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‘Egodistonico’ non è un insulto, cari conformisti del sessualmente corretto

Sarnough, Alabama: 6,421 abitanti, in maggioranza coltivatori diretti. Ci sono due chiese battiste, una per i bianchi (otto cittadini su dieci) e una per i neri; una più piccola, metodista, bianca; e una parrocchia cattolica, frequentata dai pochissimi ispanici. Non ci sono ebrei, non ci sono musulmani. I rapporti tra etnie e culture non sono facilissimi da queste parti, tra la pesante eredità della schiavitù e la diffidenza verso i modelli yankee. I tre pastori protestanti e il prete cercano di lavorare insieme, di stemperare un po’ le tensioni in deferenza ai valori cristiani. La loro missione di questi tempi è difficile, perché sei mesi fa si è consumata un’orribile tragedia. Mary Jane, la figlia minore di John e Harriet Stanton, è stata trovata morta per overdose in un albergo a ore di Miami. Aveva compiuto da poco diciassette anni.

John è un agricoltore sui cinquant’anni. La moglie, quasi coetanea, è casalinga. Si sono sposati da giovanissimi; il loro reddito è sempre stato modesto, ma sono riusciti a costruire una casa e hanno messo al mondo tre figlie. Sono molto conservatori, come quasi tutti gli abitanti di Sarnough. Non amano il governo federale, non credono nella teoria dell’evoluzione, la loro interpretazione della Bibbia è letterale. Votano di rado, giusto quando si presenta un candidato proveniente dal deep South che condivide le loro convinzioni più radicali. E, se Harriet di nascosto dal marito ogni tanto regala qualche coperta lisa alla chiesa dei neri, John non fa mistero del proprio razzismo: in una vetrinetta in salotto troneggia il cappuccio del Ku Klux Klan fieramente indossato dal nonno fino a pochi decenni prima. John non è mai stato coinvolto in episodi di violenza a sfondo etnico, ma in famiglia dice nigger e coon. Ha vietato severamente alle figlie di fraternizzare con persone di colore. Se sgarrano, volano gli schiaffi. Se sgarrano molto, si passa alla fibbia della cintura. Non è entusiasta al pensiero che studino; dovrebbero piuttosto imparare ciò che serve per occuparsi bene delle loro future famiglie.

La ragazza più grande, Margaret Ann, oggi ha ventisette anni. Ha seguito gli insegnamenti paterni; appena uscita dalle scuole superiori ha sposato il sano, giovane e bianco vicesceriffo Paul, dal quale aspetta il terzo figlio. Sono sereni, vivono bene, Paul rende un utile servizio alla comunità. Diverso il percorso di Isabelle Louise, ventiquattro anni. Non amava l’ambiente familiare, le costrizioni, le idee che riteneva sbagliate e obsolete. È fuggita studiando a più non posso; vinta una borsa per Stanford, è diventata ingegnere e si è fermata in California, riducendo al minimo i contatti con la famiglia. Il prossimo anno convolerà anche lei a nozze; il fidanzato è l’avvocato trentenne Alejandro, figlio di messicani nato su suolo USA. I genitori di lei disapprovano, non verranno al matrimonio. Le dispiace, ma le importa di più del suo futuro. Mary Jane ha deciso invece di ribellarsi in un altro modo. Meno di un anno fa è scappata di casa, è arrivata in Florida, ha cominciato ad accompagnarsi con uomini che suo padre avrebbe odiato: nullafacenti, tossicodipendenti, rigorosamente neri. Al diavolo i rischi. Anzi, muoia Sansone con tutti i Filistei: pensava, magari senza nemmeno accorgersene, “Così imparano, quegli imbecilli dei miei”. L’hanno trovata, riportata a casa; lei è fuggita di nuovo. Si è innamorata di un protettore, nel giro di poche settimane si prostituiva. Le hanno fatto provare il crack, poi l’eroina. Sipario.

La vicenda scuote la comunità. Siamo in chiusura di campagna elettorale: quattro dei sette deputati provenienti dall’Alabama (tre dei sei repubblicani e l’unico democratico) e uno dei due senatori (entrambi repubblicani) visitano Sarnough e promettono di adoperarsi perché non si verifichino più eventi del genere. Si caldeggia maggiore efficienza della polizia nella ricerca dei minori che si allontanano, ma anche un esame di coscienza sulla qualità dei rapporti familiari. Alcuni network nazionali rilanciano la notizia. La prematura fine di Mary Jane entra nell’immaginario collettivo come potente simbolo di questioni irrisolte nei rapporti tra genitori e figli, tra bianchi e neri, tra Stato e privati. In breve la National Science Foundation sovvenziona un progetto di ricerca, promosso da un gruppo di psicologi e neuroscenziati di Princeton, dal titolo “Parenting styles, community values and the prevention of risk-taking behavior in adolescence”, ovvero “Stili genitoriali, valori sociali e prevenzione dei comportamenti rischiosi nell’adolescenza”. I risultati evidenziano una correlazione tra conflittualità all’interno di famiglie particolarmente autoritarie e probabilità, se l’adolescente mostra determinati tratti della personalità, di fenomeni quali l’alcolismo e l’assunzione di droghe a scopo ricreativo.

Sulla scorta di questo studio il governo federale istituisce un programma di prevenzione. Una campagna pubblicitaria televisiva e in rete (testimonial: una ragazzina con vistosi ematomi sul viso, inquadrata in primo piano sullo sfondo tipicamente Southern di un campo di cotone) invita i giovani che hanno gravi difficoltà con i genitori a contattare, per telefono o via mail, un ufficio del National Institute of Mental Health che provvederà a fissare un appuntamento gratuito con uno psicologo per una valutazione della situazione. Se del caso, verrà concordato poi un percorso terapeutico.

Entra in scena a questo punto il trentottenne Lee Portley, giornalista del periodico ultraconservatore The Express. Disinteressandosi largamente dei fatti scrive un articolo incendiario secondo cui ancora una volta le autorità pubbliche pretendono di sostituirsi alle famiglie, peraltro trattando i sani metodi educativi cristiani come dimostrazioni di comportamento deviante. Il pezzo viene pubblicato con il titolo “What the Government thinks: Southern parents are criminals, and their children are mentally ill”, ovvero “Ecco cosa pensa il governo: i genitori del Sud sono criminali e i loro figli sono malati mentali”. Richiede l’abolizione del programma di prevenzione e la riaffermazione della bontà dei valori della tradizione.

Sono, prima di tutti, i rappresentanti religiosi di Sarnough a condannare fermamente l’articolo. Non perché siano di colpo diventati rabbiosi progressisti, ma perché sanno che Portley non ha capito niente. L’unico modo per difendere davvero i valori della tradizione, dice il pastore metodista a nome di tutti in una conferenza stampa, è combatterne le deviazioni distruttive; nessuno vuole vedere i suoi figli morire prima di raggiungere la maggiore età, e non c’è nulla di cristiano nel lasciare che ciò accada. Il giornalista non se ne dà per inteso, gloriandosi piuttosto del successo raccolto nei circoli estremisti; con buona pace degli adolescenti dell’Alabama, del Tennessee, dell’America tutta che si avviano nello stesso momento a seguire la strada di Mary Jane perché nessuno ha spiegato loro che c’è un’alternativa.

Questa vicenda è inventata. Per fortuna.

È disgraziatamente vero, invece, che qualche giorno fa sulla pagina web de L’Espresso appariva un certo articolo. Volendo erigere un bastione contro le discriminazioni finiva invece per offendere gli omosessuali, l’intelligenza e la lingua italiana. Ecco i fatti. Nell’elenco ufficiale delle patologie e dei traumi consultabile sul sito del Ministero della Salute figurano a pagina 494 le seguenti tre voci: “Omosessualità egodistonica; disturbo di conflitto omosessuale; lesbismo egodistonico”. L’impavido giornalista ne deduce che “per lo Stato le lesbiche sono malate”, lanciandosi in una rassegna sugli orrori dell’omofobia. Avrebbe invece dovuto concentrarsi su quelli del copia-incolla: se avesse dovuto scrivere per esteso l’aggettivo “egodistonico” infatti probabilmente l’avrebbe anche letto, magari chiedendosi cosa significa e in quale contesto è usato solitamente. Tecnologia canaglia.

Ristabiliamo un minimo di ordine. “Egodistonico” nel lessico della psichiatria è tutto ciò che comporta una una seria frattura interiore, un profondo disaccordo con se stessi. L’omosessualità egodistonica è quella non accettata, quella della persona che odia se stessa per il proprio orientamento e pertanto è predisposta a mettere in atto comportamenti autolesionisti in senso fisico o psichico per punirsi. Va al di là dell’occasionale momento di sprezzo di sé che hanno in tanti, eterosessuali o gay, e anche al di là dell’imbarazzo e della paura che affliggono molti omosessuali costretti a vivere in ambienti intolleranti. È una condizione indicata come patologica in quanto comporta rischi gravi, come l’isolamento volontario, la scelta di stili di vita dannosi, il suicidio.

Per capirci, non stiamo parlando di Lucio Dalla che decide di non mettere in piazza la propria vita privata ma intanto la vive, sembrerebbe, con armonia e consapevolezza; stiamo parlando di una donna che si sente impura e indegna perché lesbica e coltiva fantasie autodistruttive nel segreto, di un giovane che si vergogna tanto della propria preferenza affettiva da impiccarsi. Si tratta quindi di una condizione che ha un posto del tutto legittimo in una lista di patologie. Tanto più che l’elenco ministeriale ha, tra le altre, la finalità di individuare chi è eleggibile per particolari trattamenti terapeutici: che c’è di omofobo nell’aiutare una persona a risolvere un pericoloso conflitto interiore senza spendere decine di migliaia di euro?

E qui, incidentalmente, c’è un’altra trappola letale. Un omosessuale egodistonico che affronta con successo un percorso di psicoterapia può uscirne in due modi ugualmente virtuosi: omosessuale egosintonico, eterosessuale egosintonico. Il risultato dipenderà dai motivi della sua attrazione per persone dello stesso sesso e da quelli del suo conflitto non riconciliato. Quello che conta è che, alla fine del percorso, viva con serenità la propria preferenza. Non ha rilevanza la preferenza in sé, come  poco ci importava che le fanciulle di Sarnough sposassero un bianco o un ispanico; ci importava piuttosto che non morissero a diciassette anni.

Esistono al mondo persone autenticamente omosessuali che soffrono perché interiorizzano profondamente una condanna familiare o sociale; per loro l’obiettivo sarà liberarsi degli effetti deleteri di quest’ultima. Ne esistono anche altre che invece mettono in atto comportamenti omosessuali per reazione ad esperienze traumatiche; magari hanno subito abusi, magari hanno vissuto rapporti emotivamente difficili con figure di riferimento maschili. Per loro, un approfondimento del problema potrebbe condurre a provare attrazione per l’altro sesso. Sfogliate anche il più divulgativo dei testi sull’argomento e troverete conferma; guai però a dirlo in consessi di pāsdāran del politicamente corretto, che accomunano questo esercizio di buon senso al fanatismo delle sette che vogliono “curare i gay” con l’elettroshock.

E infatti di un simile pregiudizio soffre anche il post, altrimenti molto lucido, pubblicato dal blog “Elementi di critica omosessuale”, a cui vi rimandiamo nel caso vogliate approfondire i dettagli storici e d’attualità dei rapporti tra omosessualità e psichiatria, nonché le alterne vicende politiche della definizione di orientamento sessuale egodistonico. Che, su questo ha ragione L’Espresso, nel DSM-IV non esiste più. Però, contrariamente a quello che sembrano riportare tutti, nell’ICD-10 della World Health Organization c’è eccome.


Autore: Claudia Biancotti

Nata a Moncalieri nel 1978, é economista presso la Banca d'Italia. Studia i metodi statistici per le indagini campionarie, ma anche la distribuzione del reddito, l'economia della felicitá e un po' di neuroeconomia. DISCLAIMER: Le opinioni qui espresse sono strettamente personali e non impegnano l'istituzione di appartenenza.

5 Responses to “‘Egodistonico’ non è un insulto, cari conformisti del sessualmente corretto”

  1. le due parti dell’articolo stanno insieme un po’ forzatamente ma sono scritte entrambe molte bene.
    la prima parte è da applauso.

  2. Claudia Biancotti scrive:

    Grazie!

  3. Mangiarfiori scrive:

    Sul documento della World Health Organization compare il disturbo “orientamento sessuale egodistonico”, che, inferiamo, può essere sia eterosessuale che omosessuale o bisessuale. Il Ministero della salute italiano, parlando di egodistonia per il solo conflitto omosessuale e per il lesbismo, non solo si distacca dal DSM, ma anche dalla stessa WHO. Il politically correct qui c’entra poco…

  4. Enzo Busseti scrive:

    La prima parte dell’articolo e’ scritta davvero molto bene, complimenti.

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