L’ambientalismo dei ricchi che non conserva l’ambiente, ma i poveri

– Vi sono paesi in via di sviluppo dove la globalizzazione è considerata un’opportunità e non una minaccia. Gli angoli del pianeta afflitti da povertà, condizioni sanitarie precarie e aspettative di vita misere affrontano la modernità come una sfida per il progresso e lo sviluppo e non la rifuggono come fosse la causa di ogni male, con buona pace di un Occidente sempre più avvolto nel tepore dell’ideologia rousseauiana dell’esistenza parca e della decrescita felice.

In paesi emergenti come Malesia e Indonesia sono milioni i piccoli agricoltori che riescono a sostenere sé stessi e le proprie famiglie grazie a piccolissime coltivazioni di palme. Il commercio di olio di palma garantisce a questi lavoratori non solo la sopravvivenza, ma una prospettiva di sviluppo per il futuro. Per alcuni popoli la crescita economica di cui molti in Occidente vorrebbero sbarazzarsi è la loro unica opportunità di affrancarsi dall’indigenza e dalle malattie. Senza crescita non vi può essere lavoro, e senza lavoro non è garantita un’esistenza decorosa. I popoli asiatici amano la terra ereditata dai loro avi e operano al meglio delle loro possibilità nel rispetto di quell’ambiente che garantisce il loro sostentamento.

Malgrado gli sforzi compiuti dagli agricoltori asiatici per sperare di godere anche soltanto di un centesimo del benessere diffuso in Occidente, alcune imposizioni restrittive e discriminatorie fortemente volute dalle lobby ambientaliste minano le possibilità di sviluppo di un commercio come quello dell’olio di palma che traina il progresso di milioni di famiglie che stentano a sopravvivere. E’ il caso, ad esempio, delle certificazioni di sostenibilità ambientale assegnate alle coltivazioni di olio di palma.

Come per il marchio FSC consegnato ai produttori di legname, si tratta di “bolli” che dovrebbero garantire l’ecosostenibilità delle coltivazioni, accertandosi che la produzione non incentivi il fenomeno della deforestazione. In realtà, gli unici soggetti in grado di sostenere i test delle certificazioni sono le grandi compagnie multinazionali, a cui queste sedicenti forme di tutela offrono su un piatto d’argento la possibilità di sbarazzarsi della concorrenza dei piccoli produttori, privi dei mezzi necessari a incontrare dei requisiti troppo stringenti.

Imponendo i propri standard e perseverando nei propri preconcetti ambientalisti, l’Occidente benpensante, quello delle politiche ambientali dei sedicenti progressisti, si macchia della grave colpa di ostacolare l’uscita di milioni di famiglie composte da umili lavoratori da una condizione di massima indigenza. Le lobby ambientaliste che impediscono alle popolazioni rurali di vivere del proprio raccolto non differiscono in nulla dagli odiati neoconservatori che intendono esportare ed imporre il modello occidentale alle altre civiltà. Il mondo non è l’Occidente: se possiamo permetterci oggi di stanziare miliardi di euro per politiche ambientali che nella maggior parte dei casi si rivelano fallimentari è grazie alla ricchezza che abbiamo prodotto nel corso dei secoli.

Là dove si muore ancor oggi di stenti il nostro modello di rispetto dell’ambiente è improponibile.Pretendere che popolazioni indigenti si adattino ai capricci ideologici e un po’ egocentrici di un manipolo di lobbisti che vive dall’altra parte del mondo, distante migliaia di chilometri dai problemi reali di certe aree del pianeta, è il modo migliore per escludere una buona fetta della popolazione mondiale dal benessere e dal tenore di vita che la modernità e la globalizzazione sono in grado di offrirci.

La sinistra ambientalista, solitamente fautrice delle suddette imposizioni, è così miope da non rendersi conto che, se lasciata libera di lavorare, quella che adesso è la classe contadina può diventare la classe media dell’Indonesia e della Malesia del domani, in grado di assicurare un’istruzione ai propri figli e dare luogo a una distribuzione più equa delle risorse di paesi in cui, ad oggi, la maggior parte della ricchezza è concentrata nelle mani di pochi potenti.

Negli anni ’70 dello scorso secolo era in voga nelle relazioni internazionali la dottrina dell’economia-mondo. Figlia del Sessantotto, accusava il mondo occidentale e capitalista di sfruttare e ridurre in schiavitù i paesi sottosviluppati. Quanto avviene oggi per mano della retorica ambientalista con le certificazioni, le restrizioni e i dazi sul commercio del legname, dell’olio di palma e di decine di altri prodotti dimostra che l’Occidente che sfrutta i paesi in via di sviluppo non è quello capitalista, ma quello che si definisce progressista mentre condanna alla miseria milioni di persone, salvo poi sperare di lavarsi la coscienza con un terzomondismo ipocrita e di facciata.

