– Nell’ambito del ciclone giudiziario che ha colpito la Lega Nord, ha fatto particolare rumore la possibilità che il denaro del Carroccio abbia “finanziato” le lauree del vicepresidente del Senato Rosy Mauro e del figlio del Senatur Renzo Bossi.
I contorni della vicenda dovranno essere verificati e chiariti nelle sedi opportune, ma il presunto scandalo delle lauree “comprate” ha suscitato un’ondata di sdegno e di ironia.
Molti hanno trovato nella vicenda la conferma della scarsa considerazione che la Lega – e più in generale una certa “destra” – ha della cultura, oltre che della presunzione di alcuni potenti di potersi comprare tutto con i soldi.

Come si può desiderare una laurea “finta”? E non è un affronto ai tanti giovani che si guadagnano gli allori chini sui libri?
Belle domande, ma in realtà, a ben pensarci, queste lauree “finte” del Trota e della “Nera” non fanno per niente a pugni con una diffusa etica del sapere, ma anzi compendiano perfettamente una visione dell’”istruzione” che in Italia è persino maggioritaria – la visione di quell’Italia conformista e classista che individua nell’avere o meno una laurea un elemento fondamentale di discrimine sociale.

Si tratta di un sentimento socialmente conservatore, eppure ironicamente più radicato a sinistra che a destra, specie tra coloro che amano guardare dall’alto verso il basso il commerciante, l’operaio e l’imprenditore che si è fatto da sé. Quello che queste élites prefigurano è piuttosto una società burocratizzata in cui si deve avanzare solo per titoli ed esami – considerati gli unici elementi oggettivi di “meritocrazia”, rispetto alla presunta vocazione “anticulturale” di un libero mercato che “tollera” che un idraulico guadagni più di un laureato in conservazione dei beni culturali.

La cultura del valore “intrinseco” del titolo di studio non provoca solo tentativi patetici di comprarsi una laurea “privata” tanto per poter anteporre un qualche prefisso al cognome, ma fa sì che l’intero sistema universitario pubblico diventi sempre più un “diplomificio”. Sappiamo tutti che le lauree della Mauro e di Bossi jr. non sono le uniche lauree “finte”, ma che anche tante lauree ufficialmente “bollinate” dallo Stato Italiano stanno divenendo progressivamente una finzione perché svuotate di competenze effettivamente acquisite e di conseguenti opportunità professionali.

Finisce così che troppi giovani studenti delle nostre Università paghino “a caro prezzo” – non solo in termini di esborso, ma anche di ingresso ritardato nel mondo del lavoro – delle lauree che alla fine valgono solo la soddisfazione nominale di far parte del mondo dei “dottori” anziché di quello dei “non-dottori”.

Contro questa inflazione cartacea, occorre affermare una visione più ampia di società della conoscenza e difendere un’idea di istruzione che non si identifichi, né si riduca al processo di educazione formale. Occorre riscoprire la bellezza di studiare per imparare e per migliorarsi, più che per appendere una pergamena alla parete – sapendo che in un mondo globalizzato e competitivo servirà soprattutto saper fare le cose.

Proprio in questi giorni il Ministero dell’Istruzione ha avviato una consultazione pubblica on-line sul tema del valore legale del titolo di studio. La sensazione è che la formulazione delle domande sia tale da indurre i più a risposte confermative dello “status quo”, quasi che gli oppositori al valore legale del titolo di studio si accontentassero di standard più bassi – quando invece la questione è proprio che il diploma di carta di per sé non garantisce particolari standard.

In ogni caso può essere utile provare a prendere parte all’iniziativa per poter portare, nei limiti del possibile, all’attenzione di chi governa il punto di vista liberale su una delle questioni più importanti per i ragazzi di oggi e di domani.