Un errore drammatico (pensare che i partiti possano autoriformarsi)

di CARMELO PALMA – Dire che abolire il finanziamento pubblico dei partiti è un “errore drammatico” è un errore abbastanza drammatico, se a dirlo sono i partiti. Il caso non va ingigantito, ma va compreso, anche perché presto – questo pensiamo – andrà catalogato tra le fortunate eterogenesi dei fini della storia politica italiana.

Sul tema – la riforma e la “moralizzazione” della vita dei partiti – ve ne sono state di ben più sfortunate e rovinose, a partire da quella che, secondando l’inclinazione moralistico-giudiziaria che ha avvelenato la transizione dalla Prima alla Seconda Repubblica e minaccia quella dalla Seconda alla Terza, avrebbe voluto che a pulire il cortile della politica fosse lo scopettone dell’antipolitica “onesta”. Abbiamo visto com’è andata a finire e vorremmo risparmiarci il bis.

Cancellare del tutto i finanziamenti pubblici ai partiti – già drasticamente tagliati dalle manovre 2010-2011 – sarebbe un errore drammatico, che punirebbe tutti allo stesso modo e metterebbe la politica nelle mani delle lobbies

Non ci si può troppo dispiacere di una dichiarazione di principio del tutto incongrua, ma chiara e a suo modo autentica, che chiarisce i termini del discorso e della contesa. A riportare perentoriamente un giudizio così ostile alla revisione del meccanismo dei cosiddetti rimborsi elettorali è la relazione del disegno di legge sulla trasparenza e i controlli dei bilanci dei partiti, che le forze politiche di maggioranza hanno presentato alla Camera dei Deputati e oggi dovrebbe guadagnare dall’Aula di Montecitorio l’assegnazione in sede legislativa alla commissione affari costituzionali.

Non se ne può fare un “caso”, proprio perché questa risentita dichiarazione di guerra agli umori dell’opinione pubblica nasce da una burocratica ed ingenua confessione, che un funzionario di partito (e dei partiti come categoria) ha diligentemente e improvvidamente trascritto, registrando le “voci di dentro” del Palazzo e intestato a tutti i firmatari del provvedimento. Col risultato di accusarne alcuni di manifesta e inguaribile schizofrenia, come nel caso di Benedetto Della Vedova, che nel pomeriggio di ieri ha prima definito “indifendibile e autolesionistico” l’attuale sistema di finanziamento pubblico dei partiti, e quindi scoperto dalle agenzie di stampa (con un qualche stupore, come possiamo testimoniare) di averne sottoscritto – insieme ad ABC e agli altri capigruppo di maggioranza – la difesa più orgogliosa e sconsiderata.

Il dato di fondo, però, è che il finanziamento pubblico dei partiti non costituisce più una risorsa della politica, ma una rendita dell’antipolitica. Rende ai partiti – che lo difendono e invece dovrebbero difendersene – assai meno di quanto l’indignazione o l’invidia paghi ai tribuni e ai capipopolo, cui i “piccioli” della casta concedono l’enorme vantaggio di non dovere parlare di politica, ma contro i politici, e di dimostrare così, contabilmente,  senza ulteriori riscontri, una promettente e documentabile diversità.

La politica “ufficiale” continua a dondolare tra la vanità e l’ipocrisia, tra la “resistenza” e il cupio dissolvi. L’idea che l’esecutivo debba rimanere neutrale e lasciare che i partiti si sbroglino da sé il problema – provando,  come il barone di Munchausen, a tirarsi fuori dalle sabbie mobili sollevandosi per i capelli – è sempre meno prudente. Per la parte (auto)destruens, le forze politiche fanno agevolmente da sole. Per la parte construens, hanno evidentemente bisogno di aiuto.

