Finanziamento pubblico dei partiti, una modesta proposta

– L’accordo sui finanziamenti pubblici raggiunto dai partiti sembra servire a poco. Le regole sulla trasparenza che verranno scritte in queste settimane danno l’illusione di tenere a bada l’opinione pubblica senza toccare i portafogli dei partiti. Difficile che i partiti arroccati in Parlamento rinuncino loro sponte al bottino che gli è garantito dalla legge sui rimborsi elettorali.

La linea scelta, tuttavia, stride troppo con l’esigenza avvertita dal paese di rigenerare la classe politica e di restituire la sovranità ai cittadini. L’elevato ammontare dei finanziamenti pubblici ai partiti, impropriamente chiamati rimborsi elettorali, fa gridare vendetta al contribuente. Ma non è solo questione di austerity. Gli elettori chiedono di poter scegliere quale politica ci traghetterà alla terza repubblica.

Le norme sui rimborsi elettorali (la legge madre è la legge 157/99) prevedono che i partiti che abbiano ottenuto almeno l’1% dei voti si spartiscano quattro fondi, ciascuno dei quali di un ammontare pari al numero delle persone iscritte alle liste elettorali per la Camera dei Deputati. I requisiti per l’accesso ai finanziamenti sono differenziati e dipendono dai voti e dai seggi ottenuti nelle diverse competizioni elettorali. La soglia più bassa, prevista per l’elezione della Camera, garantisce i rimborsi ai partiti con almeno l’1% dei voti.

In totale, il bottino è di circa 200 milioni all’anno per cinque anni. Fino a pochi mesi fa c’era anche il cumulo dei rimborsi nel caso di interruzione prematura della legislatura. Se, come è accaduto nel 2008, la legislatura si interrompeva prima del suo termine naturale, i partiti continuavano a ricevere i rimborsi riferiti alla vecchia legislatura, che si sommavano a quelli riferiti alla nuova.  In pratica fino al 2011 i partiti hanno percepito i rimborsi per la legislatura 2006/2011 (terminata anzi tempo nel 2008) insieme a quelli della legislatura in corso. Un abominio abrogato, tardivamente, con una delle manovre Tremonti dello scorso anno (l’art. 6 comma 1 del decreto legge 6 luglio 2011, n.98), di cui la stampa nazionale comunque non si è accorta.

È evidente che il sistema non regge. Le riduzioni disposte con le manovre del 2011, che hanno portato a un taglio del 30% dei finanziamenti pubblici, sono poca cosa, di fronte al raddoppio (+100%) della cifra spesa dagli Italiani per sovvenzionare i partiti che hanno concorso alle elezioni del 2006 e del 2008.

Non solo la legge sui rimborsi crea una voce di spesa pubblica incontrollabile; rappresenta anche un ripudio della volontà espressa dal corpo elettorale in occasione del referendum del 1993. In più, cosa ben grave in questo momento, ingessa il quadro politico attuale e alza le barriere agli incomer. Il vantaggio competitivo concesso a chi è già dentro il Parlamento scoraggia l’organizzazione di alternative politiche e di una reale alternanza.

Una proposta: ridare al contribuente il diritto di scegliere se e quale politica promuovere. Lo strumento ci sarebbe già: il 5 per mille. Ad oggi, il contribuente, in sede di dichiarazione dell’Irpef, può formulare una sola scelta e a favore di alcuni soggetti specifici: associazioni di volontariato, organizzazioni no profit, enti di ricerca, università, il proprio comune per i servizi sociali, associazioni sportive dilettantistiche. Il meccanismo non è consolidato nella normativa nazionale. Ogni anno, necessita di una specie di conferma normativa. Inoltre, nel corso degli anni, l’ammontare delle risorse destinabili alle finalità sociali è stato blindato, prevedendo stanziamenti anche inferiori alla quota rappresentata dal 5 per mille del gettito Irpef. Ma anche rendendo stabile il meccanismo del 5 per mille, la spesa è controllabile. Su 180 miliardi di euro di gettito Irpef ogni anno, con il meccanismo a favore del terzo settore, le uscite per l’erario ammontano a massimo 900 milioni. In più, non tutti i contribuenti esercitano la facoltà di scegliere la destinazione del 5 per mille. Solo il 60% esercita l’opzione.

La cosa più semplice sarebbe rendere stabile nel tempo il meccanismo, estendere la platea di soggetti destinatari alle associazioni politiche che rispettino criteri di trasparenza (partiti, ma anche altri soggetti che contribuiscono alla vita politica del paese) e consentire al contribuente di scegliere più di un beneficiario.
In questo modo, la spesa pubblica verrebbe ridotta di circa 150-200 milioni di euro all’anno, il terzo settore vedrebbe consolidata a livello normativo una possibile fonte di finanziamento e i contribuenti potrebbero decidere, sua base prettamente volontaristica, se e a quale soggetto politico contribuire.

Il fatto che la platea di beneficiari non comprenda solo i partiti presenti in Parlamento aumenterebbe anche il pluralismo e favorirebbe il rinnovo dell’offerta politica.


Autore: Diego Menegon

Nato a Volpago, in provincia di Treviso, nel 1983. Laureato del Collegio Lamaro Pozzani della Federazione Nazionale dei Cavalieri del Lavoro. Ha svolto ricerche e scritto per Iter Legis, Agienergia e la collana Dario Mazzi (Il Mulino). Si occupa di affari istituzionali e di politiche del diritto nei temi di economia, welfare, energia e ambiente. Socio fondatore di Libertiamo, è Direttore dell'ufficio legislativo di ConfContribuenti e Fellow dell'Istituto Bruno Leoni. Attualmente candidato alle elezioni politiche 2013 con Fare per Fermare il Declino.

4 Responses to “Finanziamento pubblico dei partiti, una modesta proposta”

  1. Gulliver Nemo scrive:

    La proposta è ragionevole e fattibile.
    Andrebbe chiarito meglio se il contribuente possa indicare sulla dichiarazione dei redditi a quale partito politico destinare il 5×1000 (rischio “schedatura”), se a piú di uno o se “genericamente” a tutti i partiti (in tal caso bisogna poi stabilire i criteri di ripartizione). Inoltre bisognerebbe precisare se è destinabile solo ai partiti già presenti nelle istituzioni o anche a nuove formazioni politiche (registrate).
    Infine si dovrà distinguere fra le diverse forme associative: Associazioni, movimenti politico culturali e “fondazioni”.

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