L’ennesima accisa sulla benzina? No, professor Monti, no

di PIERCAMILLO FALASCA – Facciamo un’esercizio di fantasia e immaginiamo una realtà parallela in cui lo Stato tassi, ma non rapini, il consumo di carburante. Partiamo da un dato del mondo reale: secondo rilevazioni del Ministero dello sviluppo economico del 9 aprile scorso, il prezzo industriale medio di un litro di benzina verde è attualmente di 0,825 euro. Essendo uomini di mondo, sommiamo a questo valore l’Iva al 21 per cento. Avendo fatto il militare a Cuneo, ipotizziamo anche che in quel mondo alternativo viga una severa imposta sui carburanti fossili (una carbon tax, suggerirebbe subito l’ottimo Carlo Stagnaro dell’Istituto Bruno Leoni) pari al 33 per cento del prezzo industriale. Ancora, per farci accusare dagli amici del Tea Party Italia di fare sogni statalisti, aggiungiamo pure un ulteriore balzello del 20 per cento, che serva come contributo alla spesa sanitaria regionale, al fondo per le vittime della strada e chi più ne ha più ne metta.

Pure con una tassazione così significativa, in quel mondo alternativo un litro di benzina costerebbe insomma 1,4767 euro e non 1,851, quanto costa in realtà. Tra quel valore di fantasia e il dato vero c’è tutta la distanza tra uno Stato robusto, che finanzia i suoi servizi pubblici con un prelievo fiscale motivato ed equilibrato, ed uno Stato praticamente fallito. E’ in quell’Italia di fantasia che potremmo dividerci tra liberali e socialdemocratici, con i primi impegnati a ridurre la componente fiscale sulla benzina e i secondi a difenderla. In quest’Italia da incubo, purtroppo, l’unica contrapposizione possibile è tra chi vuole evitare la bancarotta e chi non se ne cura, banalmente perché non ne percepisce l’eventualità e i rischi.

E’ oggettiva la difficoltà con la quale un gruppo di uomini e donne di buon senso – qual è il governo Monti – guida uno Stato sull’orlo del fallimento. Per evitare la bancarotta, muovendosi tra i mille ostacoli frapposti da un sistema partitico giunto al capolinea e perciò incapace di guardare lungo, l’esecutivo tecnico prova ad impostare la sua politica economica a secondo i canoni della prudenza fiscale, immaginando che ogni spesa sia sempre coperta, senza cadere nella pluridecennale tentazione di gestire e riformare la macchina pubblica a debito, cioè provando a scaricarne i costi sulle generazioni future. Vale ad esempio per la riforma della protezione civile in via di redazione da parte del governo: è bene immaginare un meccanismo di alimentazione stabile e finalizzato del fondo destinato alla gestione post-emergenziale delle catastrofi ambientali, dopo anni di esorbitanti e poco trasparenti pagamenti a piè di lista.

Accade però che l’unica arma che il governo mostra di avere a disposizione per finanziare la riforma sia l’aumento della pressione fiscale, nel caso di specie l’ennesima accisa sulla benzina (di 5 centesimi al litro). A questo, noi non ci rassegniamo. Non riteniamo plausibile che il governo e le forze politiche che lo sostengono non siano capaci di reperire dalla montagna di spesa pubblica già esistente le risorse necessarie. E non rinunciamo all’idea che, se una riforma merita l’introduzione di una tassa finalizzata agli scopi della riforma, questa non debba avere come contropartita la contestuale riduzione dell’imposizione generale (ad esempio, rendendo quelle eventuali tasse di scopo detraibili dalle imposte sul reddito o comunque eliminando qualche altro balzello).

Ha probabilmente ragione il ministro Piero Giarda quando dice che il piano di revisione della spesa potrà al massimo servire a raccattare qualche briciola, tanto più perché i tagli fissati dal precedente governo erano scolpiti sull’acqua. Ma ci rifiutiamo di credere che il governo non sappia o non voglia essere franco con gli italiani, che non abbia il coraggio di sfidare con buon senso il maledetto senso comune: volete pagare meno tasse? Ecco, allora sappiate che c’è da rinunciare ad un “pezzo” di Stato. La gamba incancrenita va amputata, è inutile applicare semplici medicazioni con il rischio che la cancrena si espanda.


Autore: Piercamillo Falasca

Vicepresidente di Libertiamo. Nato a Sarno nel 1980, si è laureato in Economia alla Bocconi e ha frequentato il Master in Parlamento e Politiche Pubbliche della Luiss. E' fellow dell’Istituto Bruno Leoni. Ha scritto, con Carlo Lottieri, "Come il federalismo può salvare il Mezzogiorno" (2008, Rubbettino) ed ha curato "Dopo! - Ricette per il dopo crisi" (2009, IBL Libri). Ha scritto anche, nel 2011, "Terroni 2.0", edito sempre da Rubbettino.

5 Responses to “L’ennesima accisa sulla benzina? No, professor Monti, no”

  1. Massimo74 scrive:

    Di cosa vi lamentate?Monti è il vostro beniamino,siete voi che continuate convintamente a sostenerlo in parlamento nonostante tutti i danni che sta arrecando al paese.Chi è causa del suo mal pianga se stesso.

  2. federico scrive:

    Per me la benzina può anche salire a 5 euro al litro. Basta che con quei soldi si faccia un trasporto pubblico efficiente, pulito e gratis!
    In questo modo respiriamo un’aria più pulita, aiutiamo l’ambiente ed evitiamo di invadere la Libia&affini per il loro petrolio.
    E già che ci sono, obbligherei tutti i benzinai ad avere il meteano, che costa meno, è più pulito e ci libera dai petrodollari, la vera causa di tutti i mali.
    Saluti,
    Federico

  3. pippo scrive:

    Aumentare di 1 centesimo ed eliminare il bollo auto farebbe contenti gli automobilisti e si incasserebbe di più.

    Quanto risparmio per burocrazia e controlli per riscuotere in meno.

    Lo Stato deve avere poche entrate certe per i servizi che offre direttamente.

  4. Giacomo Zucco scrive:

    Statalistaaaa! ;-)))

  5. gisberto scrive:

    il governo è sempre più debole, è una debolezza che rispecchia il popolo italiano, un popolo che non vuole sacrifici ma benefici, Molto probabilmente il governo Monti avrebbe fatto un buon lavoro ma è difficile rinunciare a tutti i privilegi ottenuti in questi anni dove i partiti garantivano se stessi e i loro sostenitori creando sempre più debito. La ricetta sarebbe semplice; per ridurre il debito dovremmo ridurre i privilegi ed allora sì! Riduciamoli!
    “Ma quelli altrui”. Questo purtroppo è il popolo italiano, un popolo con una forte coscienza individuale che aspetta solo di essere motivata nella prospettiva di un nuovo Futuro.

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