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Giustizia, è finito il tempo delle tifoserie. Anche a sinistra

– Superati i cento giorni dalla caduta del governo Berlusconi, se proviamo a tracciare un bilancio dello stato del dibattito circa i temi della giustizia, non si può non registrare che poco o nulla è cambiato.
Il venir meno della “variabile impazzita” dell’ultimo ventennio della politica italiana poteva e doveva imporre tentativi di riflessione ragionata in un settore così delicato del nostro vivere civile.

Al contrario, sembra prevalere una sorta di pigro riflesso condizionato, nella classe politica così come nella stampa e nelle tv, nell’affrontare questi argomenti a partire dai posizionamenti nel gioco dei partiti, dimenticando che i nove milioni di processi penali pendenti e l’impossibilità sostanziale di vedere riconosciuti i diritti in un processo civile riguardano da vicino la vita concreta delle persone normali.
E’ questo uno dei temi dove risulta più evidente il cortocircuito della rappresentanza democratica che caratterizza oramai il nostro Paese: parlando con chiunque, in treno, in aereo o in coda all’ufficio postale, ci si accorge che esiste una questione legale aperta in ogni famiglia e che la percezione dell’inefficienza del sistema assume le dimensioni del fatto notorio.

Nella rappresentazione mediatica, al contrario, il tema è ridotto ad immagine e somiglianza del tifo calcistico, quasi che l’Italia si dividesse davvero nelle fazioni dei tifosi delle procure e dei tifosi (ancora) di Berlusconi. A causa di questa rappresentazione falsa ed artificiale delle opinioni dell’elettorato figlie della spettacolarizzazione mediatica delle vicende giudiziarie, il sistema politico ha progressivamente perso di vista le dinamiche di ciò che si muove nel profondo della società, con l’effetto di sottorappresentare opzioni tutt’altro che irrilevanti.

L’elettorato di sinistra, in particolare, è variegato quanto ad opinioni sui temi della giustizia, così come in altri campi e non ha in Marco Travaglio (che di sinistra non è mai stato) l’unico ideologo. Si badi bene, nessuno può negare l’esistenza in Italia di una pubblica opinione di sinistra, più che legittima, che si riconosce nelle tesi giustizialiste della magistratura associata.
Ciò che, tuttavia, manca o è insufficiente nella sinistra di oggi, è la riconoscibilità di un’opzione politica alternativa di impronta garantista. Il semplice fatto che definirsi garantista a sinistra obblighi a specificare che ciò non significhi aderire alle ardite tesi dell’on.avv. Niccolo’ Ghedini illustra la fatica a superare gli oltre tre lustri di guerra mediatica.

Esiste, però, un non insignificante numero di cittadini che ha votato a sinistra in questi anni che, nonostante le rappresentazioni dei media, pensa che la “questione giustizia” sia una vera e propria questione civile e che l’approccio da adottare non sia di tipo morale o, peggio, moralista.
Non sono in pochi a pensare, anche a sinistra, specie dopo l’esperienza storica della stagione di Mani Pulite, che la delega in bianco alle Procure sia stata e sia tuttora drammaticamente insufficiente ad affrontare il tema della dilagante illegalità e che occorra una riforma profonda delle norme e delle procedure.

Riforma profonda, va precisato, da realizzare nella direzione dei principi della Carta Costituzionale, non contro di essa. Anche perché gli articoli dedicati al tema sono tra i più disapplicati, si pensi alla terzietà dell’organo giudicante, alla ragionevole durata del processo ovvero alla funzione rieducativa della pena.

Si tratta di una pubblica opinione diffusa ma ancora sommersa, non coagulata attorno a figure politiche bandiera (con la solita encomiabile eccezione dei radicali) e non particolarmente attiva nei blog, dove l’indignazione moralistica del giustizialismo di sinistra continua a spopolare.
Sarebbe interessante se qualcuno, a sinistra, avesse il coraggio di raccoglierla, sfidando in campo aperto i molti luoghi comuni sedimentati nel corso degli anni, a cominciare dall’idea che i reati meglio si perseguano abbassando il livello delle garanzie individuali.

Anche perché sono milioni gli italiani che hanno avuto modo di entrare nei tribunali ed è diffusa la sensazione, non solo tra gli addetti ai lavori, che il sistema, così come è oggi, volendo tutto regolare e tutti perseguire, non sia in grado di tutelare i deboli e faccia il gioco dei forti.

La presunzione di non colpevolezza, oltre che principio costituzionale, è criterio di civiltà e la sua attuazione piena dovrebbe fungere da vero filtro delle imputazioni azzardate, quelle imputazioni che, se protratte nel tempo anche contro l’evidenza, comportano costi economici rilevanti, senza contare la tragedia delle vite rovinate senza possibilità di pieno risarcimento.

Se tutti sono presunti colpevoli, alla fine nessuno è veramente colpevole e i reati rimangono sulla carta.
Una sinistra seria dovrebbe fare i conti con questi concetti basilari. L’elettorato di sinistra, specie dopo la caduta dell’alibi del “così si fa il gioco di Berlusconi” è secondo me pronto ad accogliere un’opzione intellettuale chiara e dichiaratamente garantista.

Quello che manca ancora è un leader, un punto di riferimento per chi, da posizioni riformiste, non si accontenti della semplicistica analisi della società che proviene dal gruppo editoriale “L’Espresso” e dalle propaggini salottiere dei circoli di “Libertà&Giustizia”, oggi autorappresentazione del pensiero unico della sinistra.
Non so dire se una posizione garantista sarebbe numericamente maggioritaria a sinistra nel breve periodo; certamente avrebbe il merito immediato di arricchire un dibattito stanco oltre che anacronistico.


Autore: Claudio Bragaglia

40 anni, avvocato penalista, vive e lavora a Torino.

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