Il vero errore drammatico è continuare a pensare debbano e possano auto-riformarsi senza vincoli esterni, e senza che da “fuori” gli si riempia di un’idea e di una visione diversa del loro ruolo e del loro funzionamento il vuoto che hanno “dentro” e che rimbomba così mostruosamente ogni volta che provano a parlare di sé, di quello che sono e di quello che vogliono. Che la gran parte dei partiti, se solo potesse, accopperebbe Monti domani, chiudendo così la parentesi del suo governo, non significa che l’esecutivo debba continuare ad assistere “imparziale” al fallimento del mercato politico.

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Twitter @carmelopalma


Autore: Carmelo Palma

Torinese, 44 anni, laureato in filosofia. E' stato dirigente radicale, consigliere comunale di Torino e regionale del Piemonte. Direttore dell’Associazione Libertiamo e della testata libertiamo.it. Gli piace fare politica, non sempre gli riesce.

2 Responses to “Un errore drammatico (pensare che i partiti possano autoriformarsi)”

  1. lodovico scrive:

    20 aprile 2012 • giulio zanella

    Un pensiero banale sull’economia dei finanziamenti pubblici e sugli incentivi dei pubblici amministratori.

    Credo che sia chiaro a tutti, persino all’osservatore più distratto, che i casi Lusi-Rutelli (ben noto), Belsito-Lega Nord (idem), Lavitola&Co., e Formigoni oggi come i casi Scajola (gli pagavano la casa) e D’Alema (gli pagavamo la casa, indirettamente) ieri sono tutti manifestazioni dello stesso fenomeno: la presenza di copiosi finanziamenti pubblici ai partiti (che vanno dai “rimborsi elettorali” ai finanziamenti alla loro stampa) e l’assenza di meccanismi di rimozione dalla scena pubblica di politici palesemente corruttibili. Il pensiero, lo vedete, è banalissimo ma è necessario ripeterlo a ogni occasione perché viene regolarmente accantonato come troppo banale per essere rilevante.

    Iniziamo dai finanziamenti pubblici ai partiti e alla loro stampa. Prendete le due tabelle in fondo a questo articolo e fate pure voi il conto di quante centinaia di milioni di euro all’anno stiamo parlando. L’ampia maggioranza che sostiene il governo Monti è del tutto convinta che, nella sostanza, le cose vadano bene così. Definiscono addirittura un “errore drammatico” l’eventuale eliminazione del sussidio pubblico di cui loro per primi e più massicciamente beneficiano. Ci sarebbe da stupirsi se affermassero il contrario. Il dimissionario Bossi dice che sono soldi loro e che quindi loro ci fanno quello che vogliono. Ci possono quindi pagare l’appartamento di Calderoli a Roma e, se ne può inferire, se a loro paresse anche una mignotta per allietare il soggiorno romano del medesimo.

    Sussidi pubblici a pacchi di milioni di euro fanno perdere il senno, è evidente. Qualcuno dovrebbe ricordare al dimissionario Bossi che non sono soldi loro ma soldi dei contribuenti che loro ricevono a titolo di rimborso delle spese elettorali. L’appartamento di Calderoli a Roma non è spesa elettorale. È una spesa personale, e tutti i parlamentari ricevono un compenso molto elevato proprio perché devono coprire anche la spesa per disporre di una casa o altro alloggio a Roma.

    E qualcuno dovrebbe ricordare ad Alfano, Bersani, Casini e i loro entourages che non va per niente bene così perché di questi soldi dei contribuenti loro si appropriano in totale disprezzo della volontà popolare. Tutti sanno (se non lo sapete leggete l’articolo già citato sopra) che il finanziamento pubblico ai partiti fu abolito da un referendum popolare nel 1993, con oltre il 90% del consenso dei votanti. Sbattuto così fuori dalla porta, fu fatto rientrare dalla finestra sotto le mentite spoglie di “rimborso elettorale” poco più di un anno dopo. Quando ci sono da fare leggi importanti, è ovvio, il parlamento raggiunge impensabili vette di produttività. Va dato merito al Partito Radicale di essere l’unica forza politica che ha lottato seriamente per l’abolizione di questo scempio, rifiutando il “rimborso elettorale”. E va dato demerito allo stesso Partito Radicale di non aver dato pienamente l’esempio rinunciando ai copiosi finanziamenti pubblici a Radio Radicale, che pur diversi nella forma sono identici nella sostanza (e negli importi) ai “rimborsi elettorali” (suggerimento ai Presidenti di Camera e Senato: se assumete i ragazzi di Kuva Comunicazione vi fanno lo stesso servizio al 2% del costo, ai nostri convegni lo fanno sempre in modo eccellente e con eccellenti risultati).

