di SIMONA BONFANTE – Il Ministro Fornero aveva in mente una cosa: una grande riforma del lavoro e del welfare che sanasse le aberrazioni – anche in termini di squalificazione produttiva – della dualità laburistica, ed al contempo togliesse alle imprese anche il più remoto degli alibi addotti per non investire – tipo l’incertezza del diritto del lavoro. Ne è venuto fuori altro: una nebulosa normativa che non cancella ma semplicemente diversifica la dualità, inducendo a far diventare ‘nero’ quello che prima era precario; e gli alibi delle imprese – ovvero il timore di non poter disporre in autonomia della forza lavoro ma dover al contrario accollarsi i rischi ‘matrimoniali’ del contratto a tempo indeterminato – ecco, quegli alibi, la riforma Fornero li trasforma in argomenti economico-legali cogenti.

Scontentare le parti – sindacati e Confindustria – può esser davvero un segnale di emancipazione rispetto agli interessi corporativi di chi – sindacati, Confindustria e rispettivi referenti politici – ha sin qui contribuito al decadimento nazionale, ma non necessariamente fare il male di tutti equivale a “fare il bene del paese”. Il problema non era l’articolo 18 ma il fatto che fosse un giudice ad imporre ad un imprenditore come gestire la propria forza lavoro. Quel problema, la riforma, non lo risolve ma lo amplifica. Colpa del Pd?

Il ministro Passera ha anche lui in mente una cosa: riformare il sistema economico nazionale, tutto; ma farlo poco alla volta. L’idea cioè è porre ora le condizioni per un miglioramento generale, ma futuro. Vedi le liberalizzazioni (sic), le semplificazioni (sic) e il piano infrastrutturale sbloccato da questo governo dopo anni di inescusabile inerzia. Sulla spesa pubblica, poi, la strategia è razionalizzare non ridurre in sé. Per esempio – ha spiegato ieri in tv – su istruzione e ricerca serve più, non meno spesa, mentre altrove la spesa andrebbe completamente azzerata, non essendo altro che spreco.

Bene, ma sono proprio quegli sprechi la matrice della nostra voragine debitoria, della nostra vulnerabilità sui mercati, di quella spada di Damocle chiamata spread che fa schizzare in alto gli interessi che dobbiamo ai nostri creditori. Quegli sprechi sono frutto di incultura amministrativa e debordante illegalità nella gestione proprietaria delle risorse pubbliche; ed è per aggredire quella incultura e quella illegalità  che al governo ci stanno loro – i tecnici – e non i politici che sulle tecniche di alimentazione di quegli sprechi hanno costruito la propria professionalità.

Oggi pomeriggio si terrà un Consiglio dei Ministri straordinario; all’ordine del giorno il fondo per la riduzione fiscale da istruire coi proventi del recupero dell’evasione. Posso dirlo? Sa di beffa: aumentare le tasse per coprire la spesa ed al contempo fingere di abbassarle senza apportare alcun cambiamento strutturale nella composizione della medesima. Come beffa suona la parola ‘crescita’ associata ad una ricetta che si prefigge di ricostituire il paese garantendo copertura alla voracità improduttiva della sua macchina pubblica. 

Industrie decotte, pressione fiscale ammorbante, burocrazia vessatoria, sindacati alieni, rappresentanze politiche afasiche, inette, illegittime: in una situazione così non basta aggiustare la traiettoria, serve invertire la rotta; farlo subito, con decisione, fissando le coordinate d’approdo senza pensarci neanche a rallentare i motori.

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