Da alcuni giorni sul sito change.org è stata pubblicata una petizione indirizzata ai governi occidentali per porre fine a quest’ingiustizia che grava sulle spalle di popoli operosi. Firmarla è un piccolo passo per sensibilizzare l’opinione pubblica a una giusta causa.


Autore: Daniele Venanzi

Romano, studente di Scienze Politiche e Relazioni Internazionali alla Sapienza. Contributor di Libertiamo, Linkiesta, l'Occidentale e The Front Page; autore del blog Mercato & Libertà. È redattore di Disarming the Greens, blog che si occupa di questioni ambientali e green economy da una prospettiva di mercato. Nel 2011 ha tradotto l'appendice all'Autobiografia di Friedrich Von Hayek, edita da Rubbettino. È vincitore della Scuola di Liberalismo 2013 di Roma organizzata dalla Fondazione Einaudi, con tesina sulla public choice e la crisi del welfare state.

9 Responses to “L’ambientalismo dei ricchi che non conserva l’ambiente, ma i poveri”

  1. AGC scrive:

    Quando il paternalismo occidentale è razzismo operante per conservare la segmentazione del mondo. almeno io l’ho capito cosi.

    in Rousseau c’è anche il mito del buon selvaggio e del caritatevole servizio di tutoraggio del mondo progredito

  2. “Non capisco chi da i nomi a questi, si fanno chiamare progressisti ma se quello che sostengono venisse applicato alla lettera, ritorneremmo all’età della pietra” – Tom Woods Jr.

    La mitologia socialista è dura a morire e non basta quante prove, fatti e sterminii siano stati perpetrati nei paradisi dei lavoratori, loro continuano a sostenere le solite balle, la rivoluzione industriale, gli schiavi cinesi, l’imperialismo, la distruzione delle risorse, la legge della giungla, l’avidità, la limitatezza mentale, lo sfruttamento del lavoro… bla…bla..bla senza mai scendere nei particolari, fanno come Marx gli ha insegnato; Teniamoci sul vago e se ci scoprono, diciamo che sono ‘porci borghesi’ e che dunque il loro pensiero non può capire il nosto (avanguardia del proletariato). E incuranti di tutto continuano a ripetere sostanzialmente le stesse manfrine che tutti i regimi socialisti, siano socialdemocratici o social comunisti o nazionalsocialisti hanno sostenuto.

  3. Paolo scrive:

    “La sinistra ambientalista (…) è così miope da non rendersi conto che (…) la classe contadina può diventare la classe media dell’Indonesia e della Malesia del domani”.

    Miope? Ma se ci vede benissimo!
    La reale emancipazione dalla povertà è una iattura per chi vive sulla promessa di emancipazione…

  4. Churchill diceva;
    i Socialisti amano a tal punto i poveri… che ogni volta che salgono al potere ne creano di nuovi.

  5. Daniele Venanzi scrive:

    Paolo, sono d’accordo ma quel “miope” era per essere diplomatico, per non dire che é gente in mala fede…

  6. Daniele Venanzi scrive:

    Giuseppe, grandissima citazione di Churchill. Averla oggi una destra così

  7. federico scrive:

    Una domanda: cosa impedirebbe alle grandi multinazionali, o comunque alle grandi aziende, spesso degli stessi Paesi in via di sviluppo, di fare una scorpacciata di piccoli agricoltori e accentrare nelle loro mani il capitale fondiario? Non ho sufficienti argomenti alla mano, ma onestamente, alla tesi dei piccoli agricoltori che campano di olio di palma per biodiesel credo parecchio poco. E’ un mercato inventato dai grandi che nasce per i grandi e non dà spazio ai piccoli per natura… A meno che per spazio non si intendano i contratti di coltivazione in cui gli atomistici piccoli coltivatori di palma hanno ben poco potere contrattuale rispetto ai grandi. E allora, se sono quelle le opportunità della globalizzazione… Diciamo che sì, nei PVS tutti, anche il piccolo produttore, anche l’operaio, guardano con fiducia al mercato globale perché l’economia da loro cresce. Non è colpa della nostra ideologia della “decrescita felice” (frutto della nostra incapacità di crescere ancora, e quindi della nostra sfiducia), né della -legittima- volontà di sapere se comprando olio di palma riduco o aumento le mie emissioni di co2. Altrimenti, abbandoniamo le nostre “ipocrisie”, e lasciamo produttori grandi e piccoli liberi di fare qualunque cosa… Anche bruciare la foresta se lo ritengono, no? L’ambientalismo dei ricchi secondo me non conserva i poveri, piuttosto si può dire che non conserva nemmeno l’ambiente. L’olio di palma non salverà affatto il mondo, per ragioni scientifiche oggettive. Alcuni poveri verranno invece salvati da una crescita che si sta spostando, in parte, altrove. Al prezzo di creare altri poveri probabilmente.

  8. creonte scrive:

    non vedo perchè al critica sia rivolta unicamente alle sinistre, quando le destre fanno altrettanto

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