La crisi economica spagnola è già crisi politica per Rajoy

– La zavorra della Spagna, ora come ora, non è solo l’economia. E’ anche, e soprattutto, la politica. L’ultima settimana ha mostrato tutto ciò che non si deve fare, in un Paese in tempo di crisi e sotto il durissimo esame dei mercati. Il governo retto dai Popolari sembra procedere a tentoni e per improvvisazione, annunciando una misura al giorno senza dettagliarla concretamente. L’opposizione socialista, ringalluzzita dalla rinnovata unità del partito, dalla buona riuscita dello sciopero dello scorso 29 marzo e dalla non-sconfitta (una vittoria in piena regola) alle elezioni andaluse dello scorso 25 marzo, vota contro le misure proposte dall’esecutivo: alcune delle quali, come il pareggio di bilancio, portate avanti proprio da loro quando erano al governo, cioè fino a pochi mesi fa. E i partiti autonomisti-nazionalisti votano con il governo a Madrid ma nelle comunità autonome (un formidabile centro di spesa nella Spagna postfranchista) si scontrano proprio con i popolari: come è successo il 12 Aprile al CiU, il partito nazionalista catalano che mentre nella capitale sosteneva la legge proposta dall’esecutivo, a Barcellona, dove governa, subiva il voto contrario di socialisti e popolari, stranamente alleati. Grande è la confusione sotto il cielo, dunque: e Madrid trema.

L’ultima settimana è stata un ulteriore calvario per un esecutivo che a soli poco più di 100 giorni dal suo insediamento ha già il fiatone.

Prima considerazione: la mancanza di una leadership chiara. Che Rajoy non fosse un capo carismatico lo si sapeva già, e ampiamente: ma essere riuscito a diventare il presidente del Pp, un partito zeppo di primedonne dove in tanti, nei quasi 8 anni di opposizione e dopo due sconfitte elettorali, lo volevano via dal comando, deponeva indubbiamente a suo favore e lo dipingeva come un leader poco appariscente ma efficace. Tuttavia, in questi quasi 4 mesi da capo del governo, Rajoy ha mostrato un approccio non solo poco carismatico ma anche piuttosto assente: ha concesso solo un’intervista ai mezzi di comunicazione, e per il resto ha mandato avanti soprattutto tre dei suoi ministri più importanti: la vicepremier Saenz de Santamaria, il ministro dell’Economia de Guindos e quello di Hacienda (più o meno quello che fu il nostro Bilancio) Montoro. Rajoy ha dato, cioè, l’impressione di non esporsi direttamente nello spiegare ai cittadini il senso dei sacrifici che si sono chiesti in questi mesi, come se la maggioranza assoluta di cui dispone e l’emergenza in cui il Paese versa bastasse motu proprio a creare attorno alle sue politiche un clima di consenso quasi automatico. Fino ad arrivare alla patetica scena di qualche giorno fa quando, dopo l’ennesima via crucis dei titoli spagnoli in Borsa, Rajoy si apprestava a lasciare il Parlamento da un’uscita secondaria per non incrociare i giornalisti e, una volta scoperto e rincorso da una serie di microfoni e telecamere, faceva slalom come se tentasse di nascondersi, negandosi a qualsiasi tipo di risposta.

In più, di questi primi 4 mesi dei popolari al governo colpisce l’improvvisazione che sembra guidare alcune scelte di fondo. La direzione è quella dei tagli di spesa, fedele ai dettami conservatori, ma alcune scelte compiute in queste settimane (l’aumento dell’Irpef e il condono fiscale su tutti) negano quanto sostenuto nel corso degli ultimi anni dai popolari stessi. In più, l’ultimo annuncio, un taglio di 10 miliardi di euro in educazione e sanità (la terza manovra da Dicembre a questa parte), annuncio fatto senza spiegarne i dettagli, ha creato nervosismo e allarme sociale.

Non che i socialisti stiano molto meglio. Estromessi dal potere in quasi tutta la Spagna, lo conserveranno quasi solo in Andalusia, dove dovranno però comporre una giunta verosimilmente con la sinistra radicale di Izquierda Unida, il cui appoggio, chiaramente e anche giustamente dal suo punto di vista, non sarà gratis. L’Andalusia, per le sue dimensioni, per il suo numero di abitanti, per la spesa pubblica che muove, sarà la vera spina nel fianco del governo Rajoy, molto più di un’opposizione parlamentare numericamente assai esigua. Ma a che prezzo? I socialisti si trovano nel classico dilemma delle sinistre liberali di questi tempi: sanno che per vincere non possono fare a meno dell’ala radicale ma sanno anche che con l’ala radicale sono spesso più i motivi di attrito che quelli di accordo. In più, nel loro modo di fare opposizione, i socialisti stanno imitando quanto fecero i popolari nella passata, tremenda legislatura: aspettano il nemico sulla riva del fiume, si ricostruiscono al loro interno, creano le condizioni per presentarsi alle successive elezioni in condizioni di “verginità” ma rischiano, quando torneranno al governo, di doversi rimangiare tutta una serie di scelte e posizioni prese negli ultimi anni.

E in tutto questo, un giorno sì e l’altro anche, esponenti del Pp (l’ultima in ordine di tempo è il Presidente della Comunità di Madrid, il falco Esperanza Aguirre, ma anche il ministro Montoro lo dice a ogni piè sospinto, seppure con accenti più moderati) minacciano le regioni autonome, colpevoli a loro parere di un deficit incontrollato, di togliere loro la maggior parte dei poteri e delle competenze, in un Paese dove un federalismo piuttosto spinto ha prodotto sia casi di autogoverno illuminato (Catalogna e Paese Basco, ad esempio) sia sprechi e politiche clientelari e suicide.

Ecco, dunque, perché la Spagna si sta trasformando inesorabilmente nel nuovo, grande malato d’Europa: perché, nonostante un governo numericamente forte, il Paese sembra non avere una direzione politica chiara e strategica. E’ la dimostrazione di quanto siano complicati i tempi che stiano passando: se anche un esecutivo politico e pienamente legittimato a operare dopo elezioni stravinte solo pochi mesi fa deve navigare a vista sotto la continua minaccia del naufragio non si capisce quale possa essere la soluzione alla crisi non solo per la Spagna, ma anche per l’Italia. Dove tra un anno si tornerà a votare e i tecnici lasceranno il posto a un nuovo governo politico. Che si spera tragga lezione da quello che in queste settimane sta succedendo a Madrid.  Permetteteci di essere scettici, ma speriamo di sbagliarci.


Autore: Simone Callisto Manca

Nato a Sassari nel 1982, è giornalista professionista. Ha avuto esperienze professionali all'Ansa (tra Madrid e Roma) e al Public Affairs dell'Ambasciata Usa in Italia. Attualmente vive a Barcellona, dove è Responsabile Comunicazione e Relazioni Pubbliche di un'importante associazione benefico-culturale di italiani all'estero.

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