse regole”.

La battaglia, come si legge dai toni accesi di Obama, riguarda principi fondamentali. E dunque sono questi che devono essere esaminati a fondo. E’ giusto che chi guadagna di più, paghi di più? E soprattutto: perché si devono pagare le tasse? Sono queste le due domande di fondo, la cui risposta sembra scontata (in Europa), ma che adesso, negli Usa, grazie al Tea Party e alla rinascita di un movimento libertario, ricominciano ad essere messe in discussione.

Prima di tutto la Buffett Rule si fonda su una convinzione che non è verità assoluta: che i più ricchi contribuiscano meno al benessere degli Stati Uniti. Cifre alla mano, possiamo dire che il 10% più ricco d’America paga il 70% di tutto il gettito fiscale statunitense. Saranno anche aliquote più basse, ma se si deve parlare di equità, allora a lamentarsi dovrebbero essere proprio i più ricchi, costretti a caricarsi sulle loro spalle il resto della società.

Siccome Obama tira in ballo la morale, allora chiediamoci: è giusto che chi guadagna di più paghi i due terzi di tutte le tasse? Se affrontiamo il discorso con la logica della domanda e dell’offerta, sicuramente: no. Il 10% degli americani che rientra nella categoria dei più ricchi ha meno bisogno di usufruire di servizi statali, a parte la giustizia, la difesa e l’ordine pubblico. Dunque si può dire che i più ricchi stiano pagando il conto ai più poveri.

Se affrontiamo il discorso con la logica del merito, la risposta è ancora: no, non è un sistema giusto. Perché un reddito più alto non è sempre frutto di una “fortuna” maggiore, ma anche, spesso, di un maggior impegno nella vita. Impegno nel creare beni e servizi che vanno a beneficio di tutti. A meno di non voler considerare tutte le ricchezze come frutto della truffa, della delinquenza, o dello sfruttamento del lavoro altrui, come hanno sempre pensato i marxisti, un uomo ha diritto di possedere il frutto del sudore della sua fronte.

Per lo meno, il sistema attuale (benché iniquo nei risultati, come abbiamo visto prima) distingue il reddito da salario da quello da investimento, tassando meno il secondo. E’ una regola che ha una sua logica ben precisa: incoraggiare la produzione di ricchezza, la base di un capitalismo sano. Con la Buffett Rule, al contrario, la produzione di ricchezza verrebbe addirittura disincentivata.

Se Barack Obama fosse veramente convinto del principio che enuncia, cioè “costruire un’economia in cui ognuno ha le sue opportunità, tutti fanno la propria parte e tutti giocano secondo le stesse regole”, dovrebbe semmai proporre una tassa piatta, ad aliquota unica. I liberali classici l’hanno sempre proposta, proprio perché è una regola equa, generale e astratta, applicabile a chiunque nello stesso modo, senza alcuna forma di discriminazione.

Obama, invece, proponendo una “tassa contro i ricchi” non fa altro che diversificare le regole, discriminando un pezzo di popolazione (la più produttiva) e scatenandole contro il rancore del resto del popolo. “In un momento in cui abbiamo un grave deficit da coprire e ingenti investimenti da fare per rafforzare la nostra economia, semplicemente non possiamo continuare a perdere denaro in tagli alle tasse degli americani più ricchi, agevolazioni che non chiedono e di cui non hanno alcun bisogno”, dice Obama.

Denaro da perdere? Semmai “da non riscuotere”. Un denaro perso è già di tua proprietà, quello da riscuotere è sottratto alla proprietà altrui. Possibile che Obama sia incorso in un lapsus simile? Sì, possibile. Perché risponde a modo suo alla seconda domanda che ci siamo posti: perché pagare le tasse? Per Obama servono a coprire il deficit ed effettuare “ingenti investimenti da fare per rafforzare la nostra economia”, con soldi pubblici, evidentemente, non lasciando capitali e libera iniziativa ai privati.

Per l’amministrazione democratica è soprattutto lo Stato che fa girare l’economia, genera posti di lavoro e crea opportunità. Per il principale guru progressista dell’economia, Paul Krugman, lo Stato ha addirittura il dovere di indebitarsi, aumentando la spesa pubblica, così da far circolare ricchezza e aumentare l’occupazione. E’ il modello keynesiano europeo. Che, portato alle sue estreme conseguenze, ci ha portati dove sappiamo.

Uno Stato che sottrae risorse ai privati per accollarsi direttamente la pianificazione dell’economia, presto o tardi, porta alla crescita zero. E dove la spesa pubblica va fuori controllo, si arriva a crisi come quella della Grecia. Anche gli Usa rischiano di fare la stessa fine, con un debito pubblico che veleggia oltre il 100% del Pil. E’ per arrivare a questi bei risultati che i più ricchi e più produttivi degli americani devono pagare ancora più tasse? Ma paga per te!