Alla politica servono meno soldi, e soprattutto non pubblici

di LUCIO SCUDIERO – Menano il can per l’aia e non si accorgono della burrasca che arriva dal mare. Sono i partiti politici italiani. Che ieri hanno raggiunto un accordo su come far finta di affrontare il tema dell’autoriforma del proprio finanziamento, promettendo controlli e sanzioni su come spenderanno i soldi dei contribuenti. That’s all folks! Fine dello spettacolo? Potete giurarci che no.

Lo sdegno popolare per i fatti succedutisi in questo scampolo terminale di Seconda Repubblica non si arresterà di fronte a tre revisori contabili e una commissione di controllo, per quanto autorevole essa sia. Finchè i contribuenti italiani saranno costretti a staccare assegni a nove zeri per nutrire un apparato politico elefantiaco e autoreferenziale, dove troppo spesso allignano inefficienza e corruttela, c’è da scommettere che la domanda di un repulisti, anche con mezzi straordinari, si farà sempre più incalzante. E saremo punto e a capo.

Il modo per arginare questa spirale non può che essere politico, nel senso indicato qualche giorno fa da Carmelo Palma in modo pienamente condivisibile. Non sono necessari tutti quei soldi ai partiti, nè è necessario che siano fondamentalmente pubblici, con la scusa un po’ trita e tanto paracula che senza soldi pubblici la politica diventa un affare per ricchi. Anche perchè non mi sembra di aver visto in giro, negli ultimi 20 anni, iniziative politiche di successo imbastite da “poveracci” a cui il finanziamento pubblico abbia consentito di abbattere le barriere all’ingresso nel sistema politico nazionale. Tutt’altro, esso ha distorto e continua a distorcere il mercato politico, costituendo una rendita di posizione per gli incumbent, che infatti se lo tengono ben stretto.

Abolirlo sic et simplciter, dunque, non sarebbe una iattura, passando ad un sistema di funding privato, con ferree regole di trasparenza, tetti molto bassi alle erogazioni e un robusto incentivo fiscale,  in modo da innescare un meccanismo competitivo tra le consorterie politiche italiane, che dovrebbero guadagnarsi la stima e la fiducia dei cittadini prima di intascarne i denari. Un’ipotesi su cui gli sherpa della partitocrazia italiana per il momento non ragionano, ahinoi, ahiloro.

Senza essere nè naif nè partigiano, ci sono già esperienze, oggi, che attestano l’esistenza di uno spazio di manovra per sopravvivere senza finanziamento pubblico. Futuro e Libertà ce la fa, per esempio.


Autore: Lucio Scudiero

Classe 1986, è laureato in Giurisprudenza presso l’Università Federico II di Napoli. Quando non scrive nè edita bozze altrui studia a un master di diritto europeo, in attesa di potersi dedicare alla storia moderna, alla musica e ai classici della letteratura. E' incidentalmente caporedattore di Libertiamo.it.

3 Responses to “Alla politica servono meno soldi, e soprattutto non pubblici”

  1. foscarini scrive:

    Perfettamente d’accordo.
    Quando invece vedo Bersani che ci racconta la panzana grottesca che senza i contributi pubblici la politica diventa affare per ricchi, mi viene il latte alle ginocchia e un sussulto di vomito.

  2. fabrizio scrive:

    Perfettamente d’accordo con Lei……. ma Dalla Vedova, della decisione della triade ABC non ne sapeva niente??? Quando é che ci decideremo a buttere a mare sgli sciagurati CASINI e RUTELLI ed a tornare soli???? pochi, ma buoni??

Trackbacks/Pingbacks