– Anche l’antipolitica è una delle forme della cattiva politica, di cui condivide l’inclinazione parolaia e opportunistica. La corruzione e l’inefficienza della politica, che stanno per esplodere in una nuova e rovinosa crisi di regime, non la febbre antipolitica, che ne è il sintomo, rappresentano dunque la malattia da curare.

Fare “pulizia” non basta. E rischia di non servire neppure, se non si pone rimedio ad un sistema di incentivi “istituzionali” al malcostume e al malaffare. L’antipolitica si batte solo con buona politica. Grillo, ormai, non è un nemico esterno, è un concorrente interno. Da battere offrendo sul mercato prodotti più convincenti.

Ha dunque ragione Angelo Panebianco, che sul Corriere invita i partiti ad aggiornare la propria ragione sociale e a deporre l’ormai patetica ambizione di costituire – con propri uomini e apparati – la principale elite del Paese e di identificarsi con le istituzioni facendo coincidere la ragione di partito con quella di Stato.

C’è sempre più politica, fuori dai partiti. L’impegno e la partecipazione si organizzano in forme sempre più individualistiche, spontanee ed estranee a canali della militanza tradizionale. C’è un’intelligenza politica sempre più diffusa e non sono più questi partiti a rappresentare il modo di produzione privilegiato delle idee per il governo.

Anche per questo, il finanziamento pubblico di oggi è semplicemente indifendibile e autolesionistico.

Panebianco dice che i partiti devono comprendere di non essere più “principi”, ma “sherpa”. Potremmo dire che i partiti nella politica 2.0 devono farsi aggregatori di contenuti e di classe dirigente. Non scrittori, ma editori. Non produttori, ma canalizzatori della politica per il governo. Questa evoluzione non depoliticizza i partiti e non ne cancella le differenze, ma le aggiorna. Un sistema dei partiti che replichi le partizioni ideologiche del ‘900, dopo il tramonto della società novecentesca, è sempre più inadeguato e meno politico.

Bisogna cambiare tutto, perché tutto cambi. Quello che nascerà dal Terzo Polo di Fini e Casini – al più presto – dovrà essere sul piano del metodo e del contenuto un modo responsabile, cioè onesto e competente, di rispondere alla crisi di regime e all’esigenza di cambiamento.