I conti in ordine e l’economia in disordine. Contro una visione suicida e impolitica del rigore

– Nel 2011 il prestigioso premio letterario Strega è stato assegnato al libro Storia della mia gente di Edoardo Nesi, uno scrittore toscano ex industriale tessile, che con stile essenziale ripercorre la storia del declino dei distretti tessili di Prato, di Biella e Como, di Lecco e Carpi, della Val Seriana e di Chieri in Piemonte e Bronte in Sicilia. Tutto ciò in conseguenza del precedente collasso economico dei distretti dell’abbigliamento, che del tessile rappresentano il downstream.

Le cause di questo dissesto vengono attribuite in larga misura alla resistibile ascesa di masse schiavizzate di lavoratori cinesi che, in un clima ideologico di illimitata apertura dei mercati globali, propiziata da elite intellettuali di economisti di scuola e di accademici infastiditi da critiche definite “luddiste”, hanno messo fuori mercato aziende medio-piccole, impreparate a sostenere lo scontro competitivo emergente, in quanto sorte e prosperate nell’immediato dopoguerra “in un mondo perfetto e chiuso, protetto dai muri e dai missili nucleari, dai dazi e dalle tariffe.”

Quando un fenomeno economico, di grande portata sociale, si fa letteratura, riscuotendo peraltro un grande successo editoriale di massa, vuol dire che siamo in presenza di qualcosa che esce dall’ambito della saggistica dotta o della discettazione salottiera per entrare nel vivo della quotidianità dei problemi che la gente comune sente sulla propria pelle.

A questo proposito, nel suo saggio La Paura e la Speranza (2008) Giulio Tremonti si chiedeva: “Perché non è più l’Europa a cambiare il mondo ma è il mondo a cambiare l’Europa? Per una ragione molto semplice. Perché non è stata l’Europa a entrare nella globalizzazione ma è stata la globalizzazione a entrare in Europa, trovandola insieme incantata e impreparata.”

Di fatto una globalizzazione politicamente mal gestita a seguito di una attuazione degli accordi, negoziati nel 1994 in sede WTO, di progressiva liberalizzazione dei mercati globali di beni, servizi e proprietà intellettuale, senza una ragionevole transizione modulata nel tempo, sta determinando, in un clima di costernazione impotente, una drammatica ridistribuzione di ricchezza e di lavoro tra i diversi Paesi del mondo, in larga misura a somma zero.

D’altronde non può sorprendere il fatto che una Europa, concepita come mera unione monetaria, priva di identità politica, si sia fatta sorprendere impreparata non solo dal prorompere degli effetti distorcenti della globalizzazione ma forse ancor più, come ulteriore fattore aggravante, dalla crisi finanziaria che ha investito l’Occidente (e in particolare l’Europa), a seguito della espansione a livelli patologici della finanza derivata rispetto a quella al servizio dell’economia reale.
In tale contesto, quali sono le prospettive economiche di un Paese come l’Italia, per di più gravato da un debito pubblico a livelli patologici?

Considerate le limitazioni di sovranità nazionale che comunque l’adesione alla moneta unica comporta, occorrerebbe innanzi tutto rimuovere i tre principali vizi capitali che hanno gravato sull’Europa sin dalle sue origini:

  1. Il primo in ordine di importanza, ma forse il più complesso da rimuovere, riguarda la mancata attuazione di una unione politica, con la conseguente delega, non sostenibile nel lungo periodo, alle burocrazie comunitarie dei compiti di governo dell’unione monetaria;
  2. La rigidità dei parametri Eurostat di controllo (rapporto deficit/PIL) delle politiche di bilancio degli Stati membri, senza alcuna distinzione di trattamento tra flussi di spesa corrente improduttiva e quelli di spesa per investimenti
  3. La mancata definizione di una exit strategy dall’area dell’Euro, come drammaticamente messo in evidenza dalla pasticciata gestione della crisi greca.