    Giova ricordarlo: la Costituzione italiana riconosce i partiti come libere e private associazioni di cittadini, per “concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale” (Articolo 49). Come ogni libera associazione di privati cittadini, quindi, i partiti dovrebbero autofinanziarsi. Diamogli pure lo status di ONLUS e il privilegio di ricevere il 5 per mille su libera scelta dei cittadini, che gia’ sarebbe un privilegio per un’associazione privata (questo privilegio è stato, per esempio, negato alla Fondazione nFA, ma noi siamo generosi e saremmo felici di concederlo ai partiti italiani). È ben noto che così facevano (si autofinanziavano, cioè) fino al 1974, quando fu approvata la prima legge sul finanziamento pubblico ai partiti. La ratio della legge era la prevenzione della corruzione. Giudicate voi se è servita. È così difficile da capire? La corruzione di chi svolge funzioni pubbliche si combatte punendo severamente chi corrompe e chi si fa corrompere, non tassando i cittadini per finanziare i partiti. Se non si fa la prima cosa e si fa la seconda si rende solo più ricco e meno rischioso il piatto della grande abbuffata, richiamando così anche nuovi abbuffatori. Vedete che pensiero banale? Ma ascoltando le dichiarazioni dei politici in queste settimane, questo banale pensiero sembra provenire da un altro pianeta.

    Dei finanziamenti alla stampa di partito (e non solo quella) abbiamo già detto altrove e non c’è bisogno di aggiungere altro, se non ricordare l’ovvio: l’elargizione di denari pubblici in questo modo attira i fraudolenti come la merda le mosche.

    Veniamo agli incentivi dei pubblici amministratori. Verrebbe da dire “moralità”, ma in ultima istanza è sempre una questione di incentivi. Formigoni si giustifica candidamente dicendo che i regali non sono reato. Non so se è più ilare questa o la giustificazione alla Scajola-Bossi: mi pagavano le cose (la casa al Colosseo il primo, la più modesta ristrutturazione di un terrazzo in un remoto angolo della Padania il secondo) ma io non lo sapevo. Accettare regali che privati non farebbero se il destinatario non svolgesse importanti funzioni pubbliche segnala corruttibilità.

    Volete voi, segretari di partito, dare il segnale di svolta che i cittadini si aspettano assistendo allo spettacolo indecente delle ultime settimane? Bene, allora scrivere negli statuti che chi accetta “regali” è espulso dal partito. Non vi paghiamo forse profumatamente per rendervi autosufficienti e difficilmente corruttibili? Allora, per favore, pagatevi la casa, pagatevi la cena, pagatevi le vacanze, pagatevi tutto quello che vi piace farvi regalare. Se accettate che altri paghino, se accettate “regali”, allora date un segnale forte e chiaro: siete corruttibili. Casini, tu e la galassia cattolica di cui fai parte dovreste ricordare che Luca scrisse nel suo vangelo “chi è disonesto nel poco, è disonesto anche nel molto.” (10,6). Se proprio volete fare i cattolici in politica, fatelo almeno per bene.

    Insomma, segretari di partito tutti, se farete questo e se rinuncerete a ogni forma di finanziamento pubblico rendendo allo stesso tempo durissime le norme anti-corruzione darete un fondamentale contributo alla vita democratica in Italia. Poiché quasi certamente non lo farete ci penserà il mercato della politica, dove gli “antipolitici” di turno vendono benissimo in situazioni come questa. E non è per niente una bella notizia. Proprio così si sviluppò il cancro Lega Nord/berlusconismo nel 1992 e, 70 anni prima, il cancro del fascismo.

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