Le difficoltà in cui versano decine di migliaia di lavoratori “esodati” e spiazzati dalla riforma previdenziale, che ha spostato in avanti di alcuni anni la loro età di pensionamento, sono ovviamente vere e drammatiche. Ad essere grottesca è invece la pretesa che questi siano disoccupati “più uguali” degli altri e meritino, per ciò stesso, una speciale tutela, diversa e maggiore di quella riservata a un qualunque “disoccupato semplice”, che non avendo consentito a dimissioni incentivate, ma essendo ugualmente rimasto a spasso a 57 o 58 anni, alla pensione pensava di arrivarci, più modestamente, con i propri risparmi, dopo i dodici mesi della cosiddetta disoccupazione ordinaria.

Nella manifestazione di oggi  i sindacati torneranno a incalzare il Governo che, per bocca del Ministro Fornero, ha ieri confermato la stima di 65 mila unità prevista nell’ambito della riforma. E insisteranno, continuando a contestare le stime dell’esecutivo, perché a beneficiare dell’eccezione sia una platea più ampia, che comprenda anche i disoccupati in mobilità e assistiti da fondi di solidarietà di categoria.

Il Ministro, però, al pari dei sindacati, non pensa a un’applicazione o eventualmente ad una modifica neutrale della regola prevista dal decreto “salva-Italia”, ma ad un intervento ad hoc riservato agli “esodati” e agli altri interessati da accordi collettivi stipulati in sede governativa entro il 2011 che, con le regole previgenti, avrebbero potuto pensionarsi entro i 24 mesi successivi e non a quanti (molti di più) invece abbiano, a parità di altre condizioni, visto scivolare in avanti la propria età pensionabile, senza aver beneficiato di alcuna “copertura” straordinaria.

Che chi ha goduto di trattamenti straordinari rivendichi una sorta di diritto acquisito alla straordinarietà e che tutto questo, nella pubblicistica di parte sindacale e in fondo anche di parte governativa, diventi una sorta di principio di giustizia “non negoziabile” (si tratta sulla misura, non sul principio) rende intellettualmente velenosa la discussione sui possibili aggiustamenti della riforma previdenziale a beneficio dei disoccupati più anziani, meno occupabili e, con le regole previgenti, più vicini all’età di pensionamento.

Nella discussione tra il governo e le parti sociali, sembrano insomma confrontarsi un’eccezione piccola e una grande e dunque non un torto e una ragione, ma due torti. Se si ritiene – e mi pare che si ritenga – necessario attenuare lo scalone, in alcuni casi ripidissimo, introdotto dalla riforma, distinguere, anche in questo caso, i figli e i figliastri, i “sommersi” e i “salvati”, a seconda della lontananza o vicinanza dai sindacati confederali non è ragionevole e, alla fine, neppure tollerabile. Il peso specifico dei disoccupati non dovrebbe “fare diritto”.

A un’uguale di condizione dovrebbe corrispondere un’uguale protezione (un’uguale regola o un’uguale eccezione). Tutti gli “uguali”, peraltro, dovrebbero essere chiamati a pagare in modo uguale il prezzo delle strettissime compatibilità finanziarie, con cui l’Italia deve fare i conti. Perché a parità di età e anzianità contributiva, un disoccupato impegnato a proseguire la contribuzione previdenziale in forma volontaria fino al traguardo della pensione può essere sacrificato e un disoccupato “esodato” deve invece essere graziato?

Perché peraltro a fare la differenza tra l’uno e l’altro rispetto ad una misura chiaramente assistenziale non è la condizione sociale – redditi e carichi familiari, situazione patrimoniale… – ma la condizione politica del disoccupato: quanto vicino o lontano sta dal “cerchio magico” dell’elite confederale? Se tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge, dovrebbero a maggiore ragione esserlo davanti alle pensioni. Ma non è così, perché in Italia non è solo duale la società degli occupati, ma pure quella dei disoccupati.

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Twitter @carmelopalma