Rick Santorum ha gettato la spugna. Sua figlia, Bella, di tre anni, è in gravi condizioni di salute. I sondaggi lo danno perdente nella “sua” Pennsylvania, lo stato che rappresenta in Senato. In stati laici quali il New York e la California, teatro delle prossime grandi primarie, non aveva molte chance di vincere. E così, invece di una lenta agonia, ha optato per la fine eroica, sul campo di battaglia di Gettysburg (teatro della sconfitta dei sudisti nel 1863), dove ha annunciato la sospensione della sua campagna.

Sarà ricordato per essere comparso “dal nulla”: benché senatore veterano, la sua era una campagna con un budget ridotto e Rick Santorum era una personalità semi-sconosciuta della politica americana, almeno sino al gennaio del 2012, quando ha vinto nell’Iowa, con il riconteggio dei voti, dopo che Mitt Romney aveva cercato di soffiargli il risultato.
Ora l’uscita di scena di Rick Santorum fa bene a tutti. Anche allo stesso Santorum. Vediamo il perché.

Prima di tutto la sua ritirata sarà tutta salute per il Grand Old Party repubblicano. Che ora ha un unico candidato credibile, Mitt Romney, da contrapporre a Barack Obama. Gli strateghi del partito hanno ancora 6 mesi di tempo per riparare i danni di una lunga guerra fratricida e concentrare gli sforzi contro i democratici.
Uno scenario senza Santorum farà bene al Tea Party. Da sempre scettico, quando non apertamente ostile al candidato Mitt Romney (giudicato troppo legato all’establishment e ambiguo sui valori conservatori), il movimento popolare anti-tasse si era gettato a capofitto dietro Santorum, ormai unica alternativa conservatrice credibile. Con le uniche eccezioni dei tea partiers della South Carolina e della Georgia, che si sono divisi fra Santorum e Gingrich (regalando la vittoria a quest’ultimo in entrambi di stati del Sud), il Tea Party stava diventando il partito del candidato cattolico conservatore. E, se avesse continuato su questa strada fino a novembre, il movimento avrebbe perso gran parte del suo slancio rivoluzionario.

Prima di tutto perché il Tea Party è forte finché si concentra su quelle due-tre tematiche economiche (meno tasse, meno spesa, governo limitato) che possono attrarre sia libertari che conservatori, potenzialmente un quarto degli americani. Aggrapparsi ad un candidato che pone al primo posto del suo programma la religione avrebbe limitato il raggio d’azione del Tea Party alla “Bible Belt”. Peggio ancora: Santorum è più inaffidabile di Romney sulla spesa pubblica. Quando il debito lievitava a causa delle politiche sociali di George W. Bush, Santorum era lì in Senato a votarle. Un movimento anti-establishment come il Tea Party si sarebbe trovato a far campagna per un uomo che ha vissuto sempre di pane e politica e che si è fatto le ossa a Washington DC.

L’allontanamento di Santorum dalla Casa Bianca fa molto bene alla libertà degli americani. Lasciamo pur perdere le dichiarazioni di Santorum sulla pornografia, sul gioco d’azzardo, sulla contraccezione, tutte cose che proibirebbe subito su scala nazionale, se solo avesse il potere di farlo. Questi sono solo dettagli di una sua visione della politica, che è coerentemente e consapevolmente contro la libertà individuale. Santorum si oppone alla separazione fra Chiesa e Stato. Dal suo punto di vista questo principio “non è americano” e deve essere superato. La religione, a suo parere, deve avere un ruolo di guida etica nella formulazione delle leggi, dunque essere alla base della legittimità dello Stato. Il suo è un disegno politico da Stato etico, religioso, antitetico allo Stato minimo liberale.

Per essere più esplicito, Santorum si è anche sempre detto refrattario al terzo principio su cui si fonda la Dichiarazione di Indipendenza degli Stati Uniti: la “ricerca della felicità”. Per l’ex candidato si tratterebbe di un principio “brandito dalla sinistra”, che in molti casi “ha danneggiato l’America”. Nel suo discorso in difesa del “conservatorismo compassionevole” di George W. Bush, ha attaccato alla radice i principi del liberalismo: “Il conservatorismo americano – aveva dichiarato in quella famosa orazione del 2005 – non ha mai ricercato una libertà illimitata di ‘fare quello che vuoi purché non danneggi gli altri’. Questa forma di libertà di essere e di fare quel che si vuole, che non giudica sul merito delle scelte, è una libertà egoista, che non può essere sostenuta o sopportata. Qualcuno viene necessariamente danneggiato quando masse di individui fanno quello che vogliono, sulla base dei loro interessi personali. La libertà è vera libertà solo se accompagnata da responsabilità. Responsabilità nei confronti di qualcosa che è più alto rispetto a sé. E’ la libertà altruista. Una libertà nel sacrificio. E’ la ricerca della felicità con un occhio al bene comune. La vera libertà è uno sguardo rivolto al Paradiso, quando la mano è tesa al vicino”.

E’ per questo che la sconfitta di Santorum fa bene allo stesso Santorum. Dopo anni di sacrifici economici sotto Obama, gli americani non avrebbero sopportato a lungo un presidente che vuole la “libertà nel sacrificio” e la “mano tesa al vicino” coi soldi dei contribuenti. E’ meglio che il candidato cattolico passi alla storia come uno sconfitto con onore: un uomo che, nel nome della responsabilità di schieramento, ha avuto il coraggio di chiamarsi fuori dalla lotta dopo aver dato filo da torcere al potente rivale Mitt Romney, battendolo in ben 11 stati. Un “Davide contro Golia” che piace ai conservatori puri di cuore. Purché non vada al potere realmente.