Non vi è dubbio che l’allineamento delle economie degli Stati membri ed in particolare del rapporto tra lo stock del debito e il prodotto interno lordo rappresenti l’obiettivo primario da perseguire, pregiudiziale tra l’altro all’emissione di eurobond.

L’obiettivo tuttavia dovrebbe essere raggiunto con strategie differenziate tra i diversi Stati in relazione all’esigenza di coniugare il rigore dei tagli di spesa con il mantenimento di un adeguato livello di sviluppo del PIL, presupposto indispensabile per evitare l’innesco di situazioni di avvitamento recessivo, che ne comprometterebbero il conseguimento.

A titolo esemplificativo abbiamo effettuato alcune simulazioni delle manovre finanziarie correttive che l’Italia dovrà attuare per rientrare, in un arco temporale di venti anni, dall’attuale rapporto debito/PIL del 120% al valore obiettivo del 60%.
Sono stati ipotizzati diversi scenari che assumono una crescita media del PIL del 1,5% massimo, un avanzo primario variabile dal 1,5% al 3%, un tasso d’interesse di nuove emissioni variabile dal 5,0% al 7%, un deflattore medio del 2 % e una vita media del debito di 7,2 anni.
L’avanzo primario ipotizzato è funzione dell’efficacia della riduzione della spesa corrente, risultante da accurate analisi di spending review, attuate su basi ricorrenti.

I risultati mostrano la necessità di attuare una manovra media annua che oscilla tra i 25 e i 50 miliardi di Euro; ad esempio, assumendo un avanzo primario del 3%, con una crescita del PIL del 1,5% ed un tasso di nuove emissioni del 5%, la manovra sarebbe di circa 25 miliardi di Euro, laddove, con una crescita del PIL del 1% ed un tasso di nuove emissioni del 6%, salirebbe a livelli dell’ordine dei 45 miliardi di Euro, certamente non sostenibili su basi ricorrenti.

Negli anni iniziali (orientativamente un triennio) sarebbe opportuno ridurre l’entità della manovra per contenere la pressione fiscale allo scopo di consentire un livello di crescita del PIL di almeno 1,5%, in grado di sostenere politiche estremamente selettive di investimenti pubblici infrastrutturali e di incremento, attraverso la leva fiscale, dei consumi delle fasce più basse di reddito; successivamente, su basi economiche consolidate, è possibile rendere più severa la manovra per conseguire comunque l’obiettivo nei tempi programmati.

Quanto detto è rafforzato dal fatto che il conseguimento dell’obiettivo è sostanzialmente dovuto all’incremento del PIL, restando il livello nominale del debito pressoché inalterato.

Questa modulazione nel tempo della manovra di rientro, specifica  per ogni Stato, dovrebbe essere negoziata con le Autorità monetarie europee, purché dotate di autorevolezza e di poteri, che possono essere conferiti solo ad una istituzione investita di responsabilità politica, oggi inesistente.

Affinché si possa attuare questo salto di qualità nel governo dell’Europa occorre ridefinire una visione strategica, svincolata da schematismi ideologici di scuola, che, condivisa da leadership nazionali forti, legittimate dal voto popolare, sia in grado di recuperare un equilibrato spirito di appartenenza al Paese e all’Europa e soprattutto di infondere nei cittadini fiducia in una prospettiva futura credibile di stabilità, su basi durevoli.

Senza di ciò temo sia inevitabile che il vecchio continente sia destinato a fare la fine degli opifici di Prato, drammaticamente evocata nel libro di Edoardo Nesi.


Autore: Andrea Verde

47 anni, laureato all’Università Bocconi di Milano in Economia aziendale, vive e lavora in Francia da oltre vent’anni. E’ stato responsabile del budget e del controllo di gestione della Polimeri Europa France, é giornalista indipendente, collabora attualmente con GBS Engeneering ed é membro del consiglio direttivo della No.Gaf. (Nouvelle Generation Africaine pour la France)

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