di SIMONA BONFANTE – Maroni? È quello che ha detto ‘no’ alla riforma delle pensioni che ha trasformato il sistema previdenziale italioto da pozzo senza fondo dell’assistenzialismo statale a fondo (senza pozzo) di accantonamento auto-sostenuto. L’orgoglio padano – quello vero – brinda a quella riforma (e stappando prosecco non ampolle d’annata d’acqua del Po), dacché quella riforma esaudisce la primigenia, mai appagata ma sempre sostanziale istanza del produttivismo nordista: avere indietro dallo Stato quello che allo Stato viene versato.

La Lega, ovvero il partito post- pulizie di Pasqua di cui Maroni si accinge ad assumere la co-leadership, è quello che la Roma ladrona ministeriale se l’è portata in casa, che dell’occupazione pubblica di spazio privato (partecipate, amministrazioni provinciali, enti) è diventata campione, che dell’utilizzo privato di risorse pubbliche (le tasse del nord spese, ad esempio, nella altrimenti improduttivamente costosa e ridicolmente familistico-celebrativa scuola bosina della signora Bossi) ha fatto il più clientelar-terrone dei business plan politici. La Lega, poi, è anche quella che ha mortificato gli imprenditori veri (gli allevatori che hanno sottratto risorse alle proprie imprese per onorare le multe loro inflitte dalla Ue per lo sforamento delle quote latte) costringendoli a subire l’anticoncorrenzialità sleale degli imprenditori finti (i cialtroni che le multe non le hanno pagate).

Questa è la Lega, quella di Maroni e di Bossi – che sono sempre stati il medesimo prodotto, ma con etichette diverse: leghisti della vergogna padana. L’orgoglio del Nord – creare impresa e lavoro e ricchezza non drogata da sussidi pubblici, non zavorrata da una burocrazia nemica, non violentata da una mediazione politica strafottente e prepotente – la Lega bossi-maroniana non l’ha mai né difeso né alimentato. Quell’orgoglio, semmai, la Lega l’ha annientato costringendolo a credersi difesa etnico-identitaria, difesa dal mercato, difesa dalla modernità. “Difesa dei valori” dalla Ue e dalla finanza – ha detto questo, ieri sera a Bergamo, Roberto Maroni, la nouvelle vague del leghismo resistenziale.

L’orgoglio padano – quello vero – è il mercato, la capacità e la volontà di produrre; è l’emancipazione dal parassitismo stato-indotto, la lotta (culturale e fattuale) contro il parassitismo alimentato, e viziosamente mediato, dalla politica occupante ed ammorbante. Sono le imprese che fanno innovazione e spopolano in mezzo mondo, come la TCI di Saronno di cui saremo ospiti dall’11 al 13 maggio per la nostra prossima sessione seminariale. L’orgoglio padano è la fiducia nell’individuo, il rispetto per la sua vocazione auto-affermativa. È il liberalismo, cioè. Quella vocazione ad affermare il diritto alla diversità dell’essere umano contro cui la Lega si è più battuta in questa sua lunga marcia verso la terronizzazione del Nord.

No, non hanno proprio niente di cui dirsi orgogliosi, i leghisti. Il Nord invece, nonostante la regressione stracciona subìto per mano dell’establishment governante – senza soluzione di continuità – dalla Seconda non-repubblica in qui, ecco quel Nord ha degli ottimi motivi di ritrovare l’orgoglio, ritrovando sé stesso.

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