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Basta col pensiero unico sul global warming

– Lo scorso 27 gennaio il Wall Street Journal pubblicava l’appello di sedici noti scienziati tra cui l’italiano Antonio Zichichi a ripensare l’intero dibattito sul riscaldamento globale alla luce di un crescente numero di studi che traggono conclusioni opposte a quelle del mainstream ambientalista.

L’obiettivo dei firmatari era mettere in luce il dogmatismo di alcune organizzazioni come l’American Physical Society che vorrebbero censurare il dibattito sulla possibilità che il riscaldamento globale non sia in atto o che non ci sia relazione tra l’aumento delle temperature e l’attività umana. Scienziati del calibro di Ivar Giaever, premio Nobel per la fisica, si sono visti costretti a dimettersi da ruoli di prestigio presso organizzazioni come l’American Physical Society per l’impossibilità di contestare quell’invalicabile muro di dogmi e preconcetti dominanti nelle scienze climatiche.

Alcuni giorni fa altri quarantanove scienziati, stavolta dipendenti della NASA, hanno espresso il loro disappunto con una lettera inviata all’attuale direttore dell’agenzia spaziale Charles Bolden e pubblicata su Business Insider. A loro avviso la NASA e il Goddard Institute For Space Studies commettono il grave errore di giungere a conclusioni infondate sull’esistenza e le ragioni del riscaldamento globale, prive delle necessarie evidenze empiriche. Anteporre delle convinzioni dogmatiche al dato scientifico – sostengono i firmatari – può screditare la reputazione della NASA e la credibilità stessa dell’intera comunità scientifica.

Sono sempre di più gli scienziati che esprimono forti dubbi sulla validità dei modelli climatici che vanno per la maggiore, quelli su cui si fondano le politiche di riduzione delle emissioni dell’EPA o del Protocollo di Kyoto. Si tratta di esperti le cui tesi sono supportate da validi studi, ricercatori che non possono essere ritenuti dei semplici “scettici”. Allora perché, come si chiede il premio Nobel Ivar Giaever nella sua lettera di dimissioni, è possibile discutere perfino di universi paralleli ma non di modelli climatici differenti? E perché, come sostenuto da Zichichi e colleghi nella lettera al Wall Street Journal, molti ricercatori sono ancora costretti a temere di esprimere il proprio dissenso per paura di gravi ripercussioni sulla loro carriera?

In verità, l’intero castello di sabbia costruito dalle teorie ambientaliste sul global warming poggia le sue fondamenta sulla presunzione di agire in base a una qualche inconfutabile e incontestabile verità che, aprioristicamente, non necessita alcuna prova dei fatti. E’ un dogma, un postulato vero perché politicamente corretto e non politicamente corretto perché scientificamente fondato.Science is settled” (la scienza è esatta) è solito dire Al Gore, come a voler mettere a tacere chiunque sia giunto a conclusioni diverse. Se fosse così esatta non vi sarebbero così tanti oppositori. Proprio per questo gli ambientalisti tentano di screditarli, di bollarli come “scettici”, ove il termine assume quasi il significato di revisionisti. Sostenere che la maggior parte degli scienziati è d’accordo con i modelli a cui gli ambientalisti fanno riferimento è una menzogna, per giunta in cattiva fede.

Credere che valori come il pluralismo e il rispetto delle opinioni altrui possano essere sospesi quando si trattano determinati argomenti è tipico del millenarismo ambientalista, di chi crede di avere la missione di salvare il pianeta dal disastro imminente. Pretendere di essere custodi di una verità inconfutabile è l’atteggiamento proprio di quella faziosità che, non riuscendo a conformare la realtà al proprio ideale con la retorica, ci prova cercando di piegare la scienza al proprio credo, con uno scientismo che è agli antipodi del vero metodo scientifico.


Autore: Daniele Venanzi

Romano, studente di Scienze Politiche e Relazioni Internazionali alla Sapienza. Contributor di Libertiamo, Linkiesta, l'Occidentale e The Front Page; autore del blog Mercato & Libertà. È redattore di Disarming the Greens, blog che si occupa di questioni ambientali e green economy da una prospettiva di mercato. Nel 2011 ha tradotto l'appendice all'Autobiografia di Friedrich Von Hayek, edita da Rubbettino. È vincitore della Scuola di Liberalismo 2013 di Roma organizzata dalla Fondazione Einaudi, con tesina sulla public choice e la crisi del welfare state.

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