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Napoli e Pompei, sospese tra eventi e progetti

– A Pasquetta duecentomila persone hanno letteralmente invaso il lungomare di Napoli e la villa comunale di Mergellina, trasformata per l’occasione nel Villaggio dell’America’s Cup, la competizione nautica internazionale che ha scelto il capoluogo partenopeo come scenario per due regate di avvicinamento alla finale americana del 2013. Un lunedì che ha permesso ai napoletani di (ri)scoprire la bellezza delle propria città chiusa al traffico, dopo anni in cui l’immagine dell’erede dell’antica Partenope erano divenuti i cumuli di rifiuti, sotto i quali più volte era rimasta sommersa. Ma anche un’occasione per il turismo, come l’aveva definita il sindaco Luigi De Magistris.

Appena tre giorni prima, ancora Napoli era stata sede dell’annuncio dell’immediata operatività del grande Progetto Pompei, attraverso la pubblicazione dei primi 5 Bandi europei. Un intervento che, potendo contare su 105 milioni di euro tra fondi Fesr e nazionali deliberati dall’Europa, determinerà, entro il 31 dicembre 2015, la riqualificazione del sito archeologico di Pompei.

Napoli si trasforma in luogo “positivo” riabilitando per certi versi se stessa con un evento, anche mediatico, che la proietta al centro del mondo sportivo e con una decisione, la sua formalizzazione, che restituisce dignità ad uno dei simboli dell’archeologia mondiale, Pompei. In entrambi i casi, occasioni non trovate per caso, ma inseguite, perché chiaramente non solo un riflettore acceso sulla città ma molto più una chance per scrivere una storia diversa da quella degli ultimi tempi. Anche se sostanziali sono le differenze che li connotano.

L’America’s Cup rimane, a tutti gli effetti, un evento. La chiusura al traffico del lungomare Caracciolo, nonostante alcune polemiche sui problemi causati alla circolazione anche per l’inadeguato incremento dei mezzi pubblici, ha fatto ricordare una precedente, felice, occasione per la città. Il G7 del luglio 1994, con la chiusura al traffico di piazza Plebiscito e, cartolina ormai sfocata, Bill Clinton a fare jogging e a mangiare la pizza fra i vicoli del centro storico.

Anche allora si pensò, si sperò, che fosse l’inizio della rinascita, un nuovo corso nobilitato da un incipit “mondiale”. Nel prosieguo del tempo, nello svolgersi degli eventi quella sfarzosa vetrina ha, sfortunatamente per la gente della città, dimostrato il suo carattere estemporaneo, il suo essere effimero. Napoli, come i personaggi di una delle commedie più intense di Eduardo De Filippo, Napoli milionaria, da una circostanza all’altra, da uno scenario all’altro, si mostra diversa, ma uguale.

Durante la guerra, Gennaro Jovine e tutta la sua famiglia vivono in un basso malridotto, tirando innanzi con la vendita illegale del caffé e con altri espedienti. Finita la guerra, migliorato il tenore di vita, ristrutturato il basso, la famiglia, più ricca ma disunita, continua a soffrire. Napoli, come la famiglia Jovine, continua ad essere una città in sofferenza, soffocata dai suoi tanti problemi. Da sanare, meglio, da trasformare.

Come argomenta in un recente libro Gerardo Mazziotti (Diario Napoletano. Da Bassolino a De Magistris, Pironti 2011, pp. 480, Euro 20,00), attraverso la tutela e la rivitalizzazione del centro storico e il recupero di condizioni di civile convivenza delle periferie, degradate e degradanti. Attraverso la re-industrializzazione hi-tech ma ecocompatibile, al fine di garantire occupazione e produrre ricchezza. Attraverso la lotta alla corruzione e al saccheggio delle risorse finanziarie pubbliche, quella alla criminalità organizzata e la difesa della sana amministrazione. E ancora, attraverso la salvaguardia dell’aria e delle acque e il rilancio delle attività artigianali, commerciali e turistiche, il corretto smaltimento dei rifiuti solidi urbani e il riciclaggio degli scarti recuperabili.

Ma intanto Napoli continua ad essere ancora una città sospesa tra il disegno del waterfront, che prevede un ampliamento della zona passeggeri e lo spazio conteso, quello del centro storico tra coalizioni e conflitti. Una città nella quale sogni, utopie, realtà e, verrebbe da dire, disillusioni, si sono indistintamente intrecciate. Proprio per questo l’America’s cup è una nuova occasione.

Non diversamente da Pompei. Anche per la città patrimonio dell’Unesco lo è, anche se non vi sono “precedenti” come per Napoli. Ma a differenza della città sul golfo, Pompei è un progetto. Il piano illustrato dal Governo mostra un’articolazione di tempi e risorse, oggetti topograficamente definiti (le differenti regiones sulle quali intervenire per step) che indiziando quella progettualità finora mancante, promette serietà se non certezze.

Anche qui la posta in gioco è molto alta. Ci sono monumenti unici che colpevolmente sono giunti, tutti insieme, vicini alla fine. A lungo osservati, quasi immobili, mentre si sbriciolavano. Ma che ora finalmente sembrano iniziare a catalizzare un interesse non di maniera, ad essere al centro di un progetto specifico. Si è riaccesa la luce, ed è assai probabile, oltre che naturalmente auspicabile, che continui ad illuminare mentre si cercherà di fare ordine nel disordine.

Ma la ricchezza di Napoli, della sua provincia, non si arresta a Pompei, sulla quale il focus è ormai più che avviato. Ci sono anche altri siti, di pari bellezza, di eguale importanza, che continuano a rimanere al buio. Come accade per Stabia e per gli impianti residenziali del suo circondario. Villa Arianna, oppure Villa San Marco, o ancora, Villa del Pastore. Celebri per i raffinati affreschi che ne decoravano anche i soffitti. Varrebbe la pena investire anche lì, realizzando magari il grande parco archeologico per il quale è già pronto un progetto.

Della Campania felix descritta dagli autori latini Napoli e il suo hinterland erano parte considerevole. La ricchezza era certo il portato della feracità dei terreni, ma anche un riferimento alla presenza di città meravigliose, di un territorio costellato da residenze prestigiose. Singole parti di differente rilevanza che contribuivano a costituire un ambito geografico nel quale l’eccellenza era il comun denominatore.

Il Piano per Pompei dovrebbe servire anche a questo. Non solo a fornire gli strumenti per avere la possibilità di consegnare al futuro la città antica, ma a riattivare potenzialità da così a lungo inespresse da sembrare del tutto assenti. Sperando che si avvii un circolo virtuoso per cui i benefici da Pompei raggiungano Napoli, e viceversa. Così di seguito, fino a coinvolgere Stabia e poi Ercolano e via via ad espandersi sull’intera regione.

Napoli non può continuare a mostrarsi, ad essere se non nella forma almeno nel carattere quella che emergeva dai racconti di Salvatore Di Giacomo, alla fine dell’Ottocento. Macchiettistica, tragica, quasi sempre sconfitta. La città, con l’America’s Cup, ha l’occasione di fare un salto in avanti. Di utilizzare l’evento come un dispositivo in grado di accelerare la trasformazione urbana, oltre che di rappresentare il potere. E non come uno spot.

Parafrasando il titolo di un libro di Gigi Monello (La luce nel fosso. Tre racconti su Leopardi e Napoli, Scepsi & Mattana 2007, pp. 48, euro 6,00), è ora di far uscire la luce dal fosso nel quale è rimasta troppo a lungo confinata.


Autore: Manlio Lilli

44 anni, romano, laureato in lettere con indirizzo archeologico all’Università di Roma “La Sapienza”, dottore di ricerca in topografia antica all’Università di Bologna, professore a contratto presso la Facoltà di Ingegneria dell’Università di Perugia. Ha partecipato e condotto scavi archeologici a Roma, Pesaro, Grumentum e Venosa e campagne di ricognizione in Abruzzo, Marche e Lazio. Nella sua attività di ricerca scientifica si annoverano, oltre a voci nell’Enciclopedia Archeologica e nel Mondo dell’Archeologia a cura della Treccani, numerosi articoli e approfondimenti editi in collane e riviste italiane e straniere. E’ autore di tre opere monografiche sulla ricostruzione del popolamento antico di Lanuvio, Ariccia e Velletri